groupDurante l'iter formativo di uno psicoterapeuta interattivo cognitivo capita di partecipare a diverse esperienze, quella di cui racconto in questa sede è una delle più significative per il mio attuale modo di lavorare. Si tratta di due giorni molto intensi in cui noi allievi della scuola abbiamo lavorato in gruppo per esplorarne le dinamiche...

 

Rifletto su quanto possa apparire strano, solo degli psicologi potrebbero prenotare un intero albergo con vista mare e sabbia a portata d'occhi per rinchiudersi nelle camere, tirare le tende e...staremo di nuovo molte ore in silenzio?  Quelli del primo anno fanno le stesse domande che facevo io al primo anno...siamo proprio tutti uguali...stesse aspettative, stesse gabbiette mentali con cui predici come andranno le cose. L'Occasione non è la stanza d'albergo in una delle località balneari più conosciute per  le occasioni di divertimento notturno che offre. Quella sera io avrei passeggiato per via Baffile in tuta da ginnastica. Sentivo di aver colto la mia Occasione.
Stessa realtà per tutti, una realtà per ognuno. Qual è quella vera?
Nessuna. Tutte.
È crudele quanto sia semplice. È sconcertante quanto un essere umano possa sentirsi solo per l'unicità della realtà in cui vive, come è disarmante l'inutilità della parola, a volte, per entrare nella realtà di un'altra persona. Basta uno sguardo, uno sguardo protratto oltre i limiti temporali e sociali per avere la possibilità di dare un sbirciata alla realtà dell'altro. Pericoloso, violento e forte. Nello sguardo di una persona c'è la sintesi del suo modo di assimilare e accomodare quello che gli offre il mondo. Tra uno sguardo che chiude i battenti e un altro che accoglie dando il benvenuto c'è l'oceano di sguardi incerti. Uno sconosciuto bussa alla tua porta, puoi scegliere se aprirgli o sbattergliela in faccia oppure iniziare a trattare...poi, comunque vada, non sarà mai più come prima di aver sentito bussare.
In psicoterapia si può scegliere di usare questo strumento con la consapevolezza che è pericoloso quanto potente. Se l'altro non ha almeno socchiuso la sua porta il nostro bussare sarà invadente e fastidioso.  Abbiamo il dovere di conoscere le potenzialità del nostro sguardo, quanto veloce va e con che intensità, abbiamo il dovere di non dimenticare che gli occhi  non sono come la parola, sono uno strumento vivo, a volte assopito poichè si esprime in tutta la sua potenzialità solo quando incontra un altro paio d'occhi disposti a guardare per un attimo in più. Un attimo in più e non torni più in dietro, un attimo in meno e gli occhi sono solo un bel colore.

groupDurante l'iter formativo di uno psicoterapeuta interattivo cognitivo capita di partecipare a diverse esperienze, quella di cui racconto in questa sede è una delle più significative per il mio attuale modo di lavorare. Si tratta di due giorni molto intensi in cui noi allievi della scuola abbiamo lavorato in gruppo per esplorarne le dinamiche...

 

Rifletto su quanto possa apparire strano, solo degli psicologi potrebbero prenotare un intero albergo con vista mare e sabbia a portata d'occhi per rinchiudersi nelle camere, tirare le tende e...staremo di nuovo molte ore in silenzio?  Quelli del primo anno fanno le stesse domande che facevo io al primo anno...siamo proprio tutti uguali...stesse aspettative, stesse gabbiette mentali con cui predici come andranno le cose. L'Occasione non è la stanza d'albergo in una delle località balneari più conosciute per  le occasioni di divertimento notturno che offre. Quella sera io avrei passeggiato per via Baffile in tuta da ginnastica. Sentivo di aver colto la mia Occasione.
Stessa realtà per tutti, una realtà per ognuno. Qual è quella vera?
Nessuna. Tutte.
È crudele quanto sia semplice. È sconcertante quanto un essere umano possa sentirsi solo per l'unicità della realtà in cui vive, come è disarmante l'inutilità della parola, a volte, per entrare nella realtà di un'altra persona. Basta uno sguardo, uno sguardo protratto oltre i limiti temporali e sociali per avere la possibilità di dare un sbirciata alla realtà dell'altro. Pericoloso, violento e forte. Nello sguardo di una persona c'è la sintesi del suo modo di assimilare e accomodare quello che gli offre il mondo. Tra uno sguardo che chiude i battenti e un altro che accoglie dando il benvenuto c'è l'oceano di sguardi incerti. Uno sconosciuto bussa alla tua porta, puoi scegliere se aprirgli o sbattergliela in faccia oppure iniziare a trattare...poi, comunque vada, non sarà mai più come prima di aver sentito bussare.
In psicoterapia si può scegliere di usare questo strumento con la consapevolezza che è pericoloso quanto potente. Se l'altro non ha almeno socchiuso la sua porta il nostro bussare sarà invadente e fastidioso.  Abbiamo il dovere di conoscere le potenzialità del nostro sguardo, quanto veloce va e con che intensità, abbiamo il dovere di non dimenticare che gli occhi  non sono come la parola, sono uno strumento vivo, a volte assopito poichè si esprime in tutta la sua potenzialità solo quando incontra un altro paio d'occhi disposti a guardare per un attimo in più. Un attimo in più e non torni più in dietro, un attimo in meno e gli occhi sono solo un bel colore.

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Una stanza, delle persone sedute in cerchio, ognuno sulla sua sedia. Non conosco le persone che sono con me nella stanza. Nemmeno il trainer. È una donna, giovane, si chiama Roberta. Poche frasi per lasciarci immersi nel vuoto e poi la giostra di ognuno comincia a girare.  Per qualcuno la ruota panoramica è di una noia mortale, per altri sono le montagne russe accelerate. Io scalpito,mi spazientisco appena qualcuno inizia a chiedere direttive, mi spazientisco perchè penso non basti essere del primo anno per aver bisogno, da così presto, di indicazioni, io al primo anno non ero così...io ero più curiosa, io ero più umile, io ero più disposta a soffrire...
Io sono poco paziente! - ecco finalmente ci sono arrivata -  mi infastidiscono le persone che riescono a chiedere quando possono...io non sono in grado ancora di farlo...così la giostra gira e tutto torna a me, tutto un occasione per capire qualcosa in più di come funziono io, di quello che anticipo io...gli altri si gestiscano da soli, non sono affar mio. Ci vuole il silenzio e il meno possibile per rendermi conto che sono io al centro di tutto quello che mi frulla in mente, è sempre la stessa storia. Al primo anno ci ho messo due giorni a capire che le regole non ci sono 'davvero', perdiamo tempo a cercarle perchè siamo cocciutamente abituati ad averne. Trattasi di automatismo, siamo abituati a muoverci sui binari delle interazioni sociali, talmente abituati da non vederli e sentirci persi in mezzo ad un prato. Quest'anno ci ho messo molto meno a rendermi conto che stavo cercando il binario che  mi avevano tolto. Quando te lo tolgono hai la possibilità di vederlo. Sono questi gli strani meccanismi di noi esseri socializzati...sicché colgo l'Occasione, lancio un occhiata al mio binario e salgo sulla giostra.
Gli altri? Chi sono gli altri privati dei nomi, dei dati anagrafici e di tutte le cose che di solito li rappresentano? Tutte le cose di cui parliamo fuori da una stanza d'albergo intrisa di dinamica di gruppo ci proteggono, rassicurano, semplificano la vita, indicano la strada e inchiodano alla prevedibilità di come andranno gli eventi. Può capitare di sbirciare oltre e allora perdi la certezza che ci sia una realtà, perdi la certezza di sapere chi sei, quella certezza che solitamente ti serve per vivere come e con tutti gli altri ma, acquisti possibilità, guadagni angoli di te che non immaginavi esistessero, scopri di poter conoscere gli altri passando per altre vie che nulla hanno a che fare con le banalità della vita quotidiana.
..esco dalla giostra fisicamente, emotivamente, visibilmente sottosopra e sono diventata un freak. Mi sento de-socializzata, illuminata come un folle che ha trovato un nuovo delirio a cui credere. Il  mio delirio non ha nulla di diverso da quello di un pazzo come lo chiamerebbero fuori dall'albergo delle dinamiche; mi sembra di poter vedere le trame delle relazioni sociali, mi sembra di ascoltare discorsi sempre uguali, mi capita di anticipare quello che uno sconosciuto mi dirà...e a volte mi annoio, vorrei parlare con quello che sta sotto, dietro le ragnatele...ma non tutti ne hanno voglia, e li capisco. Solo che io non posso tornare indietro. Qualcuno ha detto che una volta che hai scoperto le regole del gioco non puoi più continuare a giocare. Quindi? Quindi ho perso parecchi compagni di gioco, ma con i pochi che restano faremo faville.
Ho ancora molto da imparare, la mia realtà è solo una delle tante, il tessuto sociale che al momento mi annoia nei suoi schemi e nella sua ripetitività è necessario alla sopravvivenza della società. Il tessuto sociale - che vedi meglio quando non c'è- è la bacchetta magica che ci serve per entrare in relazione e muoverne i fili per il cambiamento, è la gabbia o l'aria di libertà, dipende dai punti di vista.
Quel tessuto sociale che a volte vorrei spazzare via è lo stesso che mi permette di mettermi in relazione con le persone che vengono da me chiedendomi aiuto, è lo stesso che autorizza una persona in difficoltà a rivolgersi ad un terapeuta della psiche...

Bibliografia


Bibliografia

Bateson G. (1972), tr. It. Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano.

Bruner J. (1992), La ricerca del significato. Per una psicologia culturale, Bollati.

Harrè R., Gillett G. (1996), La mente discorsiva, Raffaello Cortina ed., Milano.

McNamee S., Gergen K. (1998), La terapia come costruzione sociale, FrancoAngeli, Milano.

Mead G.H. (1934), tr. It. Mente, sé e società, Giunti, Firenze.

Todorov, T. (1981), tr. it. Michail Bachtin. Il principio dialogico, Einaudi, Torino, (1990).

 

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