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equo e solidaleViaggio all’interno di una “Bottega del mondo” presente nel secondo municipio di Roma. Ovvero: quando uno shopping responsabile fa rispettare i diritti umani.

Due porte celesti, vetrine coloratissime ma senza pretese, tutto cromaticamente accompagnato dal verde mela del Gran Caffè dei Villini: siamo in Via Reno 2, proprio di fronte ad una delle sedi romane del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), pronti ad entrare in una bottega del mondo, così denominata per la sua attività commerciale dal taglio tutto particolare, che di meramente economico ha ben poco, in realtà.
“Si sceglie di aderire al commercio equo e solidale per una motivazione di carattere etico innanzi tutto, anche perché non ci sono troppi prodotti concorrenziali dal punto di vista dei prezzi” ci spiega Gianpiero C., uno dei lavoratori fissi nel negozio. Per comprendere esattamente di che cosa si stia parlando, basta dare uno sguardo alla definizione ufficiale  presente nella Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, documento approvato nel ‘99 che regola quell’insieme di principi e norme fondamentali che gli enti promotori di tale tipo di commercio sono tenuti a rispettare:
Il Commercio Equo e Solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l’ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori […]. E’ una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione…"
Continuare a leggere la Carta dei Criteri risulta molto interessante in quanto vengono esplicitati chiaramente tutti gli obiettivi ed i criteri organizzativi, che s’incentrano soprattutto sul rispetto dei lavoratori (anche in base alla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia) e sulle attività d’informazione, espletate anche attraverso la strategia del “prezzo trasparente” - che fornisca, cioè, al compratore prezzo FOB pagato al fornitore, costo di gestione, importazione e trasporto, margine per le Botteghe. Tuttavia, al di là di tali informazioni di carattere tecnico, potremo pensare forse più prosaicamente ai concetti di equità e solidarietà insiti in questa attività commerciale: in pratica, si tratta di comprare un prodotto, che talvolta costa anche più del previsto, pagandolo però ‘il prezzo giusto’, ossia quella cifra che possa garantire un guadagno dignitoso innanzi tutto al produttore (che in genere proviene da paesi come America Latina e Sud est Asiatico, come Bangladesh, Ecuador, Nicaragua, Vietnam, India, Guatemala…), che spesso nelle forme di commercio tradizionali è di fatto sottopagato, se non letteralmente sfruttato e senza alcuna possibilità contrattuale.
Non dimentichiamoci, in tutto questo, che stiamo parlando di un negozio presente nel secondo municipio, notoriamente conosciuto per essere un nido di imprese, per altro seguace di impronte politiche naturalmente diverse da una sorta di comunismo commerciale: “Eppure forse proprio per questo livello di benessere medio-alto presente nel nostro municipio, molte persone sono disposte ad accettare cose nuove, anche a spendere in un posto considerato strano come una Bottega del mondo” continua ad illustrarci Gianpiero, che intanto ci mostra i prodotti più competitivi con il mercato tradizionale: dal cioccolato biologico, realizzato con zucchero di canna anziché raffinato, al riso Basmati, ai legumi, al tè di qualità medio-alta (vd. tabella). Invece l’artigianato, effettuato interamente a mano, arriva a costare qualcosa in più, ma basta dare uno sguardo alle pareti di questa Bottega per innamorarsene: pashmine variopinte di seta indiana e scarpette rosse di lana cotta, oggetti scolpiti in legno o modellati su vetro riciclato, e ancora tende, incensi, saponette, ceramiche, strumenti musicali, specchi e borse di ogni forma e tinta possibili, oltre che cosmetici realizzati con essenze particolari ed abbigliamento per bambini (ma senza prodotti industriali, tipo le scarpe da ginnastica).
E dire che tutto questo è sorto grazie all’iniziativa del gruppo San Saturnino che nel ’91 si è unito in associazione sotto il nome di “Pangea” e, dopo l’affitto da parte delle cooperative nel ’93, ha creato un’altra sede in Via Arezzo. Attualmente il numero dei soci si stima sui quattrocento, di cui un gruppo costituito da una trentina di volontari più operativo ed altri impegnati in vari settori, dal servizio civile ai percorsi didattici nelle scuole. A questo punto la domanda sorge spontanea: come si diventa soci? Basta scaricare un modulo da internet e seguire l’iter formale, che prevede un versamento di un minimo di 25.82 euro, con agevolazioni per gli anziani - la fascia d’età dei soci è davvero ampia, benché si registri un picco fra i venti e i quarant’anni per l’elevato numero degli operatori attivi. Se, infatti, già con l’iscrizione si acquisiscono i diritti legali e la possibilità di votare alle assemblee, per diventare “operativi” è opportuno farsi avanti, magari seguendo la via meno formale, ma forse più sbrigativa, del mettersi direttamente in contatto con chi già opera per la grande compravendita della solidarietà.

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