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La percezione del fenomeno mafioso nel territorio nazionale, è stata caratterizzata dalla mancata visione delle donne in tale ambiente. Gli stessi studi sulla mafia, si sono limitati a riprodurre il desueto cliché della donna silente e inconsapevole degli affari del marito, esclusivamente relegata alla sfera domestica. Tuttavia, è sufficiente sfogliare le pagine dei quotidiani per trovare casi di donne implicate in contesti mafiosi. Tra i fatti registrati negli ultimi anni, ne ritroviamo tre particolarmente significativi, che riguardano il territorio di Capitanata e narrano di donne, che hanno fatto parte del mondo mafioso e che hanno scelto di collaborare con la giustizia.

La prima è Teresa, con il nuovo nome di Rosa, moglie del boss Mastrangelo di Cerignola, il secondo caso è quello di Rosa di Fiore, moglie del boss Tarantino di Sannicandro Garganico e il terzo è di Sabrina Campaniello, ex moglie di Emiliano Francavilla, boss foggiano.

Sono donne che provenendo da contesti mafiosi, in cui sono nate e cresciute o con cui sono venute successivamente in contatto, hanno scelto di denunciare i loro mariti e di affidarsi alla giustizia, con il desiderio di affermare la propria individualità, contro la logica totalizzante delle violente e cruente regole della tirannia mafiosa, nella speranza di costruire un avvenire libero da essa.

Esse dopo la scelta coraggiosa, spesso accompagnata da un isolamento difficile da sopportare, hanno avuto la forza di andare avanti e riprendere in mano la propria vita. “La collaborazione si pone come una possibilità di crearsi un’alternativa di vita. Essa quindi può rappresentare un viaggio interiore che devono attraversare, diviene una sfida da ridefinire, senza modelli di riferimento cui ispirarsi o imitare.” (Strazzeri, 2016, p. 78).

Protagoniste di un medesimo gesto di rottura sono le “donne contro”, le “ribelli” a cui il sociologo Nando Dalla Chiesa ha dedicato parte dei suoi studi, sono quelle donne che nella maggior parte dei casi a seguito dell’uccisione violenta dei propri congiunti per fatti di mafia, hanno trasformato il dolore privato dal lutto alla testimonianza pubblica: è questa e già di per sé una rottura culturale.

“Sono donne che hanno sfidato la mafia per amore e con coraggio, dignità e fierezza si ribellano all’ ideologia dominante, infrangendo costumi e convenzioni, la loro richiesta di giustizia è un urlo universale in cui confluisce tutto l’amore ferito a morte”. (Dalla Chiesa, 2007, p.11).

Le ribelli più famose, passate alla cronaca sono: Francesca Serio, madre del sindacalista contadino Salvatore Carnevale, Felicia Impastato, madre di Peppino Impastato e Rita borsellino, sorella del giudice Paolo Borsellino. Anche la terra di Capitanata vanta la presenza di due “ribelli”: la prima è Giovanna Belluna Panunzio, nuora dell’imprenditore Giovanni Panunzio, ucciso dalla mafia foggiana il 6 novembre del 1992, e di Daniela Marcone, figlia del Direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, ucciso anch’egli dalla mafia il 31 marzo del 1995, oggi vicepresidente di “Libera, Associazioni, Nomi E Numeri Contro Le Mafie”.

L’antimafia sociale in Capitanata è intessuta di soggettività femminili ed è maturata in seno ad associazioni che interpretano e combattono le mafie adottando un’ottica antigiustizialista, improntata all’ antimafia sociale e culturale. Il loro impegno civile, la loro testimonianza non è solo un modo per piangere e far rivivere i propri morti, ma vuol dire rompere le catene dell’omertà e trovarsi in una nuova solidarietà che marcia sui sentieri della legalità e per la promozione della stessa.

È un processo di sensibilizzazione e di riqualificazione dello spirito pubblico. Il loro maggiore impegno è infatti quello di portare la loro parola nelle scuole alfine di educare i bambini e i ragazzi ai valori della legalità, onestà e solidarietà.

A ciò si accompagna anche la loro denuncia verso le scuole ubicate nei quartieri a rischio dove lo Stato dovrebbe investire, trasformandole in centri di eccellenza: le migliori metodologie educative per demolire e disperdere ogni fascinazione del mito mafioso.

L’antimafia culturale è la più forte risposta che uno stato moderno ed efficace può dare e potrebbe conseguire quei risultati a lungo inseguiti da Falcone. Il magistrato siciliano disse: “La mafia non è affatto invincibile.

È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.

"Questo pensiero realistico ci consegna la dimensione sociologica di Giovanni Falcone. Ricordarlo e sottolinearlo significa confidare che le mafie in quanto “fatti sociali” possano essere debellate. Nella sua carriere da magistrato, egli ha voluto sottolineare che è lo Stato, in primo luogo, a dover rendersi conto di questo fenomeno e ad impegnarsi per sconfiggerlo con tutti i mezzi che ha a disposizione.

Ognuno di noi deve però ricordarsi che anch'egli è parte dello Stato e deve dimostrarlo non con azioni eroiche, ma sostenendo le forze che si battono contro la mafia. Non bisogna creare eroi isolati ma un esercito di uomini che voglia davvero dar vita a un futuro risanato dalla malavita. Rita Borsellino è stata l’esempio più famoso di “Antimafia Femminile” nella nostra nazione; ha dedicato la sua vita alla ricerca della verità per la morte del fratello, e all’ educazione alla legalità per i più giovani. Ha rappresentato un punto fermo per migliaia di studenti, donne e cittadini, con eleganza, tenacia e passione. Tuttavia, la sua morte, avvenuta il 15 agosto 2018, è stata una morte silente, vi sono state poche celebrazioni e molto silenzio da parte dei media nazionali, della classe politica e della popolazione.

Questo dimostra quanto ancora c’è da fare per promuovere la legalità nel nostro paese. Senza il rilancio dell’antimafia sociale e di conseguenza culturale, non sarà possibile aggredire e disarticolare la solida presa del complesso mafioso nel territorio nazionale.

BIBLIOGRAFIA

• DALLA CHIESA N., Le ribelli. Storia di donne che hanno sfidato la mafia per amore, Malempo, Milano 2006.

• STRAZZERI I., La resistenza della differenza. Tra liberazione e dominio, Mimesis, Milano 2016.

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