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I. Primo giorno di Congresso: la parola a Fassino
Ho seguito la costruzione del Partito Democratico, che unirà gli ormai vecchi partiti dei DS e della Margherita, con fredda attenzione. Con l’interesse di chi affronta quotidianamente studi politici e con la freddezza di chi non è attratto da tale progetto.
Dopo molti mesi, numerosissimi editoriali e articoli di giornali, dopo le solite dichiarazioni delle migliaia di esponenti politici, le battutine contro e i distinguo a favore, finalmente, con l’apertura del 4° (e ultimo) Congresso dei DS, la relazione del segretario Fassino e il primo giorno di Congresso, si può cominciare a parlare sulla base di argomenti più concreti.
Come ho già detto, personalmente l’idea del Pd, non mi affascina, la sua costituzione non mi ha coinvolto e non suscita in me grandi aspettative. Nonostante ciò, non si possono chiudere gli occhi di fronte ad un evento di portata storica. Quello che si sta formando si candida ad essere un pilastro della vita politica per i prossimi anni e non solo un cartello elettorale in vista di prossime elezioni; il partito vedrà l’incontro di due culture politiche che hanno percorso e segnato l’intera vita repubblicana: quella comunista e quella democristiana.
Nei mesi passati, nonostante questi aspetti siano stati notevolmente sottolineati, sui giornali si sono susseguiti commenti non sempre favorevoli, tanto che nel mondo politico anche tra esponenti stessi dei DS e della Margherita ci sono state delle divergenze.  Nei giorni scorsi Nicola Rossi ha scritto sul “Corriere della sera” che il Pd nascerà forte solo se sarà “libero di riflettere sulla società italiana”, “libero di separare i propri destini da quelli del governo”, “libero di darsi una leadership diversa e distinta dal gruppo che nell’ultimo quinquennio è riuscito nella impresa non facile di trasformare un’opzione carica di potenzialità e di promesse in una necessitata fragilità”, “libero di darsi una linea politica diversa da quella che negli ultimi anni ha regalato al Paese cinque anni di governo delle destre e cinque governi di centrosinistra per ragioni diverse tutti pericolanti”. E’ evidente che l’economista non ha trovato queste caratteristiche nella fase costituente del Partito.
Sempre il “Corriere” ha pensato bene di proporre uno schema per presentare le anime del futuro partito: la schematizzazione, proposta graficamente a forma d’albero, occupava ben due fogli interi di giornale. Devo dire che alla sola vista è comparso sul mio viso un piccolo ghigno. Ho pensato: “questo dovrebbe essere un partito nato da una fusione?” ( lo stesso pensiero di De Mita che si chiede se la nuova forza sia aggregatrice o generi frammentazione). Il ghigno si è trasformato in aperta ilarità alla lettura di alcune tra le 23 definizioni: dem-dem, rutelliani teo-dem, intransigenti (non si capisce bene riguardo cosa). Mi chiedo: come può entusiasmare un partito che per comprenderne le diverse anime occorrono, come minimo, una laurea in scienze politiche, una in teologia e un’altra in scienze dell’immaginazione?
Per non parlare poi dei dissidi all’interno dei DS. Mussi abbandonerà il partito, accompagnato da circa il 15 % dello stesso, mentre Angius, che come Mussi ha presentato una mozione alternativa a quella di Fassino, rimarrà all’interno. Ma anche tra i sostenitori del Pd si levano voci critiche. Veltroni ha sostenuto che la fusione sarebbe stata “fredda”, sensazione che si respira senza dubbio tra la base, nonostante la mozione fassiniana abbia raccolto il 75% dei consensi.
Ma tutto ciò appartiene al passato. Ora che Fassino ha parlato credo sia giusto concentrarsi sulle sue parole e sul modo in cui le ha dette. Questo secondo aspetto mi ha colpito particolarmente. Il segretario dei DS è uno dei pochi esponenti politici che ancora crede in quel che fa e che dice. Vive in prime persona i suoi discorsi, e quello del Congresso è stato forse uno dei più importanti della sua vita; argomenta per convincere, si appassiona per appassionare, il suo fisico è testimone del suo impegno. Credo che Fassino sia uno degli ultimi politici di cui la gente si fidi. Non ha la supponenza o lo sguardo furbo di D’Alema che ogni volta che lo guardi pensi “non so come, ma ora mi frega”; non fa ragionamenti alla Mastella (memorabile il suo commento: “ora che DS e Margherita si fondono dovranno spartirsi le poltrone, non penseranno mica di prendere tutto per loro”). E così devo dire che a caldo, mentre ascoltavo le sue parole, mi sono fatto trascinare, convincere, gli ho creduto. Quando gli sentii dire quest’inverno durante un incontro di presentazione della sua mozione che eravamo in un’epoca di cambiamenti epocali e che vi era la necessità di scelte coraggiose, credevo stesse esagerando, anzi si stesse dando delle arie proprio per giustificare un’operazione politica che non capivo e di cui non sentivo il bisogno. Invece, quando ha formulato gli stessi concetti durante il Congresso ho avuto una sensazione diversa. Quando ha detto che nel bagaglio delle esperienze del ’900 “non troviamo oggi le lenti, gli attrezzi, gli strumenti per leggere e agire in un tempo nuovo in cui tutti i caratteri della società – modo di produrre, di consumare, di lavorare…- sono cambiati profondamente”, gli ho dato ragione. E anche quando ha aggiunto che è mutata la geografia economica e politica del pianeta, persino il clima ha subito variazioni imponendo di ripensare l’uso delle fonti energetiche. E che di fronte a problematiche nuove bisogna avere il coraggio di cambiare e dotarsi di strumenti nuovi.
Poi però, a freddo, ripensando a quelle parole e a quell’atmosfera, leggendo i quotidiani del day after, sono sorti in me molti dubbi.
Partendo dai commenti dei giornalisti nostrani, credo sia ingeneroso giudicare un tale discorso partendo dalle parole o dai nomi non detti. E’ vero che sono le parole non dette a pesare di più, ma sottolineare, come ha fatto Mazza, direttore del Tg2, che Fassino non ha citato Occhetto non mi sembra utile. Meglio ragionare sui concetti. Gian Antonio Stella, sulla pagina più importante dei quotidiani italiani, la prima del “Corriere”, nota come nemmeno “Berlusconi”, “operai”, “fabbriche” sono state parole nominate, e queste ultime due mi sembrano un po’ più importanti. Del resto anche “L’Internazionale” e “Bandiera Rossa” hanno lasciato il posto all’Inno di Mameli e a un più politically correct “Over the Rainbow”. Poi però acutamente Stella sottolinea come Fassino abbia dovuto nella sua relazione fare i conti con una parola (questa si pronunciate molto spesso) di enorme peso: socialismo. E aggiunge come il segretario abbia dovuto confrontarsi con questa parola sotto ben quattro aspetti: il primo, per rassicurare Mussi e fare un estremo tentativo per trattenerlo; il secondo per rassicurare Rasmussen (presidente del Partito Socialista Europeo) e Papandreou (Presidente dell’Internazionale Socialista); il terzo per convincere i socialisti della diaspora ad avvicinarsi al Pd; il quarto, evidenzia Stella, per “far digerire questo continuo appello al socialismo a chi nella Margherita ha già detto e ridetto di non avere alcuna intenzione di entrare nel Pse e men che meno nell’Internazionale Socialista”. Se infatti la fusione è da molti ritenuta un evento importante, altrettanto numerosi sono quelli che dubitano della coesistenza di esponesti provenienti da culture così diverse, soprattutto in tema di laicità. Il dubbio è che ne esca fuori un frullato, contenente tutto e il contrario di tutto (confronta il Programma dell’Unione per le elezioni politiche 2006), dove ogni concetto sia diversamente interpretabile da chiunque lo legga.
Molte critiche vengono mosse dalla sinistra del nuovo soggetto politico. Così il direttore de “Il manifesto” sottolinea la novità di questa genesi: la nascita di un nuovo partito da forze che si trovano al governo. Gabriele Polo rileva come “di solito, si fa un partito, si pongono degli obbiettivi e si cerca di portarli al potere. Qui invece, il nuovo soggetto politico nasce dentro il potere, per dare maggiore stabilità al governo”. Penso che questa critica sia corretta. Ripensando poi alle parole di Fassino riguardo a Dico, guerra, politica economica, mi chiedo se per attuare tali scelte non sia sufficiente stare al governo e perché occorra formare un nuovo partito.
Un altro dubbio è meramente numerico: facendo un pensiero abbastanza banale, il nuovo partito dovrebbe raccogliere, come base minima, i consensi pari alla somma di DS e Margherita. Ripeto, come minimo, perché al di là di ogni discorso ideologico, la primaria funzione di un partito è quello di raccogliere consensi, quindi voti, e chi dà vita al Pd ha sicuramente l’intenzione di allargare la propria base elettorale. Giorni fa il “Corriere” ha pubblicato un sondaggio che dava il Pd al 23% dei consensi. A chi chiedeva ai dirigenti dei due partiti se fossero allarmati da tale cifra, la risposta è stata unanime: “come si fa a fare un sondaggio su  un partito che ancora non è nato?”.
Bene, se fossi un dirigente Ds o Margheritino mi preoccuperei eccome. Primo perché il Pd sarebbe un’esigenza solo di un italiano su 2 e non è, come ha detto Fassino, “una necessità storica, non un esigenza dei DS o della Margherita o di un ceto politico. È una necessità del Paese”.
Secondo, perché se fossi un imprenditore, prima sonderei il mercato sulle nuove esigenze, su quali prodotti potrebbero interessare i consumatori, non dopo, quando magari il prodotto si è rivelato un flop. È pur vero che un partito politico non è un prodotto commerciale, che gli elettori non sono consumatori, ma i sondaggi su un partito che ancora non c’è si possono fare, e personalmente terrei in seria considerazione i risultati.
E’ stato solo il primo giorno di congresso. Chissà cosa riserveranno gli altri.

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