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III. Conclusioni: ma allora “cos’è questo Pd?”
Terminato l’ultimo (sia in senso temporale che in termini assoluti) Congresso del partito dei Ds, posso dire di essere stato incuriosito in modo particolare. Ho assistito televisivamente ai discorsi dei leader più importanti, con atteggiamento critico verso la costituzione del Pd, ma con la curiosità di capire bene i motivi e i meccanismi della sua genesi, ponendomi anche in una prospettiva storica. E così sono andato a rivedere per sommi capi la lunga storia del Partito Socialista Italiano, le sue scissioni (tante), i suoi tentativi di unione (pochi), il suo infinito dibattito tra la corrente riformista e quella massimalista. Durante questo ripasso ho notato come, storicamente, il dibattito tra le varie correnti, a cui bisogna aggiungere anche il filone comunista, sia stato incentrato sui mezzi per intervenire sulla realtà sociale, di quali fossero gli strumenti migliori per cambiare la condizione degli esseri umani. Rivoluzione o partecipazione a governi borghesi? Violenza o adesione alle istituzione democratiche? I riformisti di allora cambiavano per cambiare la società, i riformisti di oggi cambiano perché il mondo è cambiato, semplicemente si adattano. Quindi sbagliavo quando ho scritto che “di fronte a problematiche nuove bisogna avere il coraggio di cambiare e dotarsi di strumenti nuovi”, se si cambia solo per sopravvivere. Lo ha detto chiaramente Fassino nella sua relazione, elencando i cambiamenti che sono intervenuti nelle società contemporanee, ma senza chiarire gli strumenti di cui il Pd vuole dotarsi per intervenire su tali mutamenti.  Una canzone di pochi anni fa diceva: “come si cambia per non morire”.
Nella storia della Sinistra, soprattutto quella italiana, le scissioni sono state molte. Non sono mancati però i tentavi di riunire le forze, di aggregarsi nuovamente sotto una sola bandiera. È successo così tra il 1923 e 1924. All’epoca, e come a lungo fu nella storia d’Italia, i partiti socialisti erano due, il Nuovo PSU di propensione riformista e il PSI di tendenza massimalista. Il tentativo di unificazione però non avvenne tra questi due movimenti, bensì tra il PSI e il PCd’I. Uscita infatti la corrente riformista dal partito socialista nel ’23, vi erano pochi impedimenti all’unificazione con i comunisti. Quando l’accordo sembrava raggiunto (sottolineo che i due partiti provenivano da culture politiche simili) intervenne il  socialista Nenni, caporedattore de “L’Avanti!”, che dalle colonne del giornale si oppose alla fusione scrivendo:
“Non si liquida una Partito come un fondaco di mercante. Non si decide la fusione, senza che i due partiti alla prova dei fatti, nel duro combattimento, abbiano via via superato il ricordo delle antiche divisioni e dei superati dissensi, senza che fra le masse dell’uno e dell’altro Partito sia intervenuto quel cordiale affiatamento dal quale soltanto la fusione poteva derivare…Una bandiera non si getta in un canto come cosa inutile. Si può anche ammainare, ma con onore, con dignità, per un processo spontaneo di sentimenti.”
Credo che, se Nenni fosse ancora vivo, avrebbe usato parole molto più dure per commentare l’ultima fase della sinistra italiana. Si sarebbe sconcertato per la facilità con cui la maggiore forza di sinistra ammaina la sua bandiera, supera la fase di coppia di fatto per unirsi in matrimonio con un’altra forza politica i cui punti di vista sono diametralmente opposti su alcuni temi cruciali, conclude, con una fase congressuale, un dialogo che tra la base non è mai iniziato sulla nascita e sulle sorti del nuovo partito.
La questione della fusione, che sia stata “fredda”, come l’ ha definita qualcuno, o meno, è solo il primo aspetto. Quello di primaria importanza riguarda soprattutto i contenuti. Un elettore diessino, prima ancora pidiessino e che era comunista, di buona preparazione culturale, lettore di quotidiano (quello più in voga tra gli elettori del centro sinistra d’oggi), dopo che gli ho detto che stavo seguendo il Congresso DS e la nascita del Pd, mi ha candidamente chiesto: “davvero, allora mi spieghi che cos’è!”. Penso che il capitolo relativo ai contenuti sia il più difficile da affrontare. La sindrome del centro-sinistra degli ultimi anni è stata, dal mio punto di vista, la mancanza di chiarezza. Finiti i cinque anni di opposizione, dove la comune avversione nei confronti di Berlusconi era l’unica caratteristica certa, è iniziato quel lungo periodo di indecisione e di cerchibottismo. Fase cominciata dal momento della stesura del programma e che ancora dura con la presenza al governo. Una botta al cerchio e uno alla botte, necessità irrinunciabile per tenere insieme una coalizione così vasta e poco omogenea. Una presa di posizione sulla laicità e una strizzata d’occhio al Vaticano. Una dichiarazione bonaria nei confronti del sindacato e un incontro chiarificatore con Confindustria. Questo eterno balletto sarà da oggi trasferito all’interno del Pd, o meglio nel dibattito della sua Costituente. Finora nulla è stato chiarito, ad iniziare dalla sua collocazione europea. E’ stato interessante osservare che mentre dal congresso dei DS Fassino affermava che una pregiudiziale per la costituzione del Pd era la sua collocazione nella famiglia europea del PSE, Rutelli rispondeva che il nuovo partito non sarebbe mai stato posizionato nell’ambito socialista; mentre il primo sosteneva la candidata socialista alle elezioni presidenziali francesi, il secondo gridava il suo appoggio all’esponente centrista. In mezzo i futuri elettori, a chiedersi “che cos’è questo Pd?”.
Già il nome è poco esplicativo. Credo un nome debba caratterizzare immediatamente qualcosa, in particolar modo un partito politico. Chiaro è il richiamo al Partito Democratico americano (come ha sottolineato Paolo Mieli in un editoriale del “Corriere della Sera”, entusiasta per l’imitazione di quel modello). Per il resto, qual è l’elemento distintivo rispetto alle altre forze? E’ dal 1946 che in Italia non esistono partiti non democratici (elusi ovviamente i movimenti terroristici).
Resta forte il dubbio sulla validità e sulla forza di questo partito, nato forse senza una base forte, troppo proiettato in futuro assai incerto. Oppure no. Rimane vera quell’anomalia di un partito nato da forze di governo, già sottolineata in altri articoli. Se il Pd è stato partorito per cementare le due maggiori forze di governo, è un partito che è nato morto o per lo meno destinato a durare poco. Il tempo di una legislatura, o poco più.

 

 

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