Esiste nell’ambito familiare una sorta di implosione di violenza, un fenomeno che spesso non si manifesta al di fuori delle mura domestiche e per questo meno controllabile e prevedibile. Il caso emblematico di Melania Rea ci mostra gli aspetti più profondi e inquietanti dell’ambivalenza e del contrasto tra la figura maschile e quella femminile.

L’articolo 1 della Dichiarazione  delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne ( 1993) la definisce in questi termini : “Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”.

Il nucleo familiare ha subito nel corso degli anni una profonda trasformazione. Nella  famiglia patriarcale il  rapporto uomo-donna era asimmetrico, l’autorità e il potere erano patrimonio  della figura maschile alla quale si doveva solo obbedienza e rispetto, alla donna erano affidati compiti umili come la cura dei figli e la gestione dell’economia interna della famiglia.  L’emigrazione e l’allontanamento dai luoghi di origine dovuti alle nuove esigenze del mercato del lavoro hanno causato spesso la rottura dei legami coniugali  e con il territorio di appartenenza. Le donne hanno dovuto in tali circostanze assumere funzioni diverse, compiti che prima erano affidati al capofamiglia,  sono diventate necessariamente più autorevoli e direttive assumendosi tutte le  responsabilità dell’andamento familiare. Fino agli anni 60 il ruolo della donna risultava in secondo piano rispetto all’uomo sia nella società che nel mondo del lavoro; con la contestazione del ’68 si delinea un panorama diverso in cui la figura femminile assume un nuovo valore all’interno della società e fuori dalle mura domestiche .
Questo processo di trasformazione ha, in un certo senso, invertito le parti  rendendo il rapporto uomo-donna simmetrico e paritario,  la donna, diventata anche lavoratrice e quindi  più integrata nel tessuto sociale, ha preso coscienza dei propri diritti rivendicando le proprie idee e la possibilità di poterle esprimere liberamente.
In questo contesto il portato culturale che ha sempre riguardato gli schemi comportamentali di predominanza sia fisica che psicologica hanno subito un lenta ma inevitabile involuzione. La figura maschile, spesso educata per generazioni agli stereotipi sessuali di appartenenza  si è dovuta confrontare sullo stesso piano con le lecite rivendicazioni della donna, non solo sul piano concreto ma anche psicologico.

Una lotta che per tanti uomini è diventata sempre più difficile da gestire, fortemente condizionati dagli archetipi culturali  della loro educazione, radici storiche che hanno sempre differenziato funzioni e compiti in nome di una disuguaglianza accettata ed etichettata dalla stessa società. La donna considerata un tempo l’ angelo del focolare, non era più emarginata al ruolo di chi aspetta  senza chiedere più di tanto, di chi soffre in silenzio e accetta pressioni psicologiche e, in tanti casi, anche esplosioni di violenza incontrollate. Il senso del possesso, che portava molti uomini ad avere il controllo sugli altri e in particolare sulla donna considerata debole e indifesa, si è trasformato lentamente in una sorta di buco nero nel quale tanti uomini  non hanno saputo ridisegnare nuovi legami mettendo anche in discussione comportamenti ritenuti “normali” e socialmente accettati.

Dal punto di vista statistico la violenza sulle donne riguarda circa sette  milioni di persone, di età compresa tra i 16 e 42 anni ma questi dati non tengono conto del mondo sommerso, delle tante e troppe storie di soprusi e violenze che vengono taciuti per molti anni e non denunciati, infatti circa il 96 % delle vittime non ne parla con nessuno. Gli avvenimenti di cronaca nera evidenziano un incremento della violenza sulle donne e purtroppo, spesso, con esiti tragici perché la follia omicida sacrifica la vita di tante di esse , quelle donne che cercano di sottrarsi all’uomo violento rompendo un matrimonio, una convivenza o un rapporto diventato insopportabile. Sappiamo che la ribellione delle donne è una strada lunga e faticosa, spesso impiegano molti anni prima di denunciare agli organi competenti le violenze subite, sopportano per cercare di mantenere in piedi l’immagine di una famiglia in cui forse credono ancora e che sperano possa ritrovare l’equilibrio e la serenità perduta.

Esiste nell’ambito familiare una sorta di implosione di violenza, un fenomeno che spesso non si manifesta al di fuori delle mura domestiche e per questo meno controllabile e prevedibile. La  violenza ripetuta per anni verso le figure più deboli (donne e bambini) ci mostra un panorama sociale in cui la famiglia rappresenta l’anello debole, il luogo privato dei sentimenti repressi, della solitudine e della fragilità che nella logica della modernità-progresso sono elementi distonici e poco funzionali. La violenza è sempre esistita ma in questi ultimi anni le donne sono state frequentemente il bersaglio preferito, pensiamo agli ultimi casi di cronaca nera di cui ancora oggi  si discute cercando di trovare le motivazioni profonde che hanno spinto la mano dell’assassino.

Il caso emblematico di Melania Rea ci mostra gli aspetti più profondi e inquietanti dell’ambivalenza e del contrasto tra la figura maschile e quella femminile. Ancora una volta la donna tradita nei sentimenti che cerca di riappropriarsi della sua immagine e del suo ruolo, con il coraggio e la determinazione di chi crede nella famiglia e negli affetti più cari. Dalla parte opposta un uomo che ha sempre alimentato il narcisismo e che ha fatto del tradimento una normale routine familiare, un credo esistenziale immune da pentimenti e riflessioni, anche lui un uomo come tanti che esercita il diritto-dovere di violentare psicologicamente la sua compagna e di arrivare al punto di  toglierle la vita.  Nonostante tutto la violenza sulle donne continua ad essere un territorio inesplorato, un labirinto di falsità e di pudore estremo, tra le mura di tante case che non possono ascoltare  né  parlare con la loro voce. A questa voce diamo la giusta risonanza affinché  in un mondo civile ogni tipo di violenza possa essere denunciato e legalmente perseguito.

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