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prison experimentLo Stanford prison experiment è la chiave per capire il comportamento di internati e SS naziste all'interno dei lager

 

 

Le ricerche effettuate dalla psicologia sociale hanno potuto fornire degli importanti strumenti per evidenziare la facilità con cui, degli uomini comuni, sono in grado di mettere in atto dei comportamenti estremamente violenti nei confronti di soggetti sconosciuti e innocenti. Tali strumenti possono essere utilizzati per contribuire a comprendere i motivi che spinsero comuni uomini tedeschi a deumanizzare, umiliare, picchiare e torturare quelle persone che venivano considerate dal Terzo Reich come inferiori e appartenenti alla classe dei sub-umani. Le SS sono state le maggiori responsabili delle atrocità subite dagli ebrei all’interno dei campi di concentramento. Le guardie naziste che si trovavano all’interno dei campi di concentramento, a differenza della tesi sostenuta da Eugen Kogon, non erano affatto delle persone sadiche e depravate, bensì erano dei normali uomini che venivano spinti a comportarsi in maniera crudele a causa della particolare situazione e del particolare ambiente in cui essi si trovavano.
La tesi di Kogon perciò è da respingere nettamente, così come tutte quelle interpretazioni che, secondo la classificazione eseguita da Michael Mann, considerano le guardie naziste come “disturbed killers”. Era il particolare ambiente, in cui si trovavano le guardie naziste e i prigionieri ebrei, a favorire il comportamento violento e crudele dei primi. Per analizzare il comportamento atroce messo in atto dalle SS all’interno dei lager, bisogna perciò partire da un presupposto fondamentale, quanto scioccante: tali persone erano uomini comuni. Solamente una piccolissima parte di loro, in accordo anche alle testimonianze riportate, poteva essere considerata affetta da gravi disturbi mentali; tuttavia, il grande orrore generato all’interno dei campi di concentramento, e l’uccisione sistematica e altamente programmata degli ebrei, sono eventi che sono potuti accadere proprio grazie alla «normalità» delle persone impiegate per realizzare tali compiti.
I risultati degli esperimenti di psicologia sociale effettuati sulla deindividuazione, sulla deumanizzazione e sull’obbedienza all’autorità, sono in grado di mettere in evidenza quei processi psicologici che hanno favorito, sia all’interno del laboratorio, sia nella circostanza concreta del campo di concentramento, l’indebolimento delle inibizioni a commettere violenze e la conseguente messa in atto di comportamenti estremamente distruttivi. I risultati ottenuti dallo Stanford Prison Experiment ad esempio, evidenziano bene la velocità con cui un gruppo di normali cittadini possa trasformarsi in un gruppo di guardie sadiche e crudeli. Zimbardo ha mostrato infatti come, dopo appena tre giorni di vita all’interno della sua mock prison, il modo di comportarsi dei soggetti che rivestivano il ruolo di guardie, sia diventato particolarmente violento e crudele: dopo appena tre giorni di esperimento infatti, il comportamento all’interno della prigione stava iniziando a degenerare velocemente. Il fatto poi che Zimbardo venne costretto a sospendere l’esperimento solamente dopo alcuni giorni, evidenzia il grande impatto causato su delle persone «normali» da un ambiente e da delle situazioni molto particolari, che favorivano il processo di deindividuazione e di deumanizzazione: a Zimbardo bastarono appena sei giorni di tempo per dimostrare con quanta facilità quella linea immaginaria che separa il bene dal male potesse essere varcata da uomini comuni. Partendo dalle analisi effettuate da Zimbardo perciò, è facile capire quanto le ben più estreme circostanze che si presentavano all’interno dei lager, potessero favorire il comportamento violento delle SS; queste infatti, così come i soggetti che rivestivano il ruolo di guardie all’interno dello Stanford Prison Experiment, erano spinte da particolari circostanze ad entrare in stato di deindividuazione, con tutte le conseguenze che l’entrata in tale stato poteva generare.
È stato evidenziato quanto il processo di deumanizzazione della vittima dei propri comportamenti violenti, possa favorire la disinibizione di tali comportamenti nei suoi confronti. A tal proposito, è opportuno ricordare quanta influenza ebbe nell’esperimento realizzato da Bandura, Underwood e Fromson, la consapevolezza, da parte dei volontari che partecipavano alla prova sperimentale, di dover valutare il comportamento di vittime definite come «animali». Se si parte da questo presupposto, e si integra con alcuni aspetti importanti evidenziati da Zimbardo, è facile comprendere quanta influenza abbia avuto sul comportamento delle SS non solo la propaganda discriminatoria organizzata dal regime nazista ai danni degli ebrei, ma anche le pessime condizioni fisiche, igieniche, e i modi di comportamento disperati messi in atto dagli stessi ebrei: questi ultimi infatti, agli occhi delle guardie naziste, stavano diventando progressivamente simili a degli animali, e ciò contribuiva, in accordo alle osservazioni eseguite da quegli studiosi che hanno analizzato le cause e le implicazioni del processo di deumanizzazione, a far superare alle SS le inibizioni a maltrattare le loro vittime. Il processo di deumanizzazione della vittima infatti, facilitava notevolmente il compito delle guardie naziste. Le condizioni igieniche in cui venivano costretti a vivere gli ebrei, la loro scarsa alimentazione e i lavori massacranti ai quali erano sottoposti, facevano perdere loro lentamente i tratti tipici delle persone comuni, e contribuivano a farli apparire agli occhi delle guardie naziste non come degli uomini, bensì come degli esseri sub-umani che si meritavano le punizioni che venivano loro inflitte: tutto ciò favoriva inevitabilmente la disinibizione del comportamento violento nei loro confronti. Lo stesso meccanismo psicologico si manifestava anche all’interno della mock prison di Stanford.
A favorire il processo di deumanizzazione eseguito ai danni dei prigionieri ebrei, contribuiva inoltre il pessimo odore che essi emanavano, causato da delle condizioni igieniche assolutamente pessime: Sabini e Silver sottolineano infatti che l’impedire ad una vittima di curare la propria igiene personale, costituisce il metodo più efficace per favorire i processi di deumanizzazione e di degradazione nei suoi confronti. Lo stesso Franz Stangl, comandante nazista al campo di Treblinka, dopo che gli era stato chiesto il motivo per cui i prigionieri ebrei venivano ridotti e trattati come degli animali selvaggi, rispose che tale trattamento era messo in atto proprio per favorire i comportamenti violenti e distruttivi delle SS nei loro confronti. La risposta di Stangl evidenzia ulteriormente perciò come la maggior parte delle SS, non essendo sadica o mentalmente disturbata, avesse la necessità di trovare una soluzione che le consentisse di superare le normali inibizioni ad umiliare, torturare e uccidere delle persone come loro: la deumanizzazione della vittima costituiva tale soluzione. Anche se le conseguenze della deumanizzazione subita dagli ebrei all’interno dei lager sono state estremamente più gravi e più atroci rispetto alle conseguenze della deumanizzazione subite dai prigionieri di Stanford, e benché tale processo sia stato favorito notevolmente dalla propaganda di regime, tuttavia è evidente che il processo psicologico che si è manifestato all’interno dei due diversi contesti è stato lo stesso, ed è evidente come tale processo, messo in atto da persone «normali», abbia potuto favorire in entrambe le circostanze la messa in atto di atti violenti. Il processo di deumanizzazione perciò, così come può spiegare validamente alcuni dei motivi che hanno spinto le guardie di Stanford a maltrattare e ad abusare dei loro prigionieri, allo stesso modo può contribuire, tenendo in considerazione però anche altri aspetti, a spiegare i motivi di molte delle atrocità messe in atto nei confronti degli ebrei
Un altro motivo che favoriva il comportamento violento delle guardie, sia all’interno del carcere di Stanford, sia all’interno dei campi di concentramento nazisti, è da ricercare nell’annullamento della personalità individuale subito dai prigionieri. Il processo di deumanizzazione, come è stato sottolineato, viene favorito soprattutto con il progressivo ed estremo abbrutimento delle condizioni fisiche della vittima e con la sua perdita graduale dei tratti e dei modi di fare tipici di un essere umano. La deumanizzazione di un uomo però, e di conseguenza il crollo delle inibizioni a comportarsi nei suoi confronti in maniera violenta, viene favorito anche dalla cancellazione di tutti quei tratti strettamente personali che costituiscono la sua unicità e la sua identità.
Attraverso tale processo cioè, la vittima diventa estremamente simile a tutte le altre vittime, e ciò impedisce ulteriormente alle guardie di percepire realmente la sofferenza personale che ciascun soggetto sta interiormente provando. L’insieme delle vittime non viene cioè percepito più come un insieme ben definito e composto da esseri umani estremamente differenziati l’uno dall’altro, bensì viene considerato come una massa informe di esseri anonimi, l’uno uguale all’altro. Tale processo consente ulteriormente di far crollare le inibizioni a mettere in atto delle violenze nei confronti di una vittima che in tal modo è privata dei suoi tratti distintivi: l’importanza della vita umana della vittima tende progressivamente a diminuire, fino a risultare agli occhi delle guardie non più importante di una cosa, o, molto più spesso, di un semplice numero. Questo tipo di atteggiamento nei confronti dei prigionieri, sia all’interno della «mock prison», sia all’interno dei campi di concentramento, veniva ad esempio favorito dalle particolari divise che dovevano essere indossate dai prigionieri. I prigionieri infatti, subito dopo aver indossato le divise, e subito dopo esser stati spogliati di qualsiasi oggetto personale che potesse contraddistinguere la loro unicità, diventavano ben presto agli occhi delle guardie dei soggetti l’uno simile all’altro, anonimi, e ciò favoriva la messa in atto di comportamenti violenti nei loro confronti.
Coloro che volontariamente parteciparono all’esperimento di Zimbardo, crearono delle situazioni che inevitabilmente ricordano alcuni aspetti della prigionia all’interno dei campi di concentramento. Le punizioni ricevute dai soggetti prigionieri all’interno del carcere di Stanford ricordano ad esempio, sebbene chiaramente in intensità assai minore, molte delle umiliazioni ricevute dai prigionieri ebrei all’interno dei lager: tale paragone serve ancora una volta ad evidenziare che la causa principale della violenza messa in atto all’interno delle due diverse situazioni, deve essere ricercata non tanto nei tratti di personalità delle guardie, quanto piuttosto nell’influenza generata da un ambiente deindividualizzante e deumanizzante. I processi psicologici che possono spiegare il comportamento delle guardie incaricate da Zimbardo, sono gli stessi che sono in grado di spiegare i motivi di gran parte delle condotte messe in atto dalle SS e dalle altre guardie naziste. L’obbligo imposto ai prigionieri di cantare delle canzoni umilianti e oscene, l’obbligo di raccogliere i propri escrementi a mani nude, l’obbligo di restare svegli e «sull’attenti» per molte ore, l’obbligo di chiedere il permesso alle guardie per poter compiere anche gli atti più semplici e naturali, l’obbligo di sottoporsi a duri sforzi fisici e l’obbligo di eseguire degli ordini completamente inutili, sono infatti solamente alcuni degli episodi umilianti avvenuti all’interno della prigione allestita da Zimbardo, episodi che accadevano, naturalmente in forme più estreme e crudeli, anche all’interno dei campi di concentramento nazisti. Se tali atti immorali sono stati generati per ordine di «normali» cittadini, protagonisti di un esperimento scientifico per appena sei giorni, non ci si deve meravigliare delle atrocità commesse da altrettante persone «normali», influenzate da una capillare propaganda di regime, persone che hanno svolto il ruolo di guardie all’interno dei campi di concentramento per un periodo ben più esteso di sei giorni
Quei meccanismi psicologici e quelle situazioni che spiegano il motivo del comportamento umiliante messo in atto dalle guardie dello Stanford Prison Experiment, possono aiutare a spiegare anche il motivo che spinse la gran parte delle guardie naziste a torturare e picchiare selvaggiamente i deportati ebrei: l’ambiente nel quale avvenivano tali episodi era infatti ricco di deindividuating inputs, situazioni cioè che erano in grado di demolire completamente le inibizioni personali delle guardie a commettere degli atti orribili. Zimbardo ha notato ad esempio l’importanza dell’utilizzo di uniformi identiche per favorire nelle guardie il senso di anonimato e quindi la diminuzione del senso di colpa per le violenze messe in atto; allo stesso modo le SS e le altre guardie che indossavano delle divise, si sentivano assai simili a tutti i loro colleghi, sentivano cioè di essere parte di un insieme di persone coeso e con un compito in comune, cosicché il senso della loro individualità e della propria unicità poteva facilmente essere indebolito, favorendo la messa in atto di comportamenti brutali e l’obbedienza a ordini criminali.
Il senso di responsabilità diffusa per le conseguenze degli atti eseguiti dall’intero gruppo delle guardie naziste, favoriva ulteriormente il crollo di qualsiasi inibizione a commettere degli atti violenti. L’utilizzo di una divisa inoltre, così come accadeva per le guardie di Stanford, favoriva nelle guardie naziste l’immedesimazione nel ruolo che il regime hitleriano aveva loro assegnato, rendendo di conseguenza più facile la diligente esecuzione di tutti i compiti orribili e di tutti quei doveri previsti dal ruolo che esse dovevano svolgere: la persona che indossava la divisa delle SS infatti, sentiva di agire non sulla base delle proprie motivazioni personali, bensì sulla base di quanto era richiesto ad una guardia di un lager, e perciò si sentiva maggiormente libera di maltrattare e anche di uccidere gli ebrei. Lo Stanford Prison Experiment ha dimostrato quanto l’assunzione di un ruolo specifico da parte di un uomo comune, possa arrivare a indebolire in maniera estrema il suo senso di identità, liberandolo di conseguenza dalle preoccupazioni in merito alle valutazioni del proprio comportamento operate dal proprio Sé e dalle altre persone. Partendo da questa osservazione perciò, è facile capire che molti comportamenti violenti delle guardie naziste sono stati messi in atto proprio a causa della completa immedesimazione nel ruolo che era stato loro assegnato: esse sentivano di agire non sulla base di motivi personali o comunque ascrivibili alla propria identità, bensì sulla base di ciò che l’assunzione del ruolo di SS prevedeva.
Come è stato evidenziato dai risultati dello Stanford Prison Experiment, è utile ricordare che con il passare dei giorni, i prigionieri divenivano sempre più rassegnati e passivi, mentre le guardie tendevano ad agire in un modo sempre più violento, autoritario e crudele. Ciò significa che le situazioni deindividualizzanti e deumanizzanti presenti all’interno del carcere di Stanford, stavano radicalizzando in maniera estrema il modo di comportarsi dei soggetti. È proprio l’impressionante degenerazione dei comportamenti delle guardie che dovette convincere Zimbardo a sospendere l’esperimento: molto probabilmente, se l’esperimento fosse durato almeno un’altra settimana, il comportamento delle guardie sarebbe divenuto ancora più crudele e violento, e sarebbe apparso ancora più simile a quello messo in atto dalle SS all’interno dei lager. Questo aspetto deve far riflettere. Zimbardo proibì inoltre alle sue guardie di mettere in atto delle forti violenze fisiche e di costringere i prigionieri a condotte estremamente oscene e altamente immorali. Partendo dal presupposto dei risultati ottenuti in seguito ad appena sei giorni di esperimento, e considerando l’imposizione di tali divieti, è logico dedurre che se queste restrizioni non fossero state imposte, il comportamento generato da persone comuni che dovevano svolgere il ruolo di guardie, sarebbe stato ben più violento e immorale.

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