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II. Secondo giorno: i contrari Mussi e Angius
Il giorno dello strappo di Mussi. Del discorso misurato di Angius. Eccolo il secondo giorno dell’assise diessina, con gli interventi dei rappresentanti di quel quarto di partito che non si riconosce nel Partito Democratico.
Carico di pathos l’intervento del ribelle Mussi. Il piccolo Fabio non se va, ma “si ferma qui”, non segue il partito in quello che giudica un percorso in un vicolo cieco, “una strada che non porta la Sinistra a rinnovarsi ma a perdersi”.
Molti osservatori hanno detto che quello di Fassino è stato un discorso incentrato sul futuro, apprezzandone questa caratteristica; e se lo sguardo del segretario è rivolto al futuro, quello di Mussi non è sicuramente girato al passato. Certo i richiami all’identità, alle radici sono stati più frequenti. Credo però che Mussi abbia ragione, e molta, quando dice: “non mi si dica che, se si cerca il legame tra passato e presente, si parla di cose incomprensibili a chi avrà 20 anni nel 2010. I giovani ci portano mondi nuovi, e noi dobbiamo sempre esortarli alla storia: a ricostruire incessantemente la memoria collettiva, conoscere le radici, comprendere i risultati dei processi storici, e i “sentieri interrotti”, le cose che avrebbero potuto essere e non sono state. Cancellare le tracce, è diseducativo. Quando il Moderno si presenta come “il Nuovo” assoluto, in verità è già decrepito.”
Anche il ministro sottolinea l’anomalia di un Partito che nasce quando chi lo propone è al governo affermando: “sono i partiti che fanno i governi, non i governi che fanno i partiti. E i partiti vivono anche nelle sconfitte, non sono fatti solo per la vittoria. E sono soggetti identitari, non solo programmatici.” Aggiungendo: “quando qualcuno ti chiede: chi siete?, non basta rispondere: siamo tanti”.
Non è un discorso rivolto al passato, ma alla identità della sinistra italiana. E non è un ragionamento di un uomo non coraggioso. Rivendica la sua partecipazione alla svolta, ben più importante, del 1991, quando fu deciso di trasformare il PCI in PDS. Oggi però Mussi si ferma. Rimane lì mentre osserva il partito spostarsi verso il centro, rimane dove il partito non vuole più stare; nel limbo di una sinistra socialista, laica, di governo. Lavorerà il piccolo ministro piombinese nell’ampio spazio lasciato alla sinistra del Pd, per una costituente di tutte le forze che nella nuova formazione politica non si riconoscono.
Un po’ più dimesso, ma non privo certo di argomentazioni valide, è sembrato il discorso di Angius, firmatario della mozione “Socialista e Democratico”. Il politico sardo non è affascinato dal progetto del nuovo partito, soprattutto così com’è e snocciola lungo il suo intervento tutti i propri dubbi.
“Possiamo assumere una nuova iniziativa politica?”; poiché un gruppo parlamentare esiste già, l’Ulivo, “cosa cambierebbe con il Pd? Pensiamo forse che fatto il Pd noi potremmo evitare le sortite di Rossi o di Turigliatto? O pensiamo di arginare dall’altra parte le incontinenze di Mastella?”.
Torna sul tema forse più caro a chi dubita del Pd, quello affrontato pure da Mussi: la laicità. Sottolinea che “quando le gerarchie della Chiesa sollecitano i cittadini italiani che esercitano funzioni pubbliche a rispettare i precetti del magistero, siamo al limite della violazione della Costituzione”. Avrebbe voluto “un’impronta laica più forte, un partito federato che senza sciogliersi cercasse di unire le politiche, le culture politiche del riformismo italiano, quella socialista, laico liberale, cristiano democratica, ecologista, aperto di più ai movimenti moderni dal femminismo alla non-violenza.”
Rimarrà all’interno del Pd. O meglio, lui e la sua corrente attenderanno la conclusione dei congressi di DS e Margherita, e poi deciderà.
Queste le altre due mozioni che rispondono alla domanda degli aderenti al Pd “e ora dove andrete?”, come ha detto Mussi nel suo discorso, “dove andate voi, compagni della maggioranza.

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