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diventa fan

Quando sono entrata nell’ OPG di Aversa mi sembrava tutto surreale, le celle, i permessi, gli orari da rispettare, insomma ero per la prima volta in un Istituto totalizzante dove le regole, ed il rispetto per esse sono all’ordine del giorno e davvero non sapevo cosa fare.....

Solo quando il dr. Ferraro, direttore dell’OPG di Aversa, mi ha offerto la possibilità di avere un colloquio con un internato, ho cominciato a chiedermi  come potesse essere una persona che aveva ucciso il padre; forse mi aspettavo di vedere un “mostro”, nell’aspetto fisico intendo, ed è per questo che quando ho visto per la prima volta C. N. mi è sembrato impossibile pensare che quel ragazzo dagli occhi blu e  dalla faccia così pulita, potesse aver ucciso il padre con così tanta efferatezza. Ed ecco allora che mi sono sentita catturata da tutto ciò che mi diceva e da come lo faceva, tanto da osservare ogni suo minimo gesto ed ascoltare con attenzione ogni particolare della sua vita.

Durante il primo colloquio N. mi è sembrato apparentemente sereno e disponibile a ripercorrere le vicende del suo passato; si è parlato molto della famiglia e del rapporto che lui aveva con essa, tralasciando volutamente il momento dell’uccisione del padre. Una vita senz’altro difficile quella di N., caratterizzata da dolori e da delusioni ancora presenti nel soggetto in esame. Ultimogenito di 4 figli, afferma di essere stato sempre molto “coccolato” e di aver vissuto all’interno di una famiglia serena e benestante dove a nessuno mancava nulla. Il padre, gran lavoratore ma con il vizio del gioco, era un uomo molto attento alle tradizioni e ai valori, tanto da spingere le proprie figlie a trovare presto un compagno e crearsi una  famiglia. I primi disagi tuttavia, si manifestano all’età di 7 anni, quando la madre, in seguito alla morte della figlia dodicenne, comincia a soffrire di gravi patologie che la porteranno gradualmente alla morte, avvenuta quando N. aveva solo 9 anni. La perdita della madre segna l’inizio di una nuova organizzazione familiare, il padre sposerà un’altra donna  dalla quale avrà due figli. La mappa della nuova famiglia è disfunzionale sin dall’inizio, con un padre centrale ed una “madre” periferica, distante e disimpegnata nei confronti del nucleo familiare che rifiuta continuamente l’affetto di N. I rapporti tra le figure genitoriali sono di tipo conflittuale, in casa N. dice “si respirava un clima di tensione e di contraddizione” . Nonostante ciò N. dichiara di aver accettato senza difficoltà sia i fratelli nati dalla nuova unione, sia la moglie del padre. Il rapporto con questo ultimo però muta, difatti N. avverte di aver perso il ruolo di centralità che aveva nella famiglia precedente. Vive questo disagio in solitudine anche se dichiara di avere una vita sociale abbastanza normale che lo porta a frequentare amici e donne. Ad un certo punto però comincia a fare uso di sostanze stupefacenti che alterano il tono dell’umore che si presenta disforico. E’ probabile che proprio l’assunzione di queste sostanze abbia contribuito a slatentizzare i suoi disagi interiori, manifestati sotto forma di delirio. Il carattere polimorfo di questo delirio si manifesta nella giustapposizione dei fenomeni che lo compongono, soprattutto convinzioni ed intuizioni deliranti che irrompono nella mente ed anche allucinazioni esuberanti, spesso visive, ma più frequentemente uditive, allucinazioni psichiche (voci, fuga del pensiero, etc.). Il padre è restio ad accettare i prodomi della malattia, anche quando in seguito ad un episodio, non specificato da N., viene ricoverato in regime coatto. Dal colloquio emerge che l’unica iniziativa presa dal padre, in riferimento alla malattia, sia stata quella di contattare un parente psichiatra per la prescrizione di una terapia farmacologia inizialmente somministrata ed in seguito abbandonata. N. dice che il padre voleva che  il figlio rimanesse con lui e che il “male” sarebbe scomparso lavorando e stando in casa con i suoi cari. Sembra inoltre che non ci siano mai state manifestazioni di aggressività fisica nei confronti della figura paterna ad eccezione di un episodio che evidenzia più degli altri quel sentimento contrapposto di amore e odio che nutre nei suoi confronti; trovandosi in auto, per motivi di lavoro, indotto probabilmente da voci imperanti, avrebbe avuto la tentazione di suicidarsi e di morire insieme a lui. A tal proposito voglio ricordare che alcuni pazienti schizofrenici, si fondono psicologicamente con la propria vittima e sono totalmente incapaci di capire dove finiscono loro e dove comincia l’altra persona. Perciò, uccidere la vittima equivale ad un suicidio. Durante l’ultima fase del colloquio, contrariamente a quella iniziale, N. appare visibilmente più agitato e ammette di aver programmato l’uccisione del padre una settimana precedente al fatto.

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