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nuovi muriBush ha firmato una legge che finanzia la costruzione di una barriera con il Messico. Storia a metà tra trovata elettorale e lotta “contro” la povertà.

 

Chi pensava, come me, che le picconate al Muro di Berlino nell’ ’89 avessero buttato giù tutte le barriere fisiche fra gli esseri umani (sapevo che per abbattere le barriere culturali sarebbe occorso più tempo) deve ricredersi. Agli inizi di questo nuovo millennio sembra essere tornati all’antico. Dopo il chiacchierato muro tra Palestina e Cisgiordania eretto per volere dell’ex premier israeliano Sharon nel 2003, per passare al muro di “casa nostra” costruito pochi mesi fa a Padova, per arrivare ad uno di cui non se ne sente parlare molto, che dovrebbero vedere la luce sulla frontiera tra il Messico e gli U.S.A.
La costruzione i questo nuovo muro è stata finanziata da una legge firmata dal Presidente statunitense George W. Bush il 26 ottobre 2006. Dovrebbe essere lungo circa 1.100 km per una spesa compresa tra i sei e i nove milioni di dollari e dovrebbe vedere impegnati approssimativamente 6.000 soldati della Border Patrol per il suo pattugliamento. Ma il muro non ha nulla a che vedere con vecchi stereotipi di cemento armato. In realtà il progetto prevede la realizzazione di una vera e propria barriera, dotata di strumentazione ad alta tecnologia ed anche altre apparecchiature che verranno sperimentate dopo la realizzazione dell’opera. I 120 km già edificati infatti sono composti da piloni alti 6/7 metri distanti tra loro i soli pochi centimetri, fissati per una buona profondità nel terreno per evitare tunnel sotterranei e sormontati da una rete elettrificata. E’ inoltre prevista la presenza di aerei spia capaci di volare senza pilota, un’illuminazione ad infrarossi capace di garantire una visione perfetta anche in piena notte, reti di sensori sismici, magnetici, tutti collegati tramite satellite ai centri di controllo.
Per il suo aspetto visivo e l’impatto psicologico, la volontà di costruzione di questa barriera ha sollecitato un gran numero di reazioni, non pochi dubbi sulla sua efficacia e moltissime proteste.
“Gli Usa commetterebbero un grave errore se perseguissero nel loro intento”. Si è espresso così  in uno dei  tanti interventi riguardo l’argomento, il presidente messicano neo-eletto Felipe Calderon. Gli ha fatto eco l’ex presidente, Vicente Fox, che tramite il suo portavoce ha dichiarato:  "Condanniamo fermamente questa decisione, attiveremo tutti i canali diplomatici per raggiungere l'obiettivo di fermare la costruzione di quel muro”. Ma il dissenso non è solo di parte messicana. Anche il capo dei democratici nel Senato, Harry Reid, ha espresso il suo disaccordo avvertendo saggiamente: "Possiamo costruire il muro più alto del mondo, ma questo non metterà in ordine il nostro fallimentare sistema d’immigrazione".
I dubbi americani non sono solo di natura ideologica, ma riguardano anche e soprattutto il lato pratico. T. J. Bonner, direttore del National Border Patrol ha esposto i suoi dubbi al giornale Times: "La barriera non farebbe nulla contro l'immigrazione clandestina; è il numero del personale di controllo che incide sulla diminuzione degli ingressi illegali". Inoltre sono molti ad avanzare dubbi di natura economica, sostenendo che l’enorme spesa non giustifica un’opera simile.
Ovviamente sono stati i diretti interessati a far sentire maggiormente la loro voce: tanti messicani, ma anche equadoregni, boliviani, tutta la galassia dell’immigrazione clandestina e non, che negli ultimi tempi è scesa in piazza più volte. Per reclamare più diritti e migliori condizioni di vita, per manifestare il suo dissenso verso la nuova politica sull’immigrazione poi.
La prima occasione è stata quella della festa del primo maggio, poi il 25 marzo a Los Angeles, ed anche l’8 settembre in molte città statunitensi. In tutte queste circostanze la partecipazione è stata nutritissima, tanto da trasformare in realtà quello che il regista Sergio Arau aveva solo immaginato nel suo “Un dias sin Mexicanos”.
Ma non sono pochi a pensare che in realtà il progetto della barriera sia stato uno spot elettorale per le elezioni di mid-term svoltesi il 7 novembre scorso. L’entourage del presidente Bush, conscio delle difficoltà politiche (peraltro confermate dall’esito del voto) causate soprattutto dalla scelte di politica estera, la guerra in Iraq in primis, gli avrebbe consigliato di firmare la legge proprio in prossimità della tornata di votazioni per garantirsi i voti degli ambienti più conservatori sella società americana. Tuttavia, nonostante la probabilità che quest’opera non veda mai completamente la luce, il tema immigrazione animerà il dibattito negli Stati Uniti e sarà un nodo centrale nella campagna elettorale che inizierà da qui ad un anno per l’elezione del nuovo Presidente.
E’ impensabile infatti un buon andamento dell’economia statunitense senza i lavori degli immigrati e soprattutto le loro braccia. Il Presidente stesso ha ricordato al momento della firma che “gli Stati Uniti sono un Paese d’immigrati”, dichiarando inoltre che “gli immigrati sono lavoratori seri che hanno impieghi che gli americani non vogliono e contribuiscono così alla vitalità economica del nostro paese”. Quello che però emergerà, al di là dei muri, sarà come verrà risolta, o come in campagna elettorale verrà proposta di risolvere, la regolamentazione degli ingressi regolari (e non). Lo stesso Bush avrebbe preferito inserire la legge per il finanziamento della barriera in un disegno di legge più ampio. L’idea dell’attuale presidente sarebbe quella di istituire la figura del “lavoratore ospite”, dando permessi di soggiorno “a termine” agli immigrati che vanno ad occupare posti di lavoro non ambiti dagli americani e che si impegnano a rientrare in seguito nei loro Paesi. Quello infatti che i grandi media non ci diranno illustrandoci la campagna dei candidati sarà che ciò di cui gli USA hanno bisogno è forza lavoro e non nuovi cittadini. Questa forza lavoro a basso costo deve fungere da ottimo deterrente nei confronti delle richieste e del valore del lavoro interno e da qui quindi nasce l‘esigenza di “regolare” i flussi in entrata e non bloccarli. 
Se, per assurdo, la barriera venisse realmente costruita e questa bloccasse tutti i 600,000 messicani che ogni anno tentano il passaggio della frontiera in maniera illegale, l’economia statunitense andrebbe a rotoli.
Oltre la demagogia che è alla base del progetto e la non curanza dei diritti umani (moltissimi hispanici perdono la vita durante la traversata), quello che risulta ancora più inaccettabile è che il mercato imponga sempre maggiori libertà per la circolazione delle merci con effetti devastanti sulle economie in via di sviluppo (proprio quello che succede tra il Messico gli Stati Uniti), restringendo invece quelle delle persone. Credo sia profondamente ingiusto creare  prigionieri senza aver commesso reato, carcerate innocenti, nuovi schiavi della loro povertà. La comunità internazionale, pronta nel dichiararsi tutta americana quando la società statunitense è stata attaccata duramente, dovrebbe oggi sentirsi tutta messicana, dovrebbe schierarsi al fianco di tutte quella società che invece si vorrebbero rinchiudere in ghetti, più o meno dorati.

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