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I PROSSIMI LABORATORI PER BAMBINI

nazismoIl Nazismo spiegato attraverso i concetti della psicologia del male

Spiegare non significa scusare
Attraverso l’utilizzo dei concetti di deindividuazione, deumanizzazione, moral disengagement e obbedienza all’autorità, si può riuscire a fornire una valida interpretazione dei motivi che spinsero moltissimi uomini comuni ad obbedire ai comandi di Hitler, divenendo i complici del più terribile processo distruttivo che l’uomo sia mai riuscito a generare: l’Olocausto. Lo sterminio di circa 6 milioni di ebrei effettuato ad opera del regime nazista, rappresenta infatti il più grande orrore di tutti i tempi, non solo per le dimensioni di tale sterminio, ma anche per le atroci condizioni in cui gli ebrei venivano trattati all’interno dei campi di concentramento. Lo sterminio degli ebrei è stato senza alcun dubbio l’atto più vergognoso e crudele che l’uomo comune abbia mai potuto provocare. In seguito alla conoscenza delle atrocità commesse all’interno dei lager nazisti, “[e]ra stato dimostrato che l’uomo è capace non solo di pensare, ma anche di attuare l’inaudito” (Moriani, 1999, pag.99).
«Come è stato possibile?»: è questa la domanda più frequente che il mondo intero si è posta nei confronti dell’Olocausto. «Come è stato possibile che il popolo tedesco, popolo di grandi tradizioni culturali, abbia potuto rendersi complice di un processo distruttivo di così ampia scala?»: questa è un’altra delle domande ricorrenti che ci si pone spesso nell’affrontare il tema della persecuzione degli ebrei.
Jung fornisce un’immagine molto suggestiva dell’avvento del nazismo, avvento che porta inevitabilmente ad un grande clima di confusione e di violenza: “Ma che in un paese veramente civile che si pensava avesse già da un pezzo superato il Medioevo, un antico dio della tempesta e dell’ebbrezza, cioè quel Wotan che da tempo era andato storicamente a riposo, potesse ridestarsi a una nuova attività come un vulcano spento, questo è più che strano: è addirittura sensazionale […]. Wotan, il viandante, si era destato” (Jung, 1936, pag.280). Il livello di crudeltà raggiunto dalle guardie naziste nei confronti degli ebrei, è stato talmente elevato che spesso molte persone non hanno voluto credere che simili atti fossero stati commessi davvero. Michael Zeller sostiene: “Lo sterminio nazista costituisce per molti aspetti la più grande barbarie registrata dalla nostra storia. La crudeltà con la quale le vittime vennero destinate, trasportate, selezionate, torturate, costrette spesso a farsi del male a vicenda o a collaborare con il detentore per sopravvivere qualche giorno, nell’impossibilità di qualsiasi tentativo di fuga o di ribellione, stenta un orrore che la maggior parte di noi stenta a reggere […]. Ma a chiunque viene voglia di dire «non è possibile, non può essere accaduto, non voglio crederci»” (Zeller, 2002). Secondo Eleonora D’Agostino Trevi, in particolare, “Auschwitz è il nome stesso del male nella sua forma meno occultata, più radicale, che ha dato l’impronta della tragedia e del fallimento alle nostre più radicate certezze sulla natura dell’uomo” (D’Agostino Trevi, 2000, pag.26). Lo sterminio degli ebrei effettuato dal regime nazista, è stato un fenomeno assai unico e con caratteristiche specifiche, e non può essere comparato assolutamente ad altri eventi storici: “Non solo l’intensità, né le motivazioni, né le modalità, né il carattere premeditato e «finale» della distruzione messa in atto, anche se sono tutti elementi rilevanti a caratterizzare la violenza nazista, a essere decisivi.
La nascita del regime nazionalsocialista tedesco e lo sviluppo dell’Olocausto, non possono certamente venir spiegati ricorrendo esclusivamente ad una spiegazione che si basi solamente su concetti sociopsicologici. È impensabile cercare di fornire una seria spiegazione dello sterminio degli Ebrei effettuato dal regime nazionalsocialista tedesco, ricorrendo solamente a concetti psicologici come la deindividuazione, la deumanizzazione del nemico e l’obbedienza ad una autorità legittima. Per poter comprendere veramente quali sono stati i motivi che hanno generato il Terzo Reich, lo sviluppo di un estremo sentimento antisemita all’interno della popolazione tedesca negli anni Trenta, e la conseguente partecipazione del popolo tedesco alla persecuzione degli ebrei, bisogna analizzare con cura l’influenza di molte variabili, sia di tipo economico che di tipo storico, culturale e politico. Non è possibile dare una spiegazione monocausale di questo fenomeno assai complesso. Per avere la pretesa di dare una spiegazione seria e accurata dell’enorme fascino che ha generato l’ideologia nazista, e che ha permesso perciò a delle persone comuni di trattare come dei pidocchi o degli esseri sub-umani gli ebrei, non è sufficiente perciò utilizzare una spiegazione che si basi solamente sui concetti della psicologia sociale, ma è estremamente necessario tenere in grande considerazione, ad esempio, la particolare condizione economica in cui si trovava la Germania agli inizi degli anni Trenta, la sconfitta subita nel primo conflitto mondiale, il sentimento popolare nei confronti della vecchia classe dirigente, le conseguenze relative al Trattato di Versailles, il profondo radicamento dell’antisemitismo nella cultura tedesca, e molte altre variabili di carattere politico, storico e culturale.
Tuttavia, gli studi effettuati sulla deindividuazione, sul processo di deumanizzazione, sui meccanismi di moral disengagement e sul fenomeno dell’obbedienza all’autorità, sono in grado di favorire la comprensione di quei meccanismi psicologici che hanno spinto degli uomini comuni a seguire gli ordini provenienti da livelli gerarchici superiori, ordini che miravano a costringere gli ebrei a vivere all’interno dei campi di concentramento nazisti, in condizioni di vita orribili e assolutamente inimmaginabili, almeno fino a quel momento. Tali studi evidenziano cioè quali particolari meccanismi psicologici furono messi in atto da quelle persone che avevano ricevuto l’ordine di controllare e gestire il comportamento degli ebrei all’interno dei lager, e mettono in mostra con quanta facilità ciascun uomo comune avrebbe potuto comportarsi alla stessa maniera di come si comportarono le guardie tedesche. Gli studi di Zimbardo, Bandura e Milgram infatti, riescono ad evidenziare come le condotte atroci messe in atto dalle SS all’interno dei lager, non siano state in realtà messe in atto da uomini sadici, affetti da gravi patologie mentali, bensì da uomini comuni, «normali», i quali erano spinti a comportarsi come «mostri» in seguito alle particolari situazioni in cui essi si venivano a trovare: questo è l’aspetto che turba maggiormente coloro che vorrebbero ritenere responsabili delle atrocità commesse all’interno dei campi di concentramento, non degli uomini comuni, bensì dei soggetti malati, dei «mostri» dotati di una personalità particolarmente violenta e sadica. Browning riporta una importante testimonianza di un ebreo (Abe Kimmelman) sopravvissuto al campo di Buchenwald: “Invece di considerare i responsabili dell’Olocausto come esseri alieni, Kimmelman dava per scontato che fossero degli esseri umani, delle persone come lui, e provò a immaginare cosa avrebbe fatto lui al posto loro: «Oggi, se non vuole essere sincero, uno può dire: ‘Sì, io di sicuro non avrei mai fatto un simile lavoro sporco’. Ma non c’è da essere tanto sicuri.

È bene comunque rendere esplicito che l’addossare la colpa per gli orrori messi in atto da persone comuni, a delle particolari circostanze culturali, storiche, politiche e psicologiche, non significa affatto considerare l’operato di tali persone come inevitabile o peggio ancora, come scusabile. Nessuna giustificazione può essere ammessa per la crudele e insensata condotta messa in atto nei confronti del popolo ebraico: coloro che si sono trovati in particolari circostanze, come ad esempio in situazioni in cui la pressione a conformarsi alla condotta violenta di gruppo era molto forte, oppure che si sono trovati in situazioni in cui la mera obbedienza a degli ordini criminali provenienti da livelli gerarchici superiori era vista come un dovere, non possono essere scusati per ciò che di orrendo essi hanno contribuito a fare. La possibilità di rifiutarsi di commettere degli atti barbari, come ad esempio la fucilazione di un ebreo, è stata messa in evidenza dalla maggior parte delle interviste e dalle ricerche effettuate su questo fenomeno: non è assolutamente vero, come molti sostenevano, forse per cercare di trovare una valida giustificazione per gli atti criminali commessi, che se un soldato o una guardia tedesca si fosse rifiutata di maltrattare o di uccidere un ebreo, questa avrebbe ricevuto una grave punizione o avrebbe rischiato addirittura di morire. La possibilità di rifiutare di partecipare ad una serie di atti tragici e assurdi, la possibilità cioè di «fare un passo indietro»,  è stata ormai appurata con evidenza. Tuttavia, così come è accaduto per un esperimento di Milgram, soltanto pochissime persone hanno compiuto un tale atto eroico, rifiutandosi di partecipare. In accordo con la posizione tenuta da Christopher Browning, devo perciò sottolineare che “[n]on accetto [..] i vecchi schemi secondo cui spiegare significa scusare, comprendere significa perdonare” (Browning, 2004, pag.XVI). Gli atti commessi dai soldati e dalle guardie naziste non possono perciò essere scusati in alcun modo.

BIBLIOGRAFIA
- Browning C.R., 1999, Verso il genocidio. Come è stata possibile la «soluzione finale», Il Saggiatore, Milano [ed.orig.: 1992].
- Browning C.R., 2004, Uomini comuni: polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi, Torino  [ed.orig.: 1992].
- D’Agostino Trevi E., 2000, Hannah Arendt: il male «banale». In Pieri F.P. (a cura di), Il Male, Cortina Editore, Milano.
- Flores M., 2005, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, Milano.
- Jung C.G., 1936, Wotan. In Opere, Vol.10, tomo 1, Boringhieri, Torino, 1980.
- Moriani G., 1999, Il secolo dell’odio: Conflitti razziali e di classe nel Novecento, Marsilio, Venezia.
- Zeller M., 2002, Olocausto, www.gndesign.it/shoahnet/riflessioni_02.htm.

Spiegare non significa scusare

Attraverso l’utilizzo dei concetti di deindividuazione, deumanizzazione, moral disengagement e obbedienza all’autorità, si può riuscire a fornire una valida interpretazione dei motivi che spinsero moltissimi uomini comuni ad obbedire ai comandi di Hitler, divenendo i complici del più terribile processo distruttivo che l’uomo sia mai riuscito a generare: l’Olocausto. Lo sterminio di circa 6 milioni di ebrei effettuato ad opera del regime nazista, rappresenta infatti il più grande orrore di tutti i tempi, non solo per le dimensioni di tale sterminio, ma anche per le atroci condizioni in cui gli ebrei venivano trattati all’interno dei campi di concentramento. Lo sterminio degli ebrei è stato senza alcun dubbio l’atto più vergognoso e crudele che l’uomo comune abbia mai potuto provocare. In seguito alla conoscenza delle atrocità commesse all’interno dei lager nazisti, “[e]ra stato dimostrato che l’uomo è capace non solo di pensare, ma anche di attuare l’inaudito” (Moriani, 1999, pag.99).

«Come è stato possibile?»: è questa la domanda più frequente che il mondo intero si è posta nei confronti dell’Olocausto. «Come è stato possibile che il popolo tedesco, popolo di grandi tradizioni culturali, abbia potuto rendersi complice di un processo distruttivo di così ampia scala?»: questa è un’altra delle domande ricorrenti che ci si pone spesso nell’affrontare il tema della persecuzione degli ebrei.

Jung fornisce un’immagine molto suggestiva dell’avvento del nazismo, avvento che porta inevitabilmente ad un grande clima di confusione e di violenza: “Ma che in un paese veramente civile che si pensava avesse già da un pezzo superato il Medioevo, un antico dio della tempesta e dell’ebbrezza, cioè quel Wotan che da tempo era andato storicamente a riposo, potesse ridestarsi a una nuova attività come un vulcano spento, questo è più che strano: è addirittura sensazionale […]. Wotan, il viandante, si era destato” (Jung, 1936, pag.280). Il livello di crudeltà raggiunto dalle guardie naziste nei confronti degli ebrei, è stato talmente elevato che spesso molte persone non hanno voluto credere che simili atti fossero stati commessi davvero. Michael Zeller sostiene: “Lo sterminio nazista costituisce per molti aspetti la più grande barbarie registrata dalla nostra storia. La crudeltà con la quale le vittime vennero destinate, trasportate, selezionate, torturate, costrette spesso a farsi del male a vicenda o a collaborare con il detentore per sopravvivere qualche giorno, nell’impossibilità di qualsiasi tentativo di fuga o di ribellione, stenta un orrore che la maggior parte di noi stenta a reggere […]. Ma a chiunque viene voglia di dire «non è possibile, non può essere accaduto, non voglio crederci»” (Zeller, 2002). Secondo Eleonora D’Agostino Trevi, in particolare, “Auschwitz è il nome stesso del male nella sua forma meno occultata, più radicale, che ha dato l’impronta della tragedia e del fallimento alle nostre più radicate certezze sulla natura dell’uomo” (D’Agostino Trevi, 2000, pag.26). Lo sterminio degli ebrei effettuato dal regime nazista, è stato un fenomeno assai unico e con caratteristiche specifiche, e non può essere comparato assolutamente ad altri eventi storici: “Non solo l’intensità, né le motivazioni, né le modalità, né il carattere premeditato e «finale» della distruzione messa in atto, anche se sono tutti elementi rilevanti a caratterizzare la violenza nazista, a essere decisivi.

La nascita del regime nazionalsocialista tedesco e lo sviluppo dell’Olocausto, non possono certamente venir spiegati ricorrendo esclusivamente ad una spiegazione che si basi solamente su concetti sociopsicologici. È impensabile cercare di fornire una seria spiegazione dello sterminio degli Ebrei effettuato dal regime nazionalsocialista tedesco, ricorrendo solamente a concetti psicologici come la deindividuazione, la deumanizzazione del nemico e l’obbedienza ad una autorità legittima. Per poter comprendere veramente quali sono stati i motivi che hanno generato il Terzo Reich, lo sviluppo di un estremo sentimento antisemita all’interno della popolazione tedesca negli anni Trenta, e la conseguente partecipazione del popolo tedesco alla persecuzione degli ebrei, bisogna analizzare con cura l’influenza di molte variabili, sia di tipo economico che di tipo storico, culturale e politico. Non è possibile dare una spiegazione monocausale di questo fenomeno assai complesso. Per avere la pretesa di dare una spiegazione seria e accurata dell’enorme fascino che ha generato l’ideologia nazista, e che ha permesso perciò a delle persone comuni di trattare come dei pidocchi o degli esseri sub-umani gli ebrei, non è sufficiente perciò utilizzare una spiegazione che si basi solamente sui concetti della psicologia sociale, ma è estremamente necessario tenere in grande considerazione, ad esempio, la particolare condizione economica in cui si trovava la Germania agli inizi degli anni Trenta, la sconfitta subita nel primo conflitto mondiale, il sentimento popolare nei confronti della vecchia classe dirigente, le conseguenze relative al Trattato di Versailles, il profondo radicamento dell’antisemitismo nella cultura tedesca, e molte altre variabili di carattere politico, storico e culturale.

Tuttavia, gli studi effettuati sulla deindividuazione, sul processo di deumanizzazione, sui meccanismi di moral disengagement e sul fenomeno dell’obbedienza all’autorità, sono in grado di favorire la comprensione di quei meccanismi psicologici che hanno spinto degli uomini comuni a seguire gli ordini provenienti da livelli gerarchici superiori, ordini che miravano a costringere gli ebrei a vivere all’interno dei campi di concentramento nazisti, in condizioni di vita orribili e assolutamente inimmaginabili, almeno fino a quel momento. Tali studi evidenziano cioè quali particolari meccanismi psicologici furono messi in atto da quelle persone che avevano ricevuto l’ordine di controllare e gestire il comportamento degli ebrei all’interno dei lager, e mettono in mostra con quanta facilità ciascun uomo comune avrebbe potuto comportarsi alla stessa maniera di come si comportarono le guardie tedesche. Gli studi di Zimbardo, Bandura e Milgram infatti, riescono ad evidenziare come le condotte atroci messe in atto dalle SS all’interno dei lager, non siano state in realtà messe in atto da uomini sadici, affetti da gravi patologie mentali, bensì da uomini comuni, «normali», i quali erano spinti a comportarsi come «mostri» in seguito alle particolari situazioni in cui essi si venivano a trovare: questo è l’aspetto che turba maggiormente coloro che vorrebbero ritenere responsabili delle atrocità commesse all’interno dei campi di concentramento, non degli uomini comuni, bensì dei soggetti malati, dei «mostri» dotati di una personalità particolarmente violenta e sadica. Browning riporta una importante testimonianza di un ebreo (Abe Kimmelman) sopravvissuto al campo di Buchenwald: “Invece di considerare i responsabili dell’Olocausto come esseri alieni, Kimmelman dava per scontato che fossero degli esseri umani, delle persone come lui, e provò a immaginare cosa avrebbe fatto lui al posto loro: «Oggi, se non vuole essere sincero, uno può dire: ‘Sì, io di sicuro non avrei mai fatto un simile lavoro sporco’. Ma non c’è da essere tanto sicuri.

È bene comunque rendere esplicito che l’addossare la colpa per gli orrori messi in atto da persone comuni, a delle particolari circostanze culturali, storiche, politiche e psicologiche, non significa affatto considerare l’operato di tali persone come inevitabile o peggio ancora, come scusabile. Nessuna giustificazione può essere ammessa per la crudele e insensata condotta messa in atto nei confronti del popolo ebraico: coloro che si sono trovati in particolari circostanze, come ad esempio in situazioni in cui la pressione a conformarsi alla condotta violenta di gruppo era molto forte, oppure che si sono trovati in situazioni in cui la mera obbedienza a degli ordini criminali provenienti da livelli gerarchici superiori era vista come un dovere, non possono essere scusati per ciò che di orrendo essi hanno contribuito a fare. La possibilità di rifiutarsi di commettere degli atti barbari, come ad esempio la fucilazione di un ebreo, è stata messa in evidenza dalla maggior parte delle interviste e dalle ricerche effettuate su questo fenomeno: non è assolutamente vero, come molti sostenevano, forse per cercare di trovare una valida giustificazione per gli atti criminali commessi, che se un soldato o una guardia tedesca si fosse rifiutata di maltrattare o di uccidere un ebreo, questa avrebbe ricevuto una grave punizione o avrebbe rischiato addirittura di morire. La possibilità di rifiutare di partecipare ad una serie di atti tragici e assurdi, la possibilità cioè di «fare un passo indietro»,  è stata ormai appurata con evidenza. Tuttavia, così come è accaduto per un esperimento di Milgram, soltanto pochissime persone hanno compiuto un tale atto eroico, rifiutandosi di partecipare. In accordo con la posizione tenuta da Christopher Browning, devo perciò sottolineare che “[n]on accetto [..] i vecchi schemi secondo cui spiegare significa scusare, comprendere significa perdonare” (Browning, 2004, pag.XVI). Gli atti commessi dai soldati e dalle guardie naziste non possono perciò essere scusati in alcun modo.

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