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Vorrei condividere alcune riflessioni sulle relazioni umane. Un tema di difficile trattazione, perché veramente vasto e di complessa definizione. Rileggendo del materiale sull’amore tantrico e sui chakra, ho pensato che questi elementi siano assai esemplificativi rispetto a ciò che succede nelle relazioni, in particolare in quelle fra i due sessi. Di fatto non so se sia proprio così, ovvero che vi siano punti nel nostro corpo dove l’energia assume determinati ruoli e significati (chakra), in linea generale mi sembra plausibile e in ogni caso, mi sembra un’ottima metafora per descrivere alcune funzioni umane e specifiche caratteristiche relazionali.

Molto spesso intorno a questi concetti si crea una certa confusione, un’informazione non del tutto completa e corretta.

Partiamo dal concetto di Tantra.
Il Tantra (Osho) non è una filosofia né una religione, bensì una predisposizione alla vita così com’è, si tratta di un modo di fronteggiarla privi del filtro mentale. La mente infatti, distorce la realtà, impedendoci di viverla per ciò che è.
Il Tantra quindi tende a dire Sì a tutto e non dice No a niente, perché il no produce conflitto.
Nel momento in cui si pronuncia il no rispetto a qualunque cosa, ci s’identifica con l’ego e s’innesca il conflitto.
Il Tantra ama incondizionatamente, ogni cosa fa parte del tutto e ha il suo posto nel tutto, che esiste come unità organica e non meramente meccanica. Affermando il sì nei confronti del tutto, scompare il conflitto, ci fondiamo con l’unità, ci sciogliamo perché non c’è più opposizione a niente, non ci sono più confini con cui scontrarsi. Il vero teista dice di sì a tutto, non solo a Dio, infatti il credente che dice sì a Dio ma no alla vita o ad una sua parte, possiede un credo che non ha valore, è solo superstizione, perché crea una scissione, nega il mondo per accettare Dio ed è una situazione paradossale e insensata. Come si può accettare il Creatore senza accettare il Creato?

Secondo il Tantra, chi rinuncia al mondo è egoista, pone l’ego al centro del mondo, dimenticandosi e tralasciando tutto il resto. Dicendo sì a tutto invece, si crea accettazione profonda e così, non può esserci che felicità. La vera accettazione però, non ha niente a che fare con il senso d’impotenza che impone di arrendersi e accettare in quanto ultima risorsa, in questo caso è una situazione di comodo, serve solo per salvare la faccia, rappresenta l’ultima risorsa prima del baratro. Non si tratta neanche del frutto della disciplina, di un’imposizione che, obbligando verso una data scelta, comporta una scissione. Anche in questo caso, si tratterebbe di un’apparente accettazione, che in verità nasconde un’interiore turbolenza.

L’accettazione tantrica nasce dalla sovrabbondanza e da una soddisfazione profonda, dall’unione del tutto. E’ una scelta, non una forzatura. Questo concetto di accettazione è strettamente connesso a noi stessi e agli altri, perché comporta l’accoglimento di ogni parte di noi. Non ha senso dire che una parte è buona e una cattiva, che uno è l’angelo, l’altro il diavolo, ogni elemento, che sia ira, tristezza, sensualità, avidità, dolcezza, tenerezza, ci appartiene e non può essere eliminata. Ogni pensiero, emozione, riflessione, fantasia, è nostro, niente è vergognoso o deprecabile, è solo ciò che è. Negare una parte comporta produrre senso di colpa e velenosa vergogna, la repressione di una parte di sé e l’ignoranza, l’inconsapevolezza di ciò che c’è. L’accettazione del tutto, comporta trasformazione, non distruzione.

Osho ci invita a riflettere sulla differenza fra rumore e musica. Si tratta delle stesse onde sonore, che pure producono un effetto assai diverso. Nel rumore non c’è centro, si tratta di una pura folla di note che non lascia scia dentro di noi, perché si succedono caoticamente, confusamente, senza senso, mentre quando le stesse note acquistano un centro, diventando un insieme organico, allora produrranno musica, qualcosa con una sua piacevolezza, con un andamento che parte da una parte e conduce lungo un percorso. Per cui, l’arte della musica consiste nel far entrare le note in un rapporto d’amore, diventando così, armonia. Non è la singola nota a fare la differenza, ma il suo rapporto col tutto, con ciò che la circonda e con il suo punto di riferimento. Lo stesso vale per noi stessi, se ogni cosa viene accolta e integrata nell’insieme di ciò che siamo, intorno ad un centro propositivo, allora si crea un’armonia di emotività, pensiero, fisicità, relazioni, ecc. Ugualmente per quello che ci riguarda come entità singole, rispetto al tutto. Tagliare via parti di noi indesiderate, vergognose, sbagliate, ci rende degli storpi. Tutto ci appartiene, l’errore ci insegna, lo smarrimento della retta via ci fornirà la gioia e l’importanza dell’illuminazione, ci porterà alla semplicità autentica. Il risultato porterà ad essere semplici, non sempliciotti. La semplicità infatti racchiude un’esperienza profonda e completa, un percorso che conduce alla scelta e all’arrivo in quella data condizione.

Parafrasando Nietzsche “Se un albero vuole innalzare i suoi rami fino al cielo, le sue radici devono sprofondare fino all’inferno”. Il grande e completo è tale perché ha sperimentato la voce della diversità, ha vissuto nell’assenza e nello sbaglio. Il sempliciotto invece è ignorante e superbo di una superbia vuota, non s’innalza al cielo realmente, perché non ha compiuto il suo percorso nelle profondità.
Ancora Osho ci mette in guardia da alcuni agiti, quali la recita di mantra, di preghiere, la pratica di riti, che non rappresentano accoglimento del tutto, meditazione, bensì un processo auto ipnotico, molto utile a calmare l’inquietitudine, una specie di droga sottile, che addormenta la mente e l’emotività e non fa entrare la vita, costituita da altro da noi. Aggiungerei che di droghe nel nostro tempo ve ne sono molte, pensate ai mezzi ipnotici quali TV, pubblicità, internet, cellulare, moda, lo sport, gli orientamenti politici, le ideologie, le teorie, i numeri, le statistiche, ecc. Siamo circondati da elementi che ci tengono appiattiti e quieti, che calmano la nostra vitalità, sotterrandola prima del tempo. E non è attraverso le scritture che s’impara la verità, non è attraverso la teoria o la vita vissuta da altri, la verità la si conosce perché si è vissuta, tutte le scritture del mondo ne danno solo conferma (Osho). Questo ci ricorda di vivere la vita per come si presenta, senza estraniarsi da essa attraverso il pensiero, l’intellettualizzazione, la distanza, ecc. La vita non sta nei libri, nelle teorie, nelle ipotesi, ma sta dove nasce e si sviluppa. Ora, tenendo conto di questo cappello conoscitivo, cerchiamo di vedere cos’è la relazione e come si sviluppa. Possiamo cercare di inserirla in quest’ottica, organizzandola in un tutto intero e complesso. Spesso infatti, capita che si dissezionino le relazioni, scindendole in elementi, decidendo ciò che va bene e ciò che non va, ciò che è maturo da ciò che è immaturo, ciò che è adeguato, morale da ciò che non lo è, eliminando parti della vita e di noi stessi.

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