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derbyLa partita Lazio-Roma, disputata il 22 marzo del 2004 allo stadio olimpico della Capitale, si è conclusa, come sappiamo, dopo quarantacinque minuti di calcio giocato e relativo avvenimento -presto mediatico- che vede protagonista una “leggenda metropolitana” diffusa tra gli spalti e poi anche tra i giocatori stessi.

Si dice che un bambino sia stato ucciso da una macchina dei carabinieri. Sebbene si dia presto smentita, il pubblico romano rifiuta di continuare a vedere una partita che “non s’ha da fare” (permettetemi questo piccolo rinvio manzoniano!) e, dopo aver convinto squadre, arbitro e presidente di Lega, una parte di loro decide di operare vendetta. Questi i fatti precedenti all’arresto e rilascio di quattro ragazzi tifosi romanisti, precedenti al lavoro di “ristrutturazione” esterno-interno dello stadio, precedenti alle visite in ospedale di feriti, non solo appartenenti alle forze dell’ordine, precedenti al rinvio della partita a data da destinarsi. Come detto, il piccolo gruppo si schiera dalla parte del debole e decide di combattere. Bisogna ora fermarsi e riflettere sul motivo di quest’azione e se questa sia veramente altruistica, come fanno inizialmente intendere.
Quello che possiamo fare prima di tutto, è osservare quanto sia diverso il comportamento emesso dalla tifoseria sugli spalti da quello emesso da questo piccolo gruppo. In entrambi i casi un impulso tipico della razza umana, l’aggressività, si esplicita con tutto il suo impeto e veemenza. Per definizione, questo tipo di istinto primordiale, vive nascosto dentro ognuno di noi e, in situazioni specifiche e del tutto particolari, decide di presentarsi al di fuori dell’individuo stesso. Come sappiamo, ci sono diverse forme di aggressività che, nella sua forma tipica, si concretizza nella violenza fisica verso un individuo o un gruppo. Dall’altro, questo tipo di aggressività può mescolarsi con quella psicologica ed il lottare contro una determinata istituzione ne è un chiaro esempio.
In questo senso, lo stadio rappresenta un’evidente metafora di un sistema sociale: nei posti numerati e nelle tribune centrali possiamo trovare i ceti medio-alti, nelle tribune laterali e nei posti non numerati  la piccola borghesia, infine nelle curve troviamo i giovani e i gruppi marginali. Ciò che però differenzia uno stadio dal sistema sociale è la possibilità nel primo di vendicarsi della realtà vissuta nel secondo: a svolgere un ruolo trainante e da leader non è più il borghese o la tribuna d’onore, ma i ragazzi “capi della curva e dei club” delle diverse squadre. E così, impulsi che nella vita quotidiana tenderebbero ad essere celati e controllati, si esprimono in trasgressione delle norme e microdelinquenza. Questa trasgressione vale tanto per i territori occupati –in casa o in trasferta- quanto per i tifosi delle squadre avversarie o per i rappresentati di grandi istituzioni come il caso delle forze dell’ordine. Queste ultime, in una realtà –quella dello stadio- così diversa dalle altre entità sociali, si trasformano nel gruppo debole.
Il tifoso si sente appartenere a un gruppo i cui simboli di forza e di credo sono striscioni creativi e cori di incitazione per se stessi e per la propria squadra. Si crea un attaccamento sicuro e indistruttibile che fa paura all’amico e all’avversario, sia esso un’altra squadra, un singolo giocatore o un responsabile. L’aggressività, non fa altro che evidenziare in maniera fisica la forza e la coesione del gruppo i cui portavoce si “prestano” per difenderlo contro l’ingiustizia sociale e, forse, contro la proprie paure ed insicurezze.
In tutto questo i Mass Media. Si ricercano emozioni forti, non necessariamente nuove, ma in grado di coinvolgere se stessi in ciò che si sta leggendo o guardando e i mass media ci stanno. Creano o rafforzano una realtà che ha tutte le credenziali per coinvolgere lo spettatore, ma lo fa in maniera ambivalente, operandosi per farla conoscere al mondo e provocare sentimenti di appartenenza ed allo stesso tempo, si rifiuta di riconoscere e accettare il comportamento o la situazione trasmessa come normale accadimento nella vita quotidiana. Dal canto suo il tifoso trova in tutto questo un messaggio di giustificabilità di una possibile azione offensiva che verrà riconosciuta e amplificata. In questo modo la ricerca delle emozioni e dell’aggressività da parte dei tifosi e la legittimità -ambiguamente non tollerata- da parte dei mass media, permettono di rafforzare l’immagine dello stadio come scena di eventi pericolosi.
Bibliografia
Roversi A., Calcio, tifo e violenza. Il teppismo calcistico in Italia, Il Mulino, Bologna, 1992

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