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C'è posto per un figlio?

Per secoli i bambini sono “arrivati” quando “volevano". Oggi sempre più coppie riflettono prima di avere un figlio: se sono pronti, se possono permetterselo, se hanno vissuto sufficientemente la coppia.

Poter porsi questa domanda significa che:

  • si è entrati in un'epoca in cui la maternità non è più destino biologicamente ineluttabile o frutto di pressione sociale; ¡ è ugualmente importante il punto di vista del futuro genitore e quello del futuro figlio;
  • un figlio può essere desiderato “per lui stesso”, anziché come possesso dei genitori.

Significa anche:

  • che oggi una contraccezione efficace ha reso possibile sganciare la riproduzione dalla sessualità, aprendo la strada ad una sessualità vivibile di per sé, che non ha bisogno del sigillo della maternità;
  • poter procreare quando ci si sente pronti, più sicuri di sé e delle proprie decisioni;
  • avere un differente rapporto col proprio corpo, al quale oggi si chiede di avere un rapporto riconciliato; potendolo vivere nella sua interezza: di cui la maternità è una parte, di cui la sessualità è una parte; le due parti talvolta coincidono;

Occorre tenere conto, tuttavia, che per altri la maternità continua ad essere una situazione rassicurante, i cui significati profondi attingono al funzionamento del piano biologico e a modelli sociali consolidati nei secoli. Nel senso comune restare incinta significa automaticamente "essere madre"; e dunque l'interruzione volontaria di gravidanza è interpretata come il "rifiuto della maternità".

Ma in realtà la gravidanza può essere frutto di una inconsapevole:

  • curiosità del proprio corpo e del suo funzionamento procreativo,
  • potenzialità da sperimentare, quando ancora che c’è una progettualità sul figlio,
  • sfida verso la percentuale di possibilità di restare incinta,
  • desiderio di fecondità quale sintomo dell’ansia verso il tempo che passa ineluttabilmente, verso la menopausa.

Se gli obiettivi inconsci sono questi, non implicano automaticamente il sentimento di maternità, né quindi il desiderio di portare a termine la gravidanza.
Il figlio (reale o potenziale) obbliga quindi a “fare i conti” con aspetti profondi, spesso inconsci.
Altri “conti” sono da fare nella coppia, dove il desiderio di un figlio non sempre coincide con il desiderio di dare vita ad una persona, altra da noi, che avrà una vita sua propria.
Talvolta è piuttosto: tentativo di rinsaldare l’unione di una coppia traballante riscatto di errori precedenti risposta ad aspettative sociali o a pressioni dei parenti desiderio narcisistico.

Anziché essere desiderato “per sé”, il figlio può essere chiamato al mondo in funzione di qualcos’altro, servire cioè (nelle intenzioni) ad altri fini.
Tale impostazione renderà problematica la genitorialità e farà risultare difficile la necessaria maturazione verso un investimento oggettuale.
In realtà qualsiasi sia stato il percorso che ha portato la coppia e la persona alla maternità, è necessario che il “prim’attore” diventi il figlio e i suoi compiti di sviluppo. Ma questo non avviene automaticamente, è frutto di un processo di crescita dei genitori, talvolta faticoso o doloroso, ma sempre necessario affinché il figlio possa crescere come persona individuata e non solo come prolungamento dei genitori. (Si veda anche la comunicazione “Dall’innamoramento alla coppia”).

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