Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

on lineQuando il governo americano negli anni verso la fine degli anni ‘60 inventò Internet per aiutare il paese a sopravvivere ad un possibile attacco nucleare, pochi avrebbero creduto che un giorno questo strumento militare sarebbe stato utilizzato per il lavoro, il commercio e divertimento.

Eppure questi aspetti sono soltanto una parte di quell’enorme “contenitore” chiamato Internet. Le distanze si sono accorciate, ed oggi la posta elettronica - chat e relazioni a lunga distanza sia per il lavoro che per il divertimento - fanno parte della vita quotidiana di un gruppo sempre più numeroso di individui. Tutte le professioni sono in qualche modo toccate da Internet, anche la psicologia. In un certo qual senso, Internet è perfino diventata una specie di arena per la terapia collettiva. Le persone tendono ad “aprirsi” in rete, parlare di più, e costruire minori barriere e non sono pochi gli utenti che si scoprono ormai più abituati a “digitare” che a “scrivere”.
All’interno di un percorso di counseling on line o, con tutte le cautele del caso, di una psicoterapia virtuale, lo studio sulla relazione virtuale si deve confrontare con l’ampia letteratura esistente a riguardo della relazione terapeutica per così dire “reale”. E’ una differenza di luogo e di strumenti, quella tra “reale” e “virtuale”, ma non di “essenza”. Nella relazione virtuale si riproducono gli stessi processi che sono soliti accadere nelle relazioni reali, sebbene possano suscitare reazioni notevoli e variegate, e a volte sorprendenti, soprattutto per il fatto che, a differenza delle relazioni reali, un incontro virtuale può essere del tutto anonimo, cioè con poche o nessuna possibilità di conoscere alcunché sull’identità della persona che sta dietro un determinato nickname (nomignolo).
Andando oltre la dimensione delle relazioni virtuali “comuni” (le semplici conoscenze e frequentazioni tramite email, chat, blog, forum), in una relazione terapeutica (o di counseling) virtuale generalmente non c’è un anonimato totale. Lo psicologo, ove possibile, pretende dei riferimenti più significativi del semplice nickname (email, eventualmente telefono, visione in webcam, microfono, ecc.) ,  e un serie di informazioni aggiuntive necessarie per svolgere la prestazione richiesta (consenso informato, anamnesi, informazioni su comportamenti, abitudini, ecc.). D’altro canto lo psicologo fornisce dati di riferimento al richiedente, secondo quanto suggerito dall’Ordine degli Psicologi (vedasi le Linee Guida per le prestazioni psicologiche via Internet e a distanza), al fine di offrire un servizio psicologico nelle migliori condizioni possibili e nel rispetto della deontologia.
E’ dunque lecito paragonare la relazione terapeutica virtuale, con queste premesse, alla relazione terapeutica reale.
Tralasciando la tematica, molto importante, della costruzione di un setting terapeutico adeguato alla dimensione virtuale e della messa a punto di strumenti idonei per poter offrire un servizio di psicoterapia on line o di webcounseling, vorrei qui fare un passo avanti e soffermarmi su un possibile modo di impostare la relazione virtuale terapeutica in sostituzione di quella reale.
Magari in un futuro più o meno prossimo la nostra vita on line sarà molto più continuativa e intensa di quanto lo sia adesso. Le connessioni (con le nuove tecnologie) saranno permanenti e con facilità potremo comunicare, anche in visioni tridimensionali, con persone non fisicamente presenti ed interagire con estrema facilità. Ma tutto questo in un futuro prossimo, forse. Attualmente noi basiamo il nostro vivere ponendo un accento sulle relazioni reali, e considerando quelle virtuali, come un qualcosa in più, che si instaura connettendoci ad Internet. Quasi un piano sopraelevato sul terreno, assai più familiare, della realtà più concreta.
Questo non va scordato e pertanto una “psicoterapia virtuale” o un “counseling virtuale” devono mirare ad aiutare il cliente o il paziente nella loro “realtà”, poiché è lì che loro dovranno ritornare, una volta chiuso il collegamento.
Con questa impostazione l’utilità di una relazione terapeutica virtuale rischia di soccombere rispetto alla potenza e completezza di una relazione terapeutica reale. I messaggi non verbali, le informazioni automatiche che traiamo dalla presenza dell’interlocutore, le mappe che ci creiamo aiutati da tutti nostri sensi (compreso il tatto, ad esempio in una stretta di mano), sono tutti strumenti potenti per la comprensione profonda dell’interlocutore e, per uno psicologo, sono addirittura gli strumenti di lavoro.
Se facciamo un semplice paragone, quindi, dovremmo inevitabilmente indirizzare tutte le richieste virtuali di psicoterapia verso contatti reali, perché iniziare percorsi virtuali semplicemente ridurrebbe il nostro potenziale di intervento, ma anche la nostra capacità di percezione della “persona” che sta dietro il monitor, confondendola con il “personaggio” che essa rappresenta online.

 

on lineQuando il governo americano negli anni verso la fine degli anni ‘60 inventò Internet per aiutare il paese a sopravvivere ad un possibile attacco nucleare, pochi avrebbero creduto che un giorno questo strumento militare sarebbe stato utilizzato per il lavoro, il commercio e divertimento.

Eppure questi aspetti sono soltanto una parte di quell’enorme “contenitore” chiamato Internet. Le distanze si sono accorciate, ed oggi la posta elettronica - chat e relazioni a lunga distanza sia per il lavoro che per il divertimento - fanno parte della vita quotidiana di un gruppo sempre più numeroso di individui. Tutte le professioni sono in qualche modo toccate da Internet, anche la psicologia. In un certo qual senso, Internet è perfino diventata una specie di arena per la terapia collettiva. Le persone tendono ad “aprirsi” in rete, parlare di più, e costruire minori barriere e non sono pochi gli utenti che si scoprono ormai più abituati a “digitare” che a “scrivere”.
All’interno di un percorso di counseling on line o, con tutte le cautele del caso, di una psicoterapia virtuale, lo studio sulla relazione virtuale si deve confrontare con l’ampia letteratura esistente a riguardo della relazione terapeutica per così dire “reale”. E’ una differenza di luogo e di strumenti, quella tra “reale” e “virtuale”, ma non di “essenza”. Nella relazione virtuale si riproducono gli stessi processi che sono soliti accadere nelle relazioni reali, sebbene possano suscitare reazioni notevoli e variegate, e a volte sorprendenti, soprattutto per il fatto che, a differenza delle relazioni reali, un incontro virtuale può essere del tutto anonimo, cioè con poche o nessuna possibilità di conoscere alcunché sull’identità della persona che sta dietro un determinato nickname (nomignolo).
Andando oltre la dimensione delle relazioni virtuali “comuni” (le semplici conoscenze e frequentazioni tramite email, chat, blog, forum), in una relazione terapeutica (o di counseling) virtuale generalmente non c’è un anonimato totale. Lo psicologo, ove possibile, pretende dei riferimenti più significativi del semplice nickname (email, eventualmente telefono, visione in webcam, microfono, ecc.) ,  e un serie di informazioni aggiuntive necessarie per svolgere la prestazione richiesta (consenso informato, anamnesi, informazioni su comportamenti, abitudini, ecc.). D’altro canto lo psicologo fornisce dati di riferimento al richiedente, secondo quanto suggerito dall’Ordine degli Psicologi (vedasi le Linee Guida per le prestazioni psicologiche via Internet e a distanza), al fine di offrire un servizio psicologico nelle migliori condizioni possibili e nel rispetto della deontologia.
E’ dunque lecito paragonare la relazione terapeutica virtuale, con queste premesse, alla relazione terapeutica reale.
Tralasciando la tematica, molto importante, della costruzione di un setting terapeutico adeguato alla dimensione virtuale e della messa a punto di strumenti idonei per poter offrire un servizio di psicoterapia on line o di webcounseling, vorrei qui fare un passo avanti e soffermarmi su un possibile modo di impostare la relazione virtuale terapeutica in sostituzione di quella reale.
Magari in un futuro più o meno prossimo la nostra vita on line sarà molto più continuativa e intensa di quanto lo sia adesso. Le connessioni (con le nuove tecnologie) saranno permanenti e con facilità potremo comunicare, anche in visioni tridimensionali, con persone non fisicamente presenti ed interagire con estrema facilità. Ma tutto questo in un futuro prossimo, forse. Attualmente noi basiamo il nostro vivere ponendo un accento sulle relazioni reali, e considerando quelle virtuali, come un qualcosa in più, che si instaura connettendoci ad Internet. Quasi un piano sopraelevato sul terreno, assai più familiare, della realtà più concreta.
Questo non va scordato e pertanto una “psicoterapia virtuale” o un “counseling virtuale” devono mirare ad aiutare il cliente o il paziente nella loro “realtà”, poiché è lì che loro dovranno ritornare, una volta chiuso il collegamento.
Con questa impostazione l’utilità di una relazione terapeutica virtuale rischia di soccombere rispetto alla potenza e completezza di una relazione terapeutica reale. I messaggi non verbali, le informazioni automatiche che traiamo dalla presenza dell’interlocutore, le mappe che ci creiamo aiutati da tutti nostri sensi (compreso il tatto, ad esempio in una stretta di mano), sono tutti strumenti potenti per la comprensione profonda dell’interlocutore e, per uno psicologo, sono addirittura gli strumenti di lavoro.
Se facciamo un semplice paragone, quindi, dovremmo inevitabilmente indirizzare tutte le richieste virtuali di psicoterapia verso contatti reali, perché iniziare percorsi virtuali semplicemente ridurrebbe il nostro potenziale di intervento, ma anche la nostra capacità di percezione della “persona” che sta dietro il monitor, confondendola con il “personaggio” che essa rappresenta online.

 

Pagina 2

Se consideriamo tutte le premesse sin qui scritte dobbiamo veramente chiederci dove può risiedere il vantaggio di una relazione terapeutica virtuale. Dialogare tramite internet è sicuramente più comodo, richiede meno sforzi (non ci si deve preoccupare ad esempio di come siamo vestiti, possiamo riflettere parecchio prima di “inviare” il nostro contributo, ecc.), e permette il contatto con un numero pressoché infinito di diversità. Ma, come detto, questi dialoghi possono essere “credibili” ed efficaci in prospettiva terapeutica?
La risposta è nella costruzione di un setting idoneo e nella messa a punto di un modello di processo terapeutico tagliato su misura per la dimensione virtuale.
Oggi, spesso, si trascurano l’importanza della messa a punto del setting virtuale e l’approfondimento circa gli strumenti da usare per le prestazioni psicologiche via Internet. Così come si trascurano alcune regole di base per la costruzione di una buona ed efficace alleanza terapeutica, sebbene mediata dal computer.
Nelle mie osservazioni ho notato che in tante chat dove colleghi psicologi offrivano prestazioni di consulenza sincrona di gruppo (quindi in chat), gli utenti, anche al primo incontro, finivano per raccontare qualcosa del loro disagio ricevendo una sorta di valutazione e consiglio: compiti da fare “a casa”, suggerimenti su comportamenti da variare ritenuti utili per impostare un cambiamento, oppure caute guide interpretative ai significati di sogni e situazioni di vita. Più in genere ho notato dialoghi in cui l’utente esprimeva un disagio e il terapeuta in qualche modo lo accoglieva permettendone la compiuta auto-osservazione.
Sono forme di conduzione di un rapporto terapeutico o di counseling, e possono avere effetti profondi o minimi a seconda di come poi l’utente interiorizza quanto legge in chat. Tuttavia ho personalmente verificato che, purtroppo, alcuni utenti esprimono un interesse falso o mostrano un’accettazione solo formale rispetto le parole dello psicologo in chat. Questi stessi utenti, infatti, interrogati privatamente nello stesso tempo in cui sostenevano il “rapporto” psicologico in chat, esprimevano dissenso e “prendevano in giro” il “doc” di turno, senza che questi ne fosse ovviamente minimamente a conoscenza. Questo si era reso possibile poiché io li avevo interrogati per vie private e in forma anonima, confondendomi nel gruppo di lettori. Avevo quindi avuto modo di chiamare questi utenti attraverso le finestre di chat privata, le quali non potevano essere viste dal conduttore del gruppo. Se il collega avesse potuto sapere compiutamente il comportamento del suo interlocutore non si sarebbe certo lanciato in “consigli” e “interpretazioni”, ma lo avrebbe interrogato a fondo sulla motivazione al “lavoro terapeutico”.
Da questo semplice esempio si può comprendere quanto sia importante offrire un servizio psicoterapeutico (ma anche di counseling) in un setting virtuale adeguato e quanto sia necessario creare una profonda e seria relazione prima di offrire una prestazione psicologica che voglia essere efficace.
Anche virtualmente è necessario ricercare l’approfondimento, dare il tempo di cementare un rapporto, una conoscenza (sebbene virtuale), discutere sul metodo di lavoro e “educare” il cliente al setting terapeutico. Senza essere rigidi né troppo lassisti. La solidità della relazione virtuale, il rispetto profondo per l’opera dello psicologo (a pagamento o gratuita che sia), la volontà e la motivazione a lavorare insieme e seriamente sono alcuni degli indispensabili requisiti affinché la relazione terapeutica virtuale sia efficace e abbia una sua specifica utilità, a fianco o in alternativa della già comprovata relazione terapeutica reale.

 

Pagina 3

Discusso dell’importanza del setting è bene accennare all’impostazione di base del processo terapeutico virtuale.
Useremo un paragone. Faremo l’esempio dei piloti di formula uno che si allenano in vista di una gara in un circuito semisconosciuto. Sicuramente proveranno su pista, qualche giorno prima della gara. Ma, ancora prima, provano al computer, simulando il percorso che dovranno sostenere, abituandosi alle curve, ai dossi, e provando con strumenti inadeguati gli stessi movimenti che dovrebbero poi riprodurre in gara. Anche i tecnici saranno aiutati da questa simulazione, potendo configurare la macchina nel miglior modo possibile in relazione ai dati provenienti dalla simulazione stessa.
E’ evidente che conta molto, in questo discorso, la creazione di una simulazione quanto più vicina alla realtà (ma non coincidente con la realtà stessa, ovviamente). E conta molto anche il grado di partecipazione mentale alla simulazione (cioè è chiaro che essa non vada intesa come una semplice partita ad un videogame, bensì come un test molto importante in vista della prestazione reale).
Ecco che il paragone si presta al nostro tema.
La relazione terapeutica virtuale può diventare quindi l’arena della simulazione realistica di una relazione reale (non necessariamente terapeutica). Anche qui occorre creare uno scenario quanto più possibile aderente alla realtà e dunque sarà necessaria una approfondita lettura delle relazioni reali della vita reale del paziente, per poter simulare efficacemente il suo ambiente relazionale. E occorre che il paziente (come il pilota) non viva la relazione terapeutica virtuale (la simulazione) come fine a se stessa, ma invece è essenziale che la utilizzi con la massima apertura possibile, con tutto se stesso, proprio in vista della traslazione alla realtà (la corsa effettiva su pista).
La relazione terapeutica virtuale dunque può essere lo scenario dove il cliente simula (ma comportandosi come fosse realtà) una relazione reale conflittuale, oppure una  serie di situazioni che procurino disagio psicologico nel suo contesto reale.
La tecnica utilizzata dallo psicologo on line sarà quella di volta in volta più adatta al fine di aiutare il paziente durante il percorso terapeutico che possiamo così sintetizzare:
Accoglienza e alleanza terapeutica (virtuale)
Fase iniziale tesa a favorire l’apertura del cliente e l’attaccamento al terapeuta;
Analisi della situazione e della personalità
Fase di lavoro comune per la riproposizione puntuale e minuziosa di situazioni o relazioni conflittuali o disturbanti vissuti da paziente nel suo contesto reale, e analisi della personalità del paziente. Azioni tese a favorire la consapevolezza del maggior numero di informazioni implicite e discordanti su se stessi;
Modello di alternativa (virtuale)
Progressiva creazione e sviluppo di un’arena virtuale dove sperimentare stili e comportamenti nuovi (virtuali ma realistici) ritenuti come strategie utili o necessarie per “risolvere” e modificare le situazioni reali problematiche;
Apprendimento di nuove abitudini (virtuali)
Fase tesa a favorire la sedimentazione di queste nuove forme di comportamento, valutandone la stabilità durante la relazione virtuale;
Univocità e ritorno al reale
Fase finale del lavoro virtuale, mirato ad aiutare il paziente nel tentativo di essere autentico, univoco e orientato verso l’operazione di traslazione finale dal virtuale al reale. Il paziente viene sollecitato ad una identificazione tra comportamento virtuale (modificato dall’intervento terapeutico) e comportamento reale.
L’impianto di questo schema di base dà per scontato che la personalità del paziente sia sufficientemente integra, almeno quanto basta per una corretta assimilazione del messaggio virtuale senza evidenti distorsioni. Per patologie medio gravi resta senz’altro consigliato l’intervento in relazione reale ed è bene diffidare da chi, attualmente, promette cambiamenti profondi della personalità o guarigioni insperate tramite una terapia virtuale. Rivolgersi ad uno psicologo iscritto all’Ordine e abilitato alla psicoterapia (con in più la giusta esperienza di comunicazione on line) è una prima garanzia che mi sento di consigliare.
I punti sopra descritti possono servire come piattaforma per tecniche assai diverse (da quelle più psicodinamiche a quelle di stampo comportamentista): ciò che conta è l’idea di base che dipinge la terapia virtuale, non come un mero incontro di chat dove scimmiottare la relazione terapeutica reale, bensì come un laboratorio ben strutturato (con tanto di setting specifico) dove si crea una relazione profonda, si immettono “frammenti” (anche complessi) della propria realtà, ci si lavora virtualmente, per produrre cambiamenti visibili a livello virtuale da esportare finalmente al livello della concreta realtà. In altri termini: la relazione virtuale in funzione della relazione reale.
Con l’obiettivo di vincere, nella gara per la conquista del benessere

Documenti in allegato

Documenti in allegato:

pdfPrestazioni psicologiche a distanza

Quando il governo americano negli anni verso la fine degli anni ‘60 inventò Internet per aiutare il paese a sopravvivere ad un possibile attacco nucleare, pochi avrebbero creduto che un giorno questo strumento militare sarebbe stato utilizzato per il lavoro, il commercio e divertimento. Eppure questi aspetti sono soltanto una parte di quell’enorme “contenitore” chiamato Internet. Le distanze si sono accorciate, ed oggi la posta elettronica - chat e relazioni a lunga distanza sia per il lavoro che per il divertimento - fanno parte della vita quotidiana di un gruppo sempre più numeroso di individui. Tutte le professioni sono in qualche modo toccate da Internet, anche la psicologia. In un certo qual senso, Internet è perfino diventata una specie di arena per la terapia collettiva. Le persone tendono ad “aprirsi” in rete, parlare di più, e costruire minori barriere e non sono pochi gli utenti che si scoprono ormai più abituati a “digitare” che a “scrivere”.

All’interno di un percorso di counseling on line o, con tutte le cautele del caso, di una psicoterapia virtuale, lo studio sulla relazione virtuale si deve confrontare con l’ampia letteratura esistente a riguardo della relazione terapeutica per così dire “reale”. E’ una differenza di luogo e di strumenti, quella tra “reale” e “virtuale”, ma non di “essenza”. Nella relazione virtuale si riproducono gli stessi processi che sono soliti accadere nelle relazioni reali, sebbene possano suscitare reazioni notevoli e variegate, e a volte sorprendenti, soprattutto per il fatto che, a differenza delle relazioni reali, un incontro virtuale può essere del tutto anonimo, cioè con poche o nessuna possibilità di conoscere alcunché sull’identità della persona che sta dietro un determinato nickname (nomignolo).

Andando oltre la dimensione delle relazioni virtuali “comuni” (le semplici conoscenze e frequentazioni tramite email, chat, blog, forum), in una relazione terapeutica (o di counseling) virtuale generalmente non c’è un anonimato totale. Lo psicologo, ove possibile, pretende dei riferimenti più significativi del semplice nickname (email, eventualmente telefono, visione in webcam, microfono, ecc.) ,  e un serie di informazioni aggiuntive necessarie per svolgere la prestazione richiesta (consenso informato, anamnesi, informazioni su comportamenti, abitudini, ecc.). D’altro canto lo psicologo fornisce dati di riferimento al richiedente, secondo quanto suggerito dall’Ordine degli Psicologi (vedasi le Linee Guida per le prestazioni psicologiche via Internet e a distanza), al fine di offrire un servizio psicologico nelle migliori condizioni possibili e nel rispetto della deontologia.

E’ dunque lecito paragonare la relazione terapeutica virtuale, con queste premesse, alla relazione terapeutica reale.

Tralasciando la tematica, molto importante, della costruzione di un setting terapeutico adeguato alla dimensione virtuale e della messa a punto di strumenti idonei per poter offrire un servizio di psicoterapia on line o di webcounseling, vorrei qui fare un passo avanti e soffermarmi su un possibile modo di impostare la relazione virtuale terapeutica in sostituzione di quella reale.

Magari in un futuro più o meno prossimo la nostra vita on line sarà molto più continuativa e intensa di quanto lo sia adesso. Le connessioni (con le nuove tecnologie) saranno permanenti e con facilità potremo comunicare, anche in visioni tridimensionali, con persone non fisicamente presenti ed interagire con estrema facilità. Ma tutto questo in un futuro prossimo, forse. Attualmente noi basiamo il nostro vivere ponendo un accento sulle relazioni reali, e considerando quelle virtuali, come un qualcosa in più, che si instaura connettendoci ad Internet. Quasi un piano sopraelevato sul terreno, assai più familiare, della realtà più concreta.

Questo non va scordato e pertanto una “psicoterapia virtuale” o un “counseling virtuale” devono mirare ad aiutare il cliente o il paziente nella loro “realtà”, poiché è lì che loro dovranno ritornare, una volta chiuso il collegamento.

Con questa impostazione l’utilità di una relazione terapeutica virtuale rischia di soccombere rispetto alla potenza e completezza di una relazione terapeutica reale. I messaggi non verbali, le informazioni automatiche che traiamo dalla presenza dell’interlocutore, le mappe che ci creiamo aiutati da tutti nostri sensi (compreso il tatto, ad esempio in una stretta di mano), sono tutti strumenti potenti per la comprensione profonda dell’interlocutore e, per uno psicologo, sono addirittura gli strumenti di lavoro.

Se facciamo un semplice paragone, quindi, dovremmo inevitabilmente indirizzare tutte le richieste virtuali di psicoterapia verso contatti reali, perché iniziare percorsi virtuali semplicemente ridurrebbe il nostro potenziale di intervento, ma anche la nostra capacità di percezione della “persona” che sta dietro il monitor, confondendola con il “personaggio” che essa rappresenta online.

Se consideriamo tutte le premesse sin qui scritte dobbiamo veramente chiederci dove può risiedere il vantaggio di una relazione terapeutica virtuale. Dialogare tramite internet è sicuramente più comodo, richiede meno sforzi (non ci si deve preoccupare ad esempio di come siamo vestiti, possiamo riflettere parecchio prima di “inviare” il nostro contributo, ecc.), e permette il contatto con un numero pressoché infinito di diversità. Ma, come detto, questi dialoghi possono essere “credibili” ed efficaci in prospettiva terapeutica?

La risposta è nella costruzione di un setting idoneo e nella messa a punto di un modello di processo terapeutico tagliato su misura per la dimensione virtuale.

Oggi, spesso, si trascurano l’importanza della messa a punto del setting virtuale e l’approfondimento circa gli strumenti da usare per le prestazioni psicologiche via Internet. Così come si trascurano alcune regole di base per la costruzione di una buona ed efficace alleanza terapeutica, sebbene mediata dal computer.

Nelle mie osservazioni ho notato che in tante chat dove colleghi psicologi offrivano prestazioni di consulenza sincrona di gruppo (quindi in chat), gli utenti, anche al primo incontro, finivano per raccontare qualcosa del loro disagio ricevendo una sorta di valutazione e consiglio: compiti da fare “a casa”, suggerimenti su comportamenti da variare ritenuti utili per impostare un cambiamento, oppure caute guide interpretative ai significati di sogni e situazioni di vita. Più in genere ho notato dialoghi in cui l’utente esprimeva un disagio e il terapeuta in qualche modo lo accoglieva permettendone la compiuta auto-osservazione.

Sono forme di conduzione di un rapporto terapeutico o di counseling, e possono avere effetti profondi o minimi a seconda di come poi l’utente interiorizza quanto legge in chat. Tuttavia ho personalmente verificato che, purtroppo, alcuni utenti esprimono un interesse falso o mostrano un’accettazione solo formale rispetto le parole dello psicologo in chat. Questi stessi utenti, infatti, interrogati privatamente nello stesso tempo in cui sostenevano il “rapporto” psicologico in chat, esprimevano dissenso e “prendevano in giro” il “doc” di turno, senza che questi ne fosse ovviamente minimamente a conoscenza. Questo si era reso possibile poiché io li avevo interrogati per vie private e in forma anonima, confondendomi nel gruppo di lettori. Avevo quindi avuto modo di chiamare questi utenti attraverso le finestre di chat privata, le quali non potevano essere viste dal conduttore del gruppo. Se il collega avesse potuto sapere compiutamente il comportamento del suo interlocutore non si sarebbe certo lanciato in “consigli” e “interpretazioni”, ma lo avrebbe interrogato a fondo sulla motivazione al “lavoro terapeutico”.

Da questo semplice esempio si può comprendere quanto sia importante offrire un servizio psicoterapeutico (ma anche di counseling) in un setting virtuale adeguato e quanto sia necessario creare una profonda e seria relazione prima di offrire una prestazione psicologica che voglia essere efficace.

Anche virtualmente è necessario ricercare l’approfondimento, dare il tempo di cementare un rapporto, una conoscenza (sebbene virtuale), discutere sul metodo di lavoro e “educare” il cliente al setting terapeutico. Senza essere rigidi né troppo lassisti. La solidità della relazione virtuale, il rispetto profondo per l’opera dello psicologo (a pagamento o gratuita che sia), la volontà e la motivazione a lavorare insieme e seriamente sono alcuni degli indispensabili requisiti affinché la relazione terapeutica virtuale sia efficace e abbia una sua specifica utilità, a fianco o in alternativa della già comprovata relazione terapeutica reale.

Discusso dell’importanza del setting è bene accennare all’impostazione di base del processo terapeutico virtuale.

Useremo un paragone. Faremo l’esempio dei piloti di formula uno che si allenano in vista di una gara in un circuito semisconosciuto. Sicuramente proveranno su pista, qualche giorno prima della gara. Ma, ancora prima, provano al computer, simulando il percorso che dovranno sostenere, abituandosi alle curve, ai dossi, e provando con strumenti inadeguati gli stessi movimenti che dovrebbero poi riprodurre in gara. Anche i tecnici saranno aiutati da questa simulazione, potendo configurare la macchina nel miglior modo possibile in relazione ai dati provenienti dalla simulazione stessa.

E’ evidente che conta molto, in questo discorso, la creazione di una simulazione quanto più vicina alla realtà (ma non coincidente con la realtà stessa, ovviamente). E conta molto anche il grado di partecipazione mentale alla simulazione (cioè è chiaro che essa non vada intesa come una semplice partita ad un videogame, bensì come un test molto importante in vista della prestazione reale).

Ecco che il paragone si presta al nostro tema.

La relazione terapeutica virtuale può diventare quindi l’arena della simulazione realistica di una relazione reale (non necessariamente terapeutica). Anche qui occorre creare uno scenario quanto più possibile aderente alla realtà e dunque sarà necessaria una approfondita lettura delle relazioni reali della vita reale del paziente, per poter simulare efficacemente il suo ambiente relazionale. E occorre che il paziente (come il pilota) non viva la relazione terapeutica virtuale (la simulazione) come fine a se stessa, ma invece è essenziale che la utilizzi con la massima apertura possibile, con tutto se stesso, proprio in vista della traslazione alla realtà (la corsa effettiva su pista).

La relazione terapeutica virtuale dunque può essere lo scenario dove il cliente simula (ma comportandosi come fosse realtà) una relazione reale conflittuale, oppure una  serie di situazioni che procurino disagio psicologico nel suo contesto reale.

La tecnica utilizzata dallo psicologo on line sarà quella di volta in volta più adatta al fine di aiutare il paziente durante il percorso terapeutico che possiamo così sintetizzare:

Accoglienza e alleanza terapeutica (virtuale)

Fase iniziale tesa a favorire l’apertura del cliente e l’attaccamento al terapeuta;

Analisi della situazione e della personalità

Fase di lavoro comune per la riproposizione puntuale e minuziosa di situazioni o relazioni conflittuali o disturbanti vissuti da paziente nel suo contesto reale, e analisi della personalità del paziente. Azioni tese a favorire la consapevolezza del maggior numero di informazioni implicite e discordanti su se stessi;

Modello di alternativa (virtuale)

Progressiva creazione e sviluppo di un’arena virtuale dove sperimentare stili e comportamenti nuovi (virtuali ma realistici) ritenuti come strategie utili o necessarie per “risolvere” e modificare le situazioni reali problematiche;

Apprendimento di nuove abitudini (virtuali)

Fase tesa a favorire la sedimentazione di queste nuove forme di comportamento, valutandone la stabilità durante la relazione virtuale;

Univocità e ritorno al reale

Fase finale del lavoro virtuale, mirato ad aiutare il paziente nel tentativo di essere autentico, univoco e orientato verso l’operazione di traslazione finale dal virtuale al reale. Il paziente viene sollecitato ad una identificazione tra comportamento virtuale (modificato dall’intervento terapeutico) e comportamento reale.

L’impianto di questo schema di base dà per scontato che la personalità del paziente sia sufficientemente integra, almeno quanto basta per una corretta assimilazione del messaggio virtuale senza evidenti distorsioni. Per patologie medio gravi resta senz’altro consigliato l’intervento in relazione reale ed è bene diffidare da chi, attualmente, promette cambiamenti profondi della personalità o guarigioni insperate tramite una terapia virtuale. Rivolgersi ad uno psicologo iscritto all’Ordine e abilitato alla psicoterapia (con in più la giusta esperienza di comunicazione on line) è una prima garanzia che mi sento di consigliare.

I punti sopra descritti possono servire come piattaforma per tecniche assai diverse (da quelle più psicodinamiche a quelle di stampo comportamentista): ciò che conta è l’idea di base che dipinge la terapia virtuale, non come un mero incontro di chat dove scimmiottare la relazione terapeutica reale, bensì come un laboratorio ben strutturato (con tanto di setting specifico) dove si crea una relazione profonda, si immettono “frammenti” (anche complessi) della propria realtà, ci si lavora virtualmente, per produrre cambiamenti visibili a livello virtuale da esportare finalmente al livello della concreta realtà. In altri termini: la relazione virtuale in funzione della relazione reale.

Con l’obiettivo di vincere, nella gara per la conquista del benessere.

MenteSociale

studio mix

Indirizzo dello studio: Via dei Castani 170, 00171 Roma
ideaCon i mezzi pubblici lo Studio è vicino a: metro C fermata Gardenie, Tram 19 e Tram 5, numerose linee di bus

Email: info@mentesociale.it

Telefono: 0664014427

ORARI DI SEGRETERIA ED APERTURA AL PUBBLICO:
Dal lunedì al venerdì. dalle 10.00 alle 13.00
ideaIn altri orari o giorni è possibile lasciare un messaggio in segreteria, sarete ricontattati il prima possibile.

Visitatori online

Abbiamo 399 visitatori e nessun utente online

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.