testimonianze anti dopingRiflessioni sullo scottante tema del doping, attraverso le parole ascoltate meno di un mese fa durante la conferenza “Il doping della verità” tenutasi presso l’Aula Magna dell’università “La Sapienza” di Roma, in presenza di esperti di chimica, medicina, sport ed informazione, ma anche di testimoni diretti.

Un grande esempio di comunicazione libera, quello della conferenza “Il doping della verità”: un tema scomodo, quanto maledettamente attuale, dibattuto da personaggi altrettanto scomodi. Inizia l’ex calciatore Petrini, autore di “Scudetti dopati”, che con la sua voce toccante e cavernosa, affronta finalmente la verità, dopo quasi trent’anni di colpevole silenzio: “Partita Spal - Verona. Negli spogliatoi arriva il medico con una boccetta il cui contenuto è chiaro (…)Con quella roba toccavamo il soffitto, non sentivamo più la fatica e in campo riuscivamo a fare cose davvero meravigliose”. Ci racconta i momenti di gloria falsata, gli aiuti di medici senza scrupoli, fa nomi e cognomi di chi ancora oggi continua a gestire squadre vincenti con tanto di processi alle spalle (uno su tutti: Luciano Moggi), si ostina a descriverci i risultati così dannosi di quel cocktail di sostanze che gli hanno fatto assumere, tirando le somme della sua esistenza e di quella degli altri giocatori che erano con lui: “Quattro dei miei compagni di quel tempo non ci sono più ed io ho avuto un tumore al cervello cinque mesi fa.”

Resoconto agghiacciante, schietto, che non può non lasciare un segno, soprattutto se a rimarcarlo sono medici che in prima persona hanno visto, saputo, sentito. E raccontato, anche  a costo di rimetterci la carriera. E’ il caso di Sandro Donati, Responsabile Sport Associazione Libera nonché Consulente della Procura Nazionale Anti-Mafia, che segnala l’estrema soluzione di continuità rispetto alla testimonianza apparentemente datata di Petrini, oltre a svelarci interessanti retroscena legati al laboratorio antidoping, il cui processo di falsificazione di analisi è stato bloccato dall’intervento della magistratura proprio grazie alle sue dichiarazioni al pm della Procura di Torino. Ed è ancora poco: quando lo sguardo si allarga dal mondo dello sport alla rete di traffici internazionali, eccoci di fronte alla vera caduta del velo di Maya, davanti a quella verità che tutti abbiamo intuito ma senza averne piena coscienza: “Di fronte all’internazionalità delle aggregazioni mafiose in Italia c’è un grande deficit di controlli, ad esempio sulla pericolosa sovrapproduzione di farmaci: su quattro prodotti solo uno è per il malato, gli altri tre sono per i sani che vogliono diventar malati, cioè gli sportivi”. E Donati si spinge ancora oltre, accennando che gli spettacoli infestati da muscoli in ogni dove potrebbero essere, così come lo sono stati i primi film di Schwarzenegger, finanziati dalla mafia italo-americana.

L’intervento del Dott. Botrè, Presidente della World Association of Antidoping Scientist, che si dichiara subito d’accordo con Donati sul fatto che  “il dato dei dopati d’Italia non è direttamente correlato al dato di laboratorio”, mira a sottolineare che il Laboratorio Antidoping non è un organo di tutela della salute, bensì un ferreo controllo anti-frode, controllo che tuttavia può essere invalidato con estrema facilità. Senza test a sorpresa infatti, continua Botrè, l’atleta può assumere sostanze anche cinque giorni prima della gara, senza problemi. E’ qui che interviene la consapevolezza dell’atleta, sostiene il Presidente della Commissione Scientifica Antidoping del CONI Luigi Frati, a cui è richiesta attitudine “ma anche sforzo e sacrificio, e allora ecco che si propone la scorciatoia più facile farmacologia. Questa è la verità che va detta sul doping. Non ci sono atleti ignari: nei processi del 94-95 il dottor Agricola lo ha testimoniato, gli atleti sapevano benissimo quali sostanze assumevano.” Coscienza sporca che non riguarda solo i grandi campioni, ma anche i ragazzi che su Internet possono acquistare tranquillamente quei prodotti (a rischio) per la crescita dei muscoli, e persino padri di famiglia, mette in evidenza Frati riportandoci una sua testimonianza: “E’ venuto da me un ragazzo cardiopatico, eppure un talento del calcio a 13 anni. Ebbene il padre invasato è riuscito a dirmi Lei sta impedendo a mio figlio di esordire in serie A!” Come vedete per questo e per tanti altri padri è più importante il calcio che la salute dei propri figli.

Tira le fila dei discorsi l’abile quanto agguerrito giornalista Andrea Di Caro, che denuncia l’omertà di una comunicazione “spartita e non libera”, sparando a zero anche su trasmissioni e quotidiani importanti, che tuttora preferiscono far finta di niente, oscurare una verità tanto fondamentale quanto, ribadiamo, scomoda pur di non andare contro ai propri interessi né ad amicizie altolocate. Perché è evidente che esiste da sempre un’enorme interconnessione fra i sistemi politico, economico e mediatico, per cui “se dici qualcosa sei un pazzo, un rompipalle come Zeman, un visionario come Donati. Il doping è un male gravissimo che va combattuto a tutti i livelli, da quelli verticistici che vi raccontiamo fino all’amatoriale, dove non c’è informazione. E se non c’è informazione non c’è prevenzione e purtroppo in Italia non c’è neanche repressione.”

Ribadisce il grave pericolo del doping amatoriale -quello fatto con rimedi praticoni del tipo caffè mischiato con aspirina- Vanessa Ranieri, Presidente dell’associazione Green Runners di Villa Ada, che  segnala come per le gare podistiche padri di famiglia siano disposti ad assumere sostanze pur di mostrare ai figli il loro valore, pur di prevaricare l’impresario ricco, pur di vivere un effimero attimo di gloria. Ma fu vera gloria? E’ davvero più importante vincere, pure a tali costi tanto elevati anche a livello di modello familiare? Ecco che il doping, da problema sportivo-politico-mediatico, si rivela infine virus letale di una società senza valori, che sceglie l’eccesso per correre, meglio se senza fatica, verso l’abbagliante mito del successo. Sempre che lo si raggiunga davvero.

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