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Venerdì 21 Aprile,       workshop esperenziale 

 

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L'Eros

L’eros dunque è qualcosa di molto delicato, perché poggia in tutto questo, in questo delicato equilibrio di emotività, conoscenza, comprensione, ma anche di stimolo reciproco, di un percorso non concluso, di un porto, non d’approdo ma di passaggio. Nessun elemento di noi stessi può essere eliminato, nello stesso modo nessuna componente dell’altro e della relazione deve venir trascurata. L’eros arriva dalla vitalità, dalla vita vibrante, dalla pulsazione dei bisogni e dei desideri.

La sessualità e lo scambio totale quindi, saranno pienamente effettivi solo quando entrambe i membri della coppia saranno recettivi alla vita e allo scambio, altrimenti ci sarà una lotta, una competizione continua per stabilire chi conduce il rapporto, o semplicemente un’accettazione passiva e fasulla da parte di uno dei due.

Il concetto di Eros nella Grecia antica è sinonimo di pura forza ed attrazione, per Omero è un magnetismo irresistibile fra due persone, che può portare a perdere la ragione o alla distruzione. E’ solo successivamente che Eros diventa un dio, non più terribile ma divinità dell’amore, nonostante ciò possiede ancora un grande e pericoloso potere, vedi ad esempio le rappresentazioni di Euripide. E via via assume sempre connotati diversificati, in base alle origini attribuite, alle relazioni e funzioni. In Amore e Psiche rappresenta il futuro sposo di Psiche, che non deve essere guardato in volto, ma vissuto col sentire della notte.

L’Eros ellenico poi denota una relazione amorosa fra individui dello stesso sesso, solitamente un giovinetto ed un uomo più maturo. La relazione comprende solo in minima parte la relazione sessuale, per abbracciare fini educativi, a favore della futura vita pubblica. Successivamente, grazie a Freud abbiamo compreso più chiaramente come l’attrazione erotica, spirituale e fisica, può essere vissuta verso una persona dell’altro sesso, del proprio sesso, ma anche nei confronti della sua rappresentazione, questo ci ricorda l’importanza, l’investimento della qualità emotiva e mentale, che vi ruota intorno, complessificandone la natura. Inoltre, ancora sulla stessa scia possiamo guardare ciò che contraddistingue l’erotismo dalla pornografia. Nella pornografia si applica una separazione netta fra sessualità rappresentata ed emotività, generalmente esclusa, il sesso infatti è trattato e usato come un oggetto, che si compra, si baratta, si vende, si usa a proprio piacimento.

L’erotismo invece, è caratterizzato dalla presenza di un vissuto emotivo, di una relazione piena e complessa ed il sesso è parte integrante e inscindibile di esso. La tramutazione di questi concetti nel corso dei secoli, non ne modifica l’essenza di base, ovvero la complessità e l’interscambio di parti diverse. Tutto questo ci ricorda anche che parliamo solo di ciò che conosciamo, parimenti agiamo e siamo solo ciò che conosciamo, ciò che abbiamo sperimentato e ci appartiene profondamente. Ed è in visione di ciò, che una sessualità troppo precoce è assai restrittiva e prematura, poco compresa, talvolta abusata e dannosa.

Ci vuole tempo, esperienza, conoscenza, saggezza, sviluppo psico-educativo-emotivo perché la sessualità assuma un valore pieno ed uno scambio totalmente soddisfacente e reciprocamente costruttivo. Ci ricorda l’importanza della relazione, dell’impegno e della costruzione del legame, qualcosa di assai complesso e articolato, frutto di continuo investimento. Invece capita di pensare di poter saltare alcuni passaggi fondamentali, di comprare qualcosa che non è in vendita, di pretendere ciò che non ci siamo guadagnati, di vivere privi di alcuni elementi fondamentali. Sembra che sempre più, facciamo a meno di molte cose, compreso della sessualità, della relazione più piena, dello scambio emotivo, della profondità di noi stessi, dell’onestà. Mi viene da pensare alle tante coppie che, nonostante non presentino effettivi problemi di fertilità, ricorrono alla procreazione assistita. Spesso se si indaga a fondo, si scopre che il numero di rapporti è assai basso, talvolta quasi inesistente.

Questo lascia molto da pensare. Come si fa poi a dire: Non riusciamo ad avere un figlio! Eppure, queste persone ne sono convinti, perché ormai le cose sono andate avanti e hanno perso la radice della loro condizione, non si ricordano più da dove sono partiti, dei sogni, dei progetti, delle aspettative, del sentire vivo, della passione iniziale. Parimenti, l’adozione predispone ad una realtà troppo precoce per quella coppia, spesso immatura perché non ha compiuto tutte le fasi che si succedono in un normale processo relazionale. Non a caso, spesso i figli arrivati a noi attraverso l’inseminazione, attraverso l’adozione, portano alla separazione della coppia che non regge ad una serie di difficoltà, presentatesi in modo brusco, inaspettato e la coppia si trova impreparata ad affrontarli. Per poter vivere e superare i momenti critici delle coppie, legati alle varie fasi di crescita dei figli naturali, è necessario tutto un processo di trasformazione della coppia stessa, questo è ancora più evidente nelle situazioni di figli non naturali, dove le complicazioni ed i passaggi possono essere macroscopici. Del resto l’infertilità o la mancata gravidanza senza cause organiche, denunciano qualche intoppo nella coppia a livello emotivo e relazionale. La nascita di un figlio, comunque sia, ci pone di fronte ad un importante specchio di noi stessi, della nostra qualità emotivo-relazionale, del nostro modo di affrontare le cose, le persone, del modo di rivolgersi a loro, di guardarle. I figli impareranno non da ciò che diciamo ma da ciò che siamo, da quanto facciamo e da come lo facciamo, senza esclusione di colpi.

Tutto questo ci sorprenderà, ma è inevitabile, quando vedremo loro usare le nostre stesse frasi, le espressioni del viso, lo stesso modo di sorridere o di accigliarci, l’identico modo di esprimere la rabbia, la stessa quantità di energia nell’affrontare le cose. Tutto ci tornerà indietro come un bumerang. Estés citando la storia di Manawee, ci ricorda che per la donna selvaggia è necessario un compagno che sappia coglierne la sua duplicità, nella storia espresse dalle donne gemelle, rappresentati la parte femminile esterna, visibile ed esplicita e quella interna e sotterranea, guidata dall’inconscio. Solo l’uomo che è disposto a mostrare tutta la propria volontà nell’interagire con loro, che sappia trovare il loro nome e chiamarle, l’uomo che sa stare nel mondo esterno e sotterraneo, solo quell’uomo sarà in grado di meritarla e di goderne. La qualità della relazione sarà il primo elemento che ricadrà su noi e sui nostri figli. Quante volte, loro agiscono le dinamiche distorte? Quante volte, attirano l’attenzione con condotte anomale, con malattie e disturbi? Quante volte ci obbligano con il loro malessere ad andare a vedere il perché, il cosa sta succedendo? I figli spesso agiscono le dinamiche della coppia, “spingendoli” (se così si può dire) a separarsi o all’inverso a rimanere uniti. Certamente poi ognuno fa ciò che sente di fare e in base a quanto e come sappiamo dare, a come investiamo, avremmo un ritorno corrispettivo.

Possiamo credere di fare a meno di tante cose, ma il risultato sarà la privazione, sarà una relazione piatta, sarà una doppia vita, una dimensione segreta di noi, una parte inespressa, una parte sconosciuta anche a noi stessi. Alla fine, la cosa che ci appare più semplice e gratuita, in realtà è quanto di più importante ed impegnativo ci troviamo a vivere. La relazione con l’altro e prima ancora con noi stessi, misura il grado della nostra forza, della persistenza, dell’impegno, della consapevolezza, del desiderio che ciascuno di noi mette nel vivere. E del resto è proprio l’amore per l’altro che ci porta al cambiamento, che ci permette di farlo. Spesso infatti per amore di noi stessi ci rintaniamo nel nostro guscio e nella nostra insindacabile quotidianità, fatta di abitudini e di certezze cristallizzate, rimanendo ciechi e sordi alla vita e al cambiamento. L’altro invece, che ci mette di fronte alla sua diversità e ai suoi bisogni, ci impone di muoverci, di spostarci dalla nostra fissità, di guardare oltre, di comprendere e annusare aria nuova. L’amore che proviamo per l’altro ci veicola là dove non avremmo mai il coraggio e la forza di andare, o meglio dove noi crediamo che non avremmo mai il coraggio e la forza di andare.

Direi che è meraviglioso e misterioso come l’emotività, vada poi ad influire sul fare, sulla comprensione, sull’ampliamento delle conoscenze, sulla qualità relazionale ed emotiva stessa.
Parimenti l’assenza dell’altro da amare, l’assenza di una risposta emotiva dell’altro, ci pone di fronte ad una mancanza che ci muove a dismisura.
La forza della solitudine, del vuoto o all’inverso della pienezza, ci darà la misura di tutte questi elementi che ci mettono alla prova in continuazione e ci chiedono di esserci senza posa.

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