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ultràIl 2/2/2007 durante la ormai purtroppo famigerata partita di calcio Catania – Palermo, valida per il campionato di seria A, conclusasi, per la cronaca, con la vittoria del Palermo per 2 a 1 si sono verificati violenti scontri tra le forze dell’ordine e i sostenitori del Catania.

L’ispettore di polizia Filippo Raciti, di 38 anni, durante le concitate fasi che l’hanno visto coinvolto come rappresentante dell’ordine pubblico, viene colpito da una bomba carta, trasportato in ospedale morirà poco dopo. L’autopsia ha rivelato successivamente che la morte è sopravvenuta, non per l’esplosione della bomba carta, ma a causa della frattura del fegato da corpo contundente, molto probabilmente un spranga, e questo, si scoprirà in seguito, circa mezzora prima che il poliziotto si sentisse male, quando assieme ad altri agenti era impegnato in un corpo a corpo con gli ultrà.   
I 1500 uomini delle forze dell’ordine schierati non hanno potuto evitare che il triste bilancio finale fosse quello di 71 feriti e un deceduto, l’ispettore.
I fermi sono stati circa 40 di cui 11 minorenni, per la maggior parte incensurati, alcuni di “buona famiglia”, uno addirittura lui stesso figlio di un poliziotto; le indagini hanno condotto al fermo di un minorenne con un ruolo forse decisivo nell’azione contro l’ispettore Raciti. Gli investigatori, contemporaneamente all’analisi dei filmati e delle foto, hanno esaminato i vari blog su internet nei quali sarebbero comparse frasi, scritte da alcuni sedicenti ultrà, che potrebbero risultare utili ai fini dell’indagine. Intanto la procura della città siciliana ha aperto un’indagine per omicidio volontario aggravato contro ignoti e  lo stadio Massimino di Catania è stato sequestrato per accertarne i livelli di sicurezza
Il giorno seguente il commissario della Figc Luca Pancalli ha sospeso tutti i campionati di calcio a tempo indeterminato e la Giunta Straordinaria del Coni con la presenza dei vertici del calcio e del governo è stata anticipata al giorno seguente. Le trasmissioni televisive, sportive e non (le prime soprattutto in mancanza di altro materiale: goal, fuorigioco, presunti favoritismi…) per un paio di giorni hanno avuto il materiale per parlare, discutere, riproporre i ciclici argomenti con le solite frasi di circostanza, con quel pizzico d’ipocrisia che facilmente viene camuffato dal trasporto emotivo del momento. Tanti si sono accavallati e interrotti per dire la propria opinione. Ci si è affannati a portare come modelli da seguire le soluzioni trovate in Inghilterra, dove i tifosi erano leggendari per la violenza e il disordine che puntualmente creavano durante le esibizioni. Ma dopo il 1994, grazie a radicali riforme dal punto di vista strutturale e legislativo, hanno drasticamente estirpato il fenomeno hooligans e portato ordine, tanto che gli stadi sono diventati luoghi sicuri anche per intere famiglie; non esistono più barriere divisorie tra le tifoserie e nemmeno quelle perimetriche che separano i tifosi dal campo di gioco: segno di estrema fiducia e libertà. A ciò hanno contrapposto un aumento consistente dei sistemi di videosorveglianza, biglietti nominali, stuart pagati dalle società, perquisizioni serie e leggi che consentono processi per direttissima e condanne esemplari.    
Un po’ tutti si sono espressi sull’accaduto. Il ministro Amato ha ribadito che è sicuramente brutto segno che negli incidenti siano stati coinvolti molti minori: “C’è di sicuro un disagio sociale, però questa violenza è inammissibile e si cura con cure sociali, con l’educazione ma anche con la punizione”. Poi continua “hanno fatto bene a fermare il campionato. I miei poliziotti non devono correre i rischi che hanno corso finora”.
Il procuratore aggiunto di Catania Renato Papa, che ha coordinato le indagini, ha sostenuto che “ci sono dei gruppi di delinquenti che vanno allo stadio per aggredire la polizia. La legge allo stadio non ha sanzioni deterrenti, chi è arrestato, se incensurato, viene subito dopo scarcerato”. Secondo lo stesso magistrato lo stop del campionato “è un errore perché significa che lo sport è ostaggio di bande di delinquenti”.
Anche il Vaticano è intervenuto: “Il calcio è morto insieme al poliziotto ucciso da un criminale spacciatosi da tifoso, in una guerriglia insensata e incomprensibile”. E’ quanto scrive l’Osservatore Romano che propone: “Si abbia il coraggio di fermare per almeno un anno questo baraccone ingovernabile” e continua definendo il calcio “un sport in mano a delinquenti e persino di assassini. Perciò fermiamolo questo calcio, un anno di fermo o di partite a porte chiuse per ripulirlo dalla melma, per ripensarlo da cima a fondo”. Il cardinal Bertone ha aggiunto: “è giusto fermare il calcio, ma non basta: occorre ripensare all’educazione”.
Il presidente del Consiglio Prodi ha affermato che “…non si deve avere nessuna indulgenza di fronte alla violenza e si deve responsabilizzare le società di calcio”. Ha poi aggiunto che “quanto successo non è un fatto isolato, ed è un fatto gravissimo. Non si può non reagire, non si possono più tollerare questa cose. Non si tratta di tifosi, questi tipi violenti e vanno isolati. Bisogna decidere con quali strumenti adatti, intelligenti, di coinvolgimento, intervenire. Ci sono persone che coagulano il disagio”. Ed infine “la sospensione del campionato è un doveroso monito”.
Il ministro per le Politiche giovanili e le attività sportive, Meandri, ha affermato di aver apprezzato la decisione del commissario della Figc di sospendere i campionati e ha aggiunto: “il calcio non può ripartire finché non sia chiaro a tutti che deve cambiare profondamente”.
Poi un coro unanime dal mondo politico: “rigore anche dai club” e “per i  violenti tolleranza zero”.
Fin qui tutto bene, o meglio tutto normale, scontato, come da copione. E’ triste ma è così. L’episodio ha percorso le comuni fasi cicliche che già in passato, purtroppo, abbiamo visto ed ascoltato. Ciò che però proprio non posso fare a meno di evidenziare, e quindi di tacere, è che in tutta questa prosopopea, in questo discutere, dibattersi, interrogarsi, per quanto mi sforzassi, non ho assistito a nessuno gesto realmente volenteroso da parte di coloro che si sono cimentati nelle tavole rotonde. Non ho visto nessun autore, presentatore o giornalista che sia, invitare a prendere parte della discussione le parti direttamente coinvolte così da esporre il proprio punto di vista, cioè ultrà e agenti delle forze dell’ordine. E inoltre, tra le tante e solite facce che si sono susseguite sugli schermi televisivi, possibile che non ci fosse un po’ di spazio per gli operatori del settore, per permettere a dei professionisti di dare il loro contributo, magari più qualificato rispetto alle discutibili frasi, del tipo “lasciate usare il manganello ai poliziotti”, che una ex cantante e conduttrice part-time ha saputo partorire? La delusione e l’amarezza che scaturisce da questa situazione è forte e si acuisce sempre di più quando si ascolta impotenti le opinioni di chi, non per colpa propria, non riesce a dare un contributo che non sia solo di parvenza, mediatico o di circostanza. Allora a noi non vip non ci resta che affidarci ad altri mezzi di comunicazione, sperando, come nel mio caso, di poter diffondere idee finalizzate ad una azione costruttiva e di confronto.

 

 

 

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