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sette settembreResoconto agghiacciante di una giornata memorabile, metafora di altre mille giorni fatti di stenti, frustrazioni, sconforti. Perché la giustizia non è mai giusta quando serve e gli aiuti vacillano proprio al momento del bisogno. Sorrisi sudanesi contro topi di baracca, canzoni spensierate contro epidemie di scabbia. Ma alla fine vince la sana ed energica ri-appropriazione di spazi (im)propri, anche solo per un giorno.

Sono le ore sette del sette settembre 2005. Tutto tace a Tiburtina, pochi e calmi i primi movimenti dopo l’annuncio dello sgombero questa mattina: chi si lava i denti, chi prepara quel tè-latte caldo liquoroso che ti fa subito dimenticare di esserti svegliato col buio o di non aver dormito per la preoccupazione.  Gasim, incazzato nero per le ennesime trattative con il Comune andate a rotoli e parte dei sudanesi collaborazionisti con Saggion contro il suo buon senso, la notte prima se l’è passata a guardare il documentario su Genova 2001 invece di dormire. Non è quel che si dice un segno positivo.
Iniziano ad arrivare i giornalisti al capannone piccolo. I pochi abitanti con pronte le valige per la nuova casa del Comune, del tutto ignari della storia dietro di loro, aspettano che li vengano a prendere. Famiglie sudanesi con bambini (finalmente incontro le mamme sudanesi!) e rispettive case in affitto sognano la solita casa gratis, con camere chiuse, bagno privato e cucina. Non è proprio così, iniziamo sicuri di non farci capire il solito discorso sui centri di accoglienza.
Tiburtina inizia a riempirsi, belle sorprese di facce amiche sbucano qua e là. C’è Moktar, elegante come sempre, Adam il falegname, Ciccio, Ahmed, Suliman che fa il ramadan perché questo è un giorno importante. Arriva Annur da Ancona, il pomeriggio Yaya dal campo di pomodori di Foggia. Con lui inizia la fila di chi lascia il lavoro delle campagne e torna a Roma per la casa. Fila esigua in verità, come esigua ormai è la fiducia per una risposta decente all’emergenza Tiburtina da parte del Comune.Troppi “Pierino e il lupo” si sa, guastano i rapporti, le motivazioni, le speranze. E i caporali nelle campagne del Sud minacciano di non dare più i soldi, tre euro e cinquanta o quattro o cinque per cassone di pomodori, a chi se ne va da un giorno all’altro per cercare di non dormire al freddo e tra i topi nella baracca Tiburtina anche questo inverno.
La situazione s’accende di colpo. Il quinto dipartimento in veste amicale fuori dalla porta, dentro una riunione degli abitanti capovolge la situazione: dal sì al trasferimento senza condizioni al no della resistenza. Incredibile: Tiburtina rinasce e decide che si va via dalla Kherba solo alle sue condizioni. Tra i pochi italiani sale il panico, sappiamo bene delle minime forze del presente e dell’impossibilità di continuare la resistenza in dieci o forse quindici già da dopodomani. Torna l’abisso tra immanenza del bisogno e continuità di un progetto politico.
Trattare: non salire sul trespolo del giusto perché tanto non serve a niente. Questa è forse l’unica lezione in tutta questa storia di false trattative e desideri negati della quale per due anni mi sono chiesta che esperienza fosse, cosa imparare dagli sbagli e dalle catastrofi istituzionali. Abbiamo scritto un nuovo documento, subito, con le condizioni degli abitanti. Mille le incertezze, mille ancora gli sbagli: dovevamo essere più precisi, più concreti, ecc. ecc. Ancora una volta, la realtà di trovarsi a rappresentare l’altro sapendo bene di non poter farlo. Il Comune se ne va, dice, a leggere e sottoscrivere il documento. Inizia un temporale pazzesco, Tiburtina trema, esposta com’è ai lampi che ci illuminano le stanze. In questo tempo di tensione c’è un invito insperato: Adam e Moktar mi accolgono in stanza e la tensione resta fuori a guardarsi da dietro il bacio di Klimt affisso sulla porta della camera. Sono in uno di quei momenti che chi ha vissuto Tiburtina riconosce come la sua magia. Le una, le due, le tre, le quattro, mi perdo nel piacere di un nido di amici. Canzone, anima, amore, passione. Sono le parole che Adam voleva dirmi ma non sapeva come in italiano. Adam suona e Moktar canta, Adam racconta il suo essere falegname, ovunque e per chiunque ma sempre e solo falegname, Moktar ride. Io sorrido alle canzoni d’amore sudanesi in perfetto stile neomelodico napoletano e mi improvviso in una versione del Piccolo grande amore. Versione censurata (ho rimosso “e mani sempre più ansiose di cose proibite”…) visto che sto sola  nell’ultimastanzainfondoasinistrasenzaluce di Tiburtina con quattro uomini di cui due mai visti prima. C’è movimento fuori, faccio capolino e vedo Gasim che firma il patto sottoscritto dal Comune.
E’ ora di andare via. Questo interrompe la vena poetica e ci riporta con un certo fastidio alla realtà. Ma la realtà credo sia stata davvero quella dei racconti e di un caffè dietro l’altro senza tempo anche quando sta cambiando tutto. Le valige e i sacchi sono pronti, iniziano i primi vai e vieni degli autobus, destinazione via Scorticabove 151. Incontro persone mai viste mentre scendono dal piano superiore del magazzino, sembrano uscire per la prima volta, uno di loro tossisce forte e sta evidentemente messo male.
Carico, anzi mi caricano la macchina di televisioni e sacchi e persone. Dopo una breve trattativa, convinco gli altri che non possiamo viaggiare tutti insieme in macchina con il portabagagli a cammello con un faro che non funziona e la revisione della carretta scaduta. Parte una fila di tre macchine, Adam mi guida perfettamente per le scorciatoie della città, arriviamo a destinazione e la situazione là è già disastrosa. Persone accalcate nella sala infondo con i bagagli buttati là all’ingresso, un sudanese che urla e se la sbatte un bel po’ ubriaco, donne e uomini che alzano la voce in una lingua inavvicinabile perchè hanno intravisto l’unica camera aperta: dieci letti a castello allineati uno dietro l’altro in un rettangolo di vuoto. Il resto è tutto chiuso, i corridoi finiscono su porte giganti illuminate solo da lucine rosse di emergenza, neanche una finestra.
Un ospedale, un riformatorio, una prigione, non so. Chiedo di andare in bagno e mi ritrovo in uno sgabuzzino di plastica e stoffa di cui non riesco ad aprire la porta, con l’unica cosa ‘vissuta’ in questo edificio che sa di calce fresca: il cesso. Gli operatori sono terrorizzati (altro che norme antiterrorismo), vogliono chiamare i carabinieri come primo gesto di accoglienza. Una di loro si calma e li calma. Un altro mi sussurra complice: perché non avete portato i giornali fin qua?  Io mi mangio le mani, ci hanno fregato un’altra volta. Saggion è sparito, Sandro responsabile del centro non è ancora arrivato. Gli operatori non ne sanno niente di regolamento pattuito e partecipazione attiva. L’unico attivo continua ad essere Mussa ubriaco. Arrivano Gasim, Adam Ishac, Sandro. Qui bisogna riprendersi lo spazio abitabile del piano di sopra, abitabile lo diciamo noi che veniamo da Tiburtina perché in realtà è dichiarato inagibile. Mentre in tre italiani ci grattiamo la testa, due uomini iniziano letteralmente a dar pugni al muro d’ingresso. Qualche sudanese che non ha retto alla tensione, penso, qui finisce male. Invece no, sono due operai addetti ai lavori che sfondano il cartongesso nascosto da rigogliose piante finte. Il muro viene via a pannelli, noi attoniti tra assi di ferro divelte e pezzi di muro pensiamo che infondo sono gentili a ricrearci appena arrivati “l’ambiente Tiburtina”.
Dal muro che viene giù si apre una scala che porta sopra. E’ un momento bellissimo. Tutti a correre su e giù, a scegliersi la stanza, a capire che lassùmancatuttomacivogliodormire. Non c’è elettricità, non ci sono docce, per terra non c’è pavimentazione e una camera è allagata. Ce l’avevano detto che non era agibile, dopo un anno e un mese di attesa per un centro vivibile, l’affitto a seimila euro al mese per la nuova casa Tiburtina che è rimasta un capannone vuoto (chissà che ci farà il Comune? Forse se l’è scordato, intanto continuiamo a pagare), la promessa, ricordo, nell’agosto 2004 di una casa entro quaranta giorni per i richiedenti asilo sudanesi sgomberati. Cose che capitano. Meglio non farsi venire il fumo agli occhi.
Trattiamo con Sandro e arriviamo a un accordo: da oggi, non domani, gli ospiti dormono al piano terra e al primo piano. Da domani lavoreremo insieme per rendere abitabile il piano di sopra. Cacciaviti che liberano i letti a castello dal letto di sopra, su e giù di materassi e lenzuola nuove. Ognuno si sceglie i suoi nuovi compagni di stanza. Tra un materasso e l’altro iniziano a circolare i pasti del Catering, qualche sudanese ha preso l’iniziativa di distribuirli. Chi se ne va in giro con mozzarella e fagiolini, chi ha in mano cinque sei piatti. “Ma quelli se so’ presi da soli da magnà?!” Esclama un operatore. Tanto di guadagnato, un lavoro in meno per lui. Dico ad Adam di prendersi da mangiare sennò finisce e lui mi dice: “io non ho fame ma tu, tu serviti pure prego”.
Siamo a una fine difficile e a un altrettanto difficile inizio. Può andare bene o malissimo. Gli enti gestori del nuovo centro sono due, neanche uno, e la situazione è così confusa che non si sa davvero che pesci prendere. Innanzitutto, credo, c’è da lavorare tantissimo per imparare a conoscersi. Per volere conoscersi e parlare una stessa lingua. Da tutte le parti in gioco. Da rimboccarsi le maniche e vedere ognuno che può fare senza cadere nella trappola della ribellione violenta che chiama in queste situazioni altrettanta repressione violenta, destino di illegalità e facili espulsioni o, forse ancora peggio, nello stagno dell’assistenzialismo passivo ed escatologico del tutto è dovuto e dell’irresponsabilità. Per ora un muro è caduto, proprio all’ingresso. Forza Tiburtina.

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