un anno dopoUn nome che già dice tutto di un luogo che con i diritti umani, di fatto, c’entra ben poco: Via SCORTICABOVE. Una storia di oppressioni, soprusi, politica che non funziona, dialettica che distrugge e separa senza mai costruire. E poi, malgrado tutto, la voglia di resistere: sempre e comunque.

 

Bruciavano le ferite l’altro anno. Ora c’è puzza di morte, di macerie, di solitudine senza fondo. Ci hanno piazzato in un centro di accoglienza politicamente scorretto (Via Scorticabove 151), un piano di camerate per centoventi persone e ci siamo presi il piano di sopra, portato la luce, dipinte le porte, pulito tutto. Poi più niente. Ci hanno diviso, deluso, umiliato ancora una volta. Sudanesi contro sudanesi, italiani contro italiani, italiani con sudanesi fantasma, sudanesi con italiani pieni di schifo e vergogna. Ma soprattutto, impotenza. Che è successo?
L’unico briciolo di accordo con il quinto dipartimento del Comune sulle condizioni di accoglienza, sulla partecipazione degli ospiti, sulle attività e sull’autonomia responsabile di chi vive nel centro-modello di accoglienza del comune di Roma, città dell’accoglienza, è scomparso in un batter d’occhio. Scomparsi Saggion, Alvaro come il gestore del centro, Sandro Coltellacci. Al  loro posto caricature di uomini, un altro gestore del centro, sgusciato fuori dal nulla: da ora in poi, dice, questo è il mio centro (mio dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e del Sacro Cuore), le regole e i modi le stabilisco io. Non ho firmato niente e non ci penso proprio a firmare qualcosa. Gli operatori, che passano almeno metà dei loro giorni chiusi nel centro, li gestisco io. Gestisco gli orari, chi entra e chi esce, gli spazi comuni, i tempi di permanenza, il cibo, le luci, i loro permessi o non permessi di soggiorno, la loro salute, la loro formazione, il loro lavoro. Gestire è la prima parola d’ordine. La seconda è integrazione. Integrazione degli ospiti nella società, integrazione e autonomia, integrazione e progressiva libertà. Eh sì: dopo quasi due mesi dall’apertura di questo nuovo centro sbrigapressioni (le pressioni non le facevamo certo noi in mezzo a topi e scabbia, ma la proprietà delle FS in cui richiedenti asilo sudanesi hanno abitato per anni, da sgomberare quanto prima), dopo un anno di attese e speranze niente affatto pronto, gli ospiti mangiano attorno a un tavolo gigante in una stanza vuota la pietanza di plastica che arriva due volte al giorno con un furgone da Palestrina.
Catering percentoventipersoneduevoltealgiornodapalestrinaatempoindeterminato ingaggiato dal gestore del centro o da non so chi per rispondere al bisogno di autonomia e integrazione degli abitanti. Abitanti che a Tiburtina mandavano avanti meravigliosi e caciaroni ristoranti per interni ed esterni, antenna parabolica e tanta musica, casino e barbieri improvvisati, bar e giochi in gruppo su perfetti tavolini di legno stile vecchio paese. Per chi ha seguito Tiburtina, è la solita bella vecchia storia, tanto assennata quanto impossibile, a quanto pare, da riconoscere e accogliere da quei professionisti dell’accoglienza, famiglie sempre uguali di camaleontici affari. Sacri e profani. E’ un contagio. E noi volontari scemi con o senza associazioni che ci ritroviamo cacciati perché malvisti e fuori luogo: ma che vogliono questi, chi li manda, che pretendono, che gli frulla in testa, non vedono la realtà? Eccome se la vediamo: una coltre grigia su storie disperate, innumerevoli nomi inventati, silenzi insopportabili, odio come cibo quotidiano dei nostri CPT evasi su pagamento e favoreggiamento. Una copia rivista in perfetta sintonia con le violenze subite, l’inimmaginabile del viaggio, le botte e le torture in Libia,  la corruzione ovunque.
Integrazione sì, la parola chiave: gestione di vite in corsi di formazione-lavoro in uffici freschi freschi e muri pieni di mirabili immagini africane: siamo a Integra (via Assisi 41), luogo superfigo di programmazione destini personali di richiedenti asilo e rifugiati a Roma. Dopo l’ascolto di mille e una storia degli amici rifugiati, mi armo di buone maniere e ci vado. Bè, Integra Disintegra.
Disintegra chi ci lavora, direi con una certa dose di ottimismo, e fa a pezzettini le risorse di chi ha la forza di andare e chiedere, stare e capire. Adam viveva la sua vita di falegname in Sudan prima delle persecuzioni. Ora l’hanno pescato per un corso di falegnameria quelli di Integra, lui fa l’aiuto maestro, trova lavoro prima che finisce il corso. E no, il corso prevede un tirocinio obbligatorio presso chi diciamo noi, tu non puoi lavorare dove vuoi tu, gli rispondono. Perde il lavoro, il suo falegname predestinato per il tirocinio prima lo usa e poi gli propone sottobanco lavoro a nero. E no, gli dice Adam, o il contratto o niente. E allora niente. Adam vive a Scorticabove, magro che sparisce, con la sua incredibile dose di ironia giornaliera. Gli è scaduta la protezione umanitaria prima che l’andasse a prendere a Matera. Una protezione umanitaria di sei mesi, caso strano, ma la stranezza è la norma e ora deve aspettare con un pezzetto di carta in mano. Per un qualsiasi contratto di lavoro quel pezzetto di carta non basta. E arriva per caso, durante una chiacchierata che ci siamo fatti per strada, il fantasmagorico “datoredilavoro” (DDL). Arriva davvero questa volta, un piccolo imprenditore di madre eritrea e padre italiano che lavora a qualche centinaio di metri più giù in un’azienda di riciclo materiale e ha bisogno di manovali. Anche stranieri, con contratto, per un lavoro abbastanza pesante, ci dice, ma tutto in regola. E chi ci crede? Io sì, Adam pure. Andiamo a vedere. L’ambiente ci piace, il lavoro è duro. Ci sono italiani e rumeni. I rumeni vivono in una casetta con fiori al balcone proprio vicino all’azienda. Il datoredilavoro scrive in poche ore un protocollo di intesa da far firmare al gestore del centro. Poi tutto si arresta. Nessuno lo legge. Proviamo con Integra, titolare dell’approvvigionamento degli esigui datoridilavoro non razzisti sul territorio di Roma ma di nuovo tutto muore lì. Quando Adam va da solo con la sua nuova conquista in mano passa come il fango nel Tevere. Visto che Integra non s’è mossa, s’è mosso lui a cercare lavoro, lui dice, ma non serve assolutamente a nulla. Ci andiamo insieme, una settimana dopo, e signorine con fare delizioso promettono l’impegno e ringraziano molto per la segnalazione, utile per Adam come per chissà quanti altri, sai, loro non fanno discriminazioni. Eppure nessuna chiamata, nessun contatto, nessun chiarimento. Intanto il datoredilavoro prende a lavorare tre eritrei che con il Comune non hanno niente a che fare, vivono in un’occupazione lontano dalle grinfie della legalità e in preda ad altre grinfie, con un documento precario in mano. Il DDL ottiene la visita medica, cerca una casa in affitto per loro, scrive il contratto a tre mesi. E il lavoro inizia. Quanto a Integra lui non si sorprende più di tanto, io vado in escandescenza, Adam se ne sta con la sua bella dose di ironia a guardarsi il tutto. Con il documento che non c’è dopo tre anni in Italia e un altro lavoro sfuggito. Colpa dell’integrazione. 
Oggi a Scorticabove ci sono casini in corso: gli abitanti senza permesso di soggiorno devono uscire, dice improvvisante una voce dal Comune senza testa. Lo dice per bocca di un operatore ignaro del botto di quello che dice. Della lista delle persone che aspettavano una casa l’anno scorso non ce ne rimane che qualcuno a Scorticabove. Mille volti nuovi con in bocca il silenzio, che quando ti guardano guardano una aliena. Se ne stanno davanti alla televisione all’entrata a sinistra del centro, su divanetti messi ad angolo a vedere le immagini della nostra televisione-monnezza senza capire una parola. Se ne stanno così per ore, soprattutto in tempo di Ramadan. Arrivano a Scorticabove come se arrivassero a Tiburtina occupata, ma ora se ne devono andare tutti perché non stanno nella vecchia lista. Peccato che non lo sanno. Buttati senza tregua nell’ignoranza dei gestori di vite e di disgrazie. Sconforto. Ma noi ci siamo, sempre più piccoli e ostinati. Non finisce qua.

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