Lo psicodramma è la rappresentazione drammatica  di conflitti e situazioni cruciali, personali o generali, a scopo diagnostico, terapeutico, pedagogico o didattico o anche solo per l’esercizio di modi comportamentali inconsueti.

 

Caratteristica di un avvenimento psicodrammatico è l’assenza temporanea di determinati ruoli, in cui entro un raggio d’azione più o meno stabilito, il soggetto ha molta libertà di prendere decisioni spontanee e di agire in maniera creativa autonoma.

Nel mondo fittizio mediato dalle regole psicodrammatiche diventa possibile agire in maniera relativamente libera dall’angoscia e cambiare le situazioni sociali secondo i propri desideri. Si crea una sorta di doppia coscienza: da un lato l’autoesperienza del ruolo, e dall’altro, la presenza della coscienza riflettente. Questa esperienza emozionale-cognitiva spiega uno degli aspetti principali dell’efficacia dello psicodramma: i partecipanti (e gli spettatori che riescono ad identificarsi con essi) traggono vantaggio sia dall’esperienza emozionale reale che dall’azione catartica di uno sgravio momentaneo. Inoltre acquistano una distanza critica dai loro problemi in quanto lo psicodramma permette di affrontare con sicurezza i propri sentimenti, risveglia il senso di responsabilità nei confronti del proprio agire creando le premesse necessarie per una nuova strutturazione del proprio mondo.

 

Lo psicodramma è la rappresentazione drammatica  di conflitti e situazioni cruciali, personali o generali, a scopo diagnostico, terapeutico, pedagogico o didattico o anche solo per l’esercizio di modi comportamentali inconsueti.

 

Caratteristica di un avvenimento psicodrammatico è l’assenza temporanea di determinati ruoli, in cui entro un raggio d’azione più o meno stabilito, il soggetto ha molta libertà di prendere decisioni spontanee e di agire in maniera creativa autonoma.

Nel mondo fittizio mediato dalle regole psicodrammatiche diventa possibile agire in maniera relativamente libera dall’angoscia e cambiare le situazioni sociali secondo i propri desideri. Si crea una sorta di doppia coscienza: da un lato l’autoesperienza del ruolo, e dall’altro, la presenza della coscienza riflettente. Questa esperienza emozionale-cognitiva spiega uno degli aspetti principali dell’efficacia dello psicodramma: i partecipanti (e gli spettatori che riescono ad identificarsi con essi) traggono vantaggio sia dall’esperienza emozionale reale che dall’azione catartica di uno sgravio momentaneo. Inoltre acquistano una distanza critica dai loro problemi in quanto lo psicodramma permette di affrontare con sicurezza i propri sentimenti, risveglia il senso di responsabilità nei confronti del proprio agire creando le premesse necessarie per una nuova strutturazione del proprio mondo.

 

Il teatro della sincerità

Il padre dello psicodramma fu  Jacob Levy Moreno (1889-1974).

Il teatro della sincerità

E’ per lo meno strano notare che nei primi venti anni del 1900 due uomini che di lì a poco avrebbero influenzato grandemente tutto il secolo, l’uno a Vienna l’altro a Mosca, siano partiti dalla stessa esigenza, dallo stesso contesto, per compiere due diverse rivoluzioni: J.L. Moreno e K. Stanislavskij. Tutt’e due conoscevano molto bene l’ambiente teatrale e se ne lasciavano coinvolgere direttamente nella figura di regista e attore, tutt’e due non sopportavano i modelli recitativi del tempo, si scagliavano contro i cosiddetti ‘cliché’ della recitazione e per reazione cominciarono un percorso teorico e sperimentale che partiva dal punto opposto: lo potremmo chiamare uno ‘studio sulla sincerità’. La loro domanda era più o meno questa: come far sì che nella ripetizione teatrale l’attore possa mantenere la sincerità, senza affidarsi a clichés, escamotages, pose, modelli che lo rendono più sicuro ma anche meno espressivo e convincente? Varie differenze spunteranno con gli anni, tanto che i due percorsi divergeranno completamente; il russo infatti si manterrà sempre stretto alla pratica della sperimentazione, alle tecniche che portano alla spontaneità, visto che il suo scopo è ancorato profondamente alla realtà del teatro e dell’attore, anche se riflette con profondità piegherà la sincerità  all’uso attoriale. L’altro è più libero dal diktat e dalle forme teatrali, più di una volta  infatti ricorda un’esperienza di teatro al grado zero vissuta ai giardini pubblici viennesi: “ Il narratore comincia e poco dopo i bambini si raccolgono intorno a lui, fermo al centro del gruppo. Questa è l’immagine che ci si offre del teatro, nella forma originaria”. Nel suo teatrino di Vienna Moreno comincia a sperimentare delle forme teatrali innovative: il teatro della sincerità e il giornale vivente, il primo è un particolare esperimento di teatro all’improvviso, pratica teatrale in cui gli attori italiani della Commedia dell’Arte erano maestri, in cui al posto delle battute di un testo scritto c’è una situazione che nessuno conosce prima, un direttore la stabilisce al momento e la comunica agli attori davanti al pubblico, tende a non organizzarla in una storia chiusa ma piuttosto lancia una situazione con alcune tracce di svolgimento a cui gli attori si dovranno attenere, dopodiché iniziano subito a recitarla improvvisando sul tema loro affidato. Il secondo è una variante del primo ma percorre il filo dell’attualità, ci si ispira alle notizie del giorno traendo dagli articoli le situazioni, era un ulteriore modo che praticavano questi artisti viennesi per dimostrare di saper recitare completamente improvvisando. A differenza dei Comici dell’Arte, e questo Moreno lo sottolinea spesso, gli attori del teatro della sincerità non hanno alcun bisogno di rifarsi a modelli di improvvisazione già stabiliti, quelle che oggi potremmo chiamare le gag ripetitive, perché il loro scopo non è esclusivamente quello di divertire il pubblico. Il legame fra sincerità e creatività è molto stretto, Moreno ne intuisce l’interazione e spiega che la prima agisce da catalizzatore per la seconda che invece si mostra come sostanza nelle invenzioni gestuali e linguistiche degli attori; è proprio ragionando da un punto di vista teorico-filosofico sullo status particolare di questi due elementi umani che egli fonda la sua pratica, si può permettere di andare oltre anche ai suoi esperimenti teatrali, dopo che l’esperienza viennese è fallita.

 

L'attore

L’Io dell’attore e la sua creatività spontanea , o meglio la spontaneità della sua creazione, lo avevano costretto ad affinare un metodo di addestramento alla spontaneità: se l’attore deve affrontare il pubblico senza nessun appiglio già deciso, fissato, imparato a memoria, deve per forza fare affidamento solo su se stesso, ecco perché la pratica del teatro della sincerità cerca una particolare concentrazione, uno stato, diciamo così, in cui siano coinvolti il corpo, la psiche, l’intelligenza, lo spirito, la totalità dell’io. Non si tratta solo di un rilassamento, di uno svuotamento dalle tensioni fisiche e psichiche, perché è richiesta oltre a questo una disposizione, un’apertura totale agli stimoli esterni e interni più diversi (l’intuizione è uno di questi), si dice infatti che è una pratica teatrale del momento, nel senso che tutto è deciso hic et nunc e soprattutto cambia in tempo reale. Non si intende bene il metodo di Moreno senza tener presente che la ricerca della sincerità deve essere superata da quella della creazione, c’è la presenza di una continua tensione positiva verso la creatività perché è questa che coinvolge la persona e la spinge a superarsi ( laddove la sincerità può rivelarsi una pratica ascetica ma pericolosa, introiettiva piuttosto che il suo contrario). E’ importante notare che sarà la creatività dell’attore a spingere il pubblico a superare un mero stato di coscienza passiva, per diventare anch’esso coscienza attiva e creatrice: Moreno teorizza l’esistenza di un gruppo di spettatori attivi, che possono anche soltanto fungere da critici dell’azione, ma dopo diventeranno nella pratica del teatro terapeutico gli io-ausiliari del protagonista, all’insegna di un’idea di dramma del conflitto che coinvolge principalmente il pubblico. Il desiderio di co-recitare e inter-recitare nasce infatti da questo particolare coinvolgimento del pubblico, mentre nel teatro classico gli spettatori si limitano a guardare e ascoltare in silenzio: co-recitare è inter-recitare vuol dire non soltanto recitare insieme a un gruppo ma soprattutto stabilire dei legami invisibili di intesa, un feeling, un’empatia che Moreno chiama tecnicamente ‘tele’ ed in effetti può essere esemplificata in parte nella pratica dell’ascolto e dell’aiuto che usano gli attori soprattutto quando improvvisano, più è alto il grado di ascolto tra l’uno e l’altro più si potranno risolvere gli impasse recitativi o qualsiasi altro tipo di problema ( lo strappo di un vestito, un errore, ecc.) intervenendo con un’invenzione in aiuto di chi ha sbagliato o si trova in difficoltà. Questo indica perciò quanto l’allenamento alla spontaneità nel porsi all’interno di una situazione, immedesimarsi, eseguirla nei particolari, creare all’interno sfumature nei ruoli e nello svolgimento, sono da considerare non tanto come training  personale ma di gruppo, con forti impronte cooperative.

 

Spontaneità e resistenze

Raggiungere questo stato di spontaneità vuol dire principalmente lottare con diversi tipi di resistenze: interne, del corpo, della psiche, della personalità ed esterne, relative agli altri partecipanti dell’azione, attori e pubblico. Moreno non si illude di abbatterle, infatti lo stato di sincerità non sarà mai perfetto, ma non è la perfezione che si persegue in questo campo, in effetti sarà ondivago, altalenante, caratterizzato da un confronto continuo con le resistenze, perché l’uomo è minato dal pericolo della crisi creativa che tendiamo a considerare come un passaggio prevedibile all’interno di un tracciato con picchi alti e bassi.

Riscoprire i principi e la pratica del teatro della creatività vuol dire ritornare alle radici dello psicodramma e rivalutarne alcune componenti in gran parte dimenticate: il gioco della cooperazione, l’immedesimazione, il training psico-fisico.

 

Gli strumenti di base dello psicodramma

Gli strumenti di base dello psicodramma

Gli strumenti di base dello psicodramma sono 5:
-         Il palcoscenico
-         Il protagonista
-         Il direttore
-         Gli io-ausiliari
-         L’uditorio

Il palcoscenico è il luogo nel quale le persone esprimono concretizzandoli i propri contenuti mentali. Per Moreno lo psicodramma può svolgersi in qualunque luogo, ovunque ci sia un paziente: per strada, in classe,  in casa o in ufficio ma il luogo ideale è il teatro terapeutico.

Nelle psicoterapie verbali il luogo è spesso neutrale ed asettico, in quanto non deve interferire con il processo terapeutico che è tutto focalizzato sulla relazione paziente –terapeuta; nello psicodramma invece, è necessario uno spazio speciale nel quale le persone possano rendersi attivi nei loro aspetti psichici, come in quelli corporei. Una delle caratteristiche principali del teatro psicodrammatico è quella di presentarsi come un ambiente “differenziato”, cioè come un luogo peculiare in grado di creare uno “stacco netto” dall’usuale ambiente di vita per predisporre l’individuo al coinvolgimento nella situazione psicodrammatica.

 

I protagonisti dello psicodramma

Il protagonista è uno dei partecipanti  che diviene tale in seguito all’indicazione dei compagni oppure su autocandidatura accettata dal gruppo e alle volte su indicazione del direttore.

Il direttore o psicodrammatista è il regista della rappresentazione, l’analista del materiale emotivo via via emergente. Il ruolo del direttore è quello di aiutare il protagonista a trasformare in rappresentazione scenica le immagini che emergono dalla sua coscienza, utilizzando lo spazio terapeutico in tutte le sue dimensioni, egli chiede la collaborazione degli io-ausiliari per far loro incarnare le relazioni che il protagonista ha con glia altri significativi delle loro vita; controlla il livello di riscaldamento emotivo in cui il protagonista si trova con il procedere dell’azione, intervenendo per abbassarlo se esso appare eccessivo e ad aumentarlo se esso appare scarso; interviene ad interrompere una scena e a proporne un’altra se percepisce che il protagonista tende a ripetere copioni di comportamento che non conducono al progresso terapeutico. Prima di interrompere la rappresentazione il direttore deve essere sicuro che il protagonista lascerà il palcoscenico con un buon livello di integrazione; cioè con uno stato d’animo in cui il momentaneo sconvolgimento delle sue percezioni interne ritrovi dei sicuri punti di riferimento per ricomporsi.

Gli io-ausiliari sono i membri del gruppo scelti dal protagonista per giocare un ruolo all’interno della rappresentazione psicodrammatica che si sta svolgendo. L’io-ausiliario si stacca dall’uditorio e sale sul palcoscenico per fare l’attore. Questo attore incarna, durante lo psicodramma, i fantasmi che appartengono al protagonista sia relativi a sé stesso che ad altri significativi della sua vita reale. L’io-ausiliario si trova in una posizione intermedia tra il protagonista e il direttore. Egli deve cogliere i messaggi che gli vengono dal protagonista e contemporaneamente seguire le indicazioni del direttore. Un particolare tipo di io-ausiliario è l’alter-ego. L’alter-ego è quel membro del gruppo che viene sul palcoscenico per giocare la parte del protagonista ogni volta che questi debba lasciare il proprio ruolo per mettersi nei panni di qualche altro personaggio facente parte della rappresentazione.

L’uditorio è formato dai membri del gruppo che non sono direttamente impegnati nell’azione psicodrammatica. I membri dell’uditorio seguono gli eventi psicodrammatici e ne vengono coinvolti emotivamente. Durante lo psicodramma i benefici terapeutici vengono ottenuti non solo dal protagonista, ma anche dai membri dell’uditorio che sono impegnati in un costruttivo lavoro intrapsichico grazie ai processi identificatori. La funzione principale dell’uditorio è quella di essere uno strumento d’aiuto per il protagonista.

La sessione dello psicodramma è l’unità temporale all’interno della quale si svolge un lavoro psicodrammatico unitario e completo. La durata è definita contrattualmente: la quantità di tempo necessaria è stabilita dal singolo psicodrammatista sulla base delle esigenze del gruppo e del suo stile operativo. Con un gruppo di adulti normali il tempo medio è di circa 2 ore; nel caso di bambini o di adulti gravemente disturbati si riduce notevolmente a causa della ridotta capacità attentava dei partecipanti.

Lo psicodramma costituisce uno strumento d’intervento adatto ai piccoli gruppi: in una sessione il numero dei partecipanti non dovrebbe essere inferiore a 3 unità e non dovrebbe superare le dodici.

 

I meccanismi mentali

I meccanismi mentali
I meccanismi mentali che vengono stimolati durante l’esperienza psicodrammatica sono:
-         La funzione di doppio
-         La funzione di specchio
-         La funzione di inversione di ruolo
-         La catarsi

La funzione di doppio ha luogo quando dati due soggetti A e B; il soggetto A offre al B degli stimoli che sollecitano in lui una dinamica mentale che lo avvia al discorso interiore e al dialogo con sé stesso. Il ruolo del soggetto A è quello di indurre il soggetto B a scavare dentro di sé sempre più in profondità ricercando sentimenti, immagini, sensazioni, sinora rimasti chiusi nella sua intimità. Nel caso del doppio l’individuo arricchisce la rappresentazione si se stesso orientando l’attenzione verso il suo interno.

La funzione di specchio ha luogo quando abbiamo un’interazione capace di produrre una dinamica mentale grazie alla quale un individuo coglie aspetti di se stesso nelle immagini relative alla sua persona e a lui rimandate. Nel caso dello specchio l’individuo guarda fuori di sé per constatare come egli sia percepito dagli altri.

La funzione di inversione di ruolo, meglio detta funzione di decentramento percettivo conseguente all’applicazione dell’inversione di ruolo, permette al protagonista di giocare la parte di un altro.

La catarsi consiste in quel meccanismo psicologico che si manifesta attraverso una scarica psicofisica intensa e repentina (riso, pianto, rabbia, tremore…) una volta che la tensione emotiva ha raggiunto il suo apice massimo, seguita da un lungo tempo di distensione. Per Moreno la catarsi è attiva e primaria per l’attore –protagonista e passiva e secondaria per i membri dell’uditorio.

 

Le tecniche

Le tecniche
Le tecniche attraverso le quali la metodologia psicodrammatica realizza i suoi obbiettivi sono:
-         L’amplificazione
-         La concretizzazione
-         La costruzione della scena
-         Il doppio
-         La fotografia
-         L’intervista
-         L’inversione di ruolo
-         La presentazione
-         La proiezione nel futuro
-         La sedia ausiliaria
-         La sociometria
-         Il soliloquio
-         la sospensione della risposta

 

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L’amplificazione è una tecnica psicodrammatica che mira ad accentuare nel protagonista una specifica emozione (collera, gioia, invidia, noia, odio, vergogna…), in modo da farla emergere e distinguere in un contesto emozionale che appariva opaco e indifferenziato. Esistono due differenti modalità di utilizzo dell’amplificazione: la prima consiste nel accentuare un’emozione già emersa nel protagonista, la seconda invece, consiste nell’amplificare stimoli esterni in grado di provocare l’emozione attesa.
La concretizzazione è una tecnica psicodrammatica con la quale il protagonista rende percepibile in un mondo fisico esterno ciò che egli prova dentro di sé. L’esteriorizzazione dei propri sentimenti, gli permette di trattare e non di subire. Rientra nella tecnica della concretizzazione anche l’uso della postura, cioè di una particolare collocazione nello spazio, che permette al protagonista di esprimere il suo sentire in modo plastico.
La costruzione della scena ha lo scopo di immergere il protagonista in una situazione che lo coinvolga al massimo sul piano percettivo e motorio. Il direttore ha il compito di aiutare il protagonista a farsi coinvolgere in maniera ottimale nella scena. Lo può invitare a muoversi ampiamente nello spazio, può far usare un certo oggetto, può far ripetere una sequenza di movimenti, può chiedere di ripetere alcune azioni al rallentatore. Il materiale per la costruzione della scena è costituito da oggetti che, per forma e per funzione si prestano ad usi diversi. E’ importante anche il disfare la scena terminata la sessione di psicodramma in modo da rendere tangibile questo momento finale: rimettendo a posto i singoli oggetti, il protagonista si toglie dall’atmosfera emotiva in cui era precedentemente immerso liberandosi dai sentimenti dominanti per prepararsi ad affrontare in maniera mentalmente più libera e disponibile, una situazione diversa.
Il doppio consiste nel “dar voce” a ciò che il protagonista non riesce a dire per i motivi più diversi: timidezza, vergogna, inibizione, angoscia, senso di colpa, educazione, non coscienza. Un membro dell’uditorio gioca il ruolo di “doppio” vivendo un intenso sentimento di identificazione con il protagonista e offrendosi a fungere da “alter-ego” esprimendo ad alta voce pensieri, desideri, sentimenti che questi non riesce ad esprimere verbalmente. Il membro dell’uditorio che desidera intervenire come doppio lo segnala al direttore con un gesto; e questi, se lo ritiene opportuno chiede il consenso al protagonista e dà via libera al doppio.
La tecnica della fotografia consiste nel mostrare psicodrammaticamente un momento della propria vita riproducendo fedelmente sulla scena il contenuto di una fotografia appartenente al proprio album di ricordi.
L’intervista è la modalità tipica iniziale di una sessione di psicodramma. L’intervista permette di far esplicitare alcuni contenuti mentali del protagonista (immagini, pensieri, desideri, affetti…) che si prestano ad essere trasformati in rappresentazione scenica. Lo scopo dell’intervista è quello di far emergere rapidamente un ricordo, un desiderio, un simbolo, una metafora, un’immagine su cui fondare la scena psicodrammatica.
L’inversione di ruolo è la tecnica centrale dello psicodramma. Essa consiste nel far sì che una persona (membro del gruppo, protagonista) assuma per un certo tempo il ruolo di un “altro”. Questo “altro” è di solito una persona reale, ma può anche essere la personificazione di un oggetto, di un’idea, di una fantasia, di un simbolo, di una parte di sé.
La tecnica della presentazione si realizza solitamente nei momenti precedenti l’avvio di una scena e costituisce la modalità utilizzata per conoscere quegli aspetti di una persona che concorreranno allo sviluppo dell’azione. Il direttore inizia lo psicodramma invitando il protagonista a presentare gli aspetti di sé che stanno per entrare in gioco nella situazione che si va costruendo sul palcoscenico. In un secondo tempo si presenteranno gli altri personaggi.
La proiezione nel futuro consiste nel mostrare sul palcoscenico la trasposizione nell’avvenire di elementi emergenti dalla sua attualità. Il protagonista può proiettarsi in un futuro immediato (domani o fra una settimana), o prossimo (fra qualche mese o anno) o remoto (nella vecchiaia).
La sedia ausiliaria viene utilizzata appunto, come elemento “ausiliario” per il protagonista per sviluppare la sua azione psicodrammatica. La sedia occupa uno spazio ben definito sul palcoscenico ed è uno spazio che va riempito: da un interlocutore immaginario o dallo stesso protagonista, nel primo caso si parla di sedia vuota, nel secondo di sedia alta. La sedia vuota si utilizza quando il protagonista deve dire delle cose ad un altro che egli immagina occupare lo spazio offerto dalla sedia, la sedia alta si colloca sopra un tavolo, su questa sedia si siede il protagonista in modo che possa  provare un rapporto “dall’alto in basso” con persone che nella realtà vive come “superiori” e “al di sopra”.
La sociometria è l’insieme delle tecniche che rendono rappresentabili le forze d’attrazione (tele positivo) e quelle di rifiuto (tele negativo) intercorrenti fra i membri del gruppo. La sociometria si può dividere in sociometria grafica e sociometria d’azione. La sociometria grafica porta alla costruzione di sociogrammi cioè di diagrammi in cui appaiono quantificate le forze di attrazione e di rifiuto e le situazioni d’indifferenza presenti in un certo momento nel gruppo. La sociometria d’azione rende rappresentabile la struttura dei rapporti sociali in un gruppo ricorrendo alle tecniche psicodrammatiche.
Il soliloquio è il metodo psicodrammatico  in cui il protagonista esprime quello che la memoria gli riporta alla mente “mostrandolo” sulla scena in modo tale da trasformare il contenuto del ricordo in realtà attuale. Nel soliloquio il protagonista parla a voce alta come se si rivolgesse a se stesso.
La sospensione della risposta consiste nell’applicare una regola per cui una persona dà un messaggio ad un’altra, mentre quest’altra non può replicare nell’immediato. Questa sospensione funge da ‘cuscinetto temporale’ fra i due messaggi. Durante questo tempo-cuscinetto colui che ha ricevuto il messaggio, invece di esprimere la sua risposta riflette, in modo da dare un senso più ponderato allo stimolo ricevuto.

 

Bibliografia

Bibliografia

Arnold W., Eysenck H. J., Meili R.(a cura di), (1986), Dizionario di Psicologia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Mi).

Boria G. (1997),  Lo psicodramma classico, Franco Angeli, Milano.

Moreno J. L. (1947), The theatre of spontaneity, Beacon House, New York, (trad. it. Il teatro della spontaneità, Guaraldi Editore S.p.A., Rimini-Firenze ed.1973).

Moreno J. L. (1953), Who shall survive?, Beacon House, New York, (trad. it. Principi di sociometria, psicoterapia di gruppo e sociodramma, Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., Milano 1964).

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