Lo Stalking visto ed analizzato dagli occhi e dal pensiero di chi è stato vittima di persecuzione

Fallofori, fallomani, falliti, vigliacchi, anonimi
persecutori: le mie decisioni professionali, giornalistiche,
personali sono diventate terreno di caccia e di ignobile
persecuzione per un gruppo di miserabili impotenti misogini che non possono capire la libertà e la dignità di scegliere come donna in un mondo di uomini. Lettere anonime, intimidazioni, intrusioni nella vita privata, minacce dirette e trasversali. Maschi senza attributi capaci solo di spartire nefandezze nascosti nel buio, sulla mia pelle e su quella dei miei cari. Ma le mie scelte non sono cambiate, non cambiano.
Ho sperimentato che cosa significa dare in pasto la propria
vita, il proprio passato per denunciare i fatti: ho trovato
carabinieri attenti e giusti, pronti ad ascoltare e lenire,
precisi e inflessibili nell’applicare una legge che, pur lenta
a colpire, imbrigliata in mille pastoie burocratiche, alla
fine può essere usata dalle donne perché niente resti
impunito. A patto di avere il coraggio di denunciare, di non lasciare nessuno spazio alla sindrome di Stoccolma, a patto di uscire allo scoperto e di rigettare nelle tenebre da cui sono usciti gli stalkers, i cacciatori di frodo, i malati impotenti misogini, livorosi e risentiti perduti nelle loro esaurite allucinazioni, castratori castrati, masticatori di un niente sempre più grigio e spento. Perché le donne si possono perseguitare con lettere anonime, si possono umiliare, si possono violentare nella loro intimità, si possono disprezzare nella loro professionalità…e si può anche molestarle sul lavoro, rendere la loro vita professionale umiliante e infernale, sottostimarle e non pagarle.



L’Istat ha pubblicato gli ultimi dati sul fenomeno della
criminalità. In questo ambito, l’Istituto ha presentato
informazioni sulle molestie e violenze sessuali subite dalle
donne nel corso della vita e nei tre anni precedenti
l’indagine, che è stata effettuata nel 2002 tramite interviste telefoniche, selezionando un campione di 60 mila famiglie per un totale di 22 mila 759 donne di età compresa tra i 14 e i 59 anni.
Sono più di mezzo milione (520 mila), le donne dai 14 ai 59 anni che nel corso della loro vita hanno subito almeno una violenza tentata o consumata; si tratta del 2,9% del totale delle donne di 14-59 anni. Sono 118 mila (0,7%) le donne della stessa età che hanno subito almeno una violenza nei tre anni precedenti l’intervista. Hanno tra i 25 e i 44 anni le donne che più frequentemente hanno subito stupro o tentato stupro nel corso della vita (3,6% della stessa classe di età), mentre le giovani di età inferiore ai 24 anni hanno un tasso di vittimizzazione più basso (1,9%).

Ma chi sono gli autori delle violenze (tentate o consumate)?
Gli autori sono soprattutto persone conosciute dalle vittime:nel corso della vita, solo il 18,3% delle vittime è stata violentata da un estraneo e il 14,2% da un conoscente di vista. Per il resto sono gli amici ad essere più frequentemente i violentatori (23,5%), seguiti dai datori o colleghi di  lavoro (15,3%), dai fidanzati/ex fidanzati (6,5%), dai coniugi/ex coniugi (5,3%).
Nel caso poi delle sole violenze consumate, l’autore è un amico delle vittime addirittura nel 23,8% dei casi, il coniuge o il convivente (o l’ex coniuge/convivente) per il 20,2% e il fidanzato o l’ex fidanzato per il 17,4%, mentre le violenze da  parte di estranei riguardano appena il 3,5% delle donne che hanno subito violenza sessuale. “Negli ultimi tre anni, invece - precisa l’Istat -, è osservabile nella tipologia degli autori delle violenze sessuali tentate o consumate una maggiore presenza degli amici (29%), dei fidanzati (11,1%) e dei coniugi/ex coniugi o dei conviventi/ex conviventi”.    

E le violenze continuano a non essere denunciate.
E’ immenso il sommerso delle donne. Soltanto il 7,4% delle donne che ha subito una violenza tentata o consumata nel corso della vita ha denunciato il fatto (9,3% negli ultimi tre anni). Le motivazioni di questo sommerso sono sempre legate principalmente alla paura di essere giudicate male, al timore di non essere credute, al senso di vergogna o di colpa. Anche la paura dell’abusatore e la sfiducia nelle capacità delle forze dell’ordine sono due elementi determinanti nella scelta di non denunciare l’episodio. Le donne che hanno subito una violenza consumata hanno indicato maggiormente la paura di  essere giudicate e non credute e la paura di essere trattate male e con poca riservatezza, la paura di non aver denunciato per imbarazzo, vergogna o per un senso di colpa. Quasi un terzo delle donne non parla con nessuno dell’episodio che ha subito, il 30,6% nel corso della vita e il 31,2% negli ultimi tre anni. Per le sole violenze consumate il dato ammonta al 26,9%.



E come cambia la vita di chi ha subito abusi, tentati abusi, minacce, pedinamenti, persecuzioni?
“Per le vittime emergono soprattutto mutamenti di atteggiamento in chiave relazionale - evidenzia l’Istat -: quasi la metà dichiara di essere diventata più diffidente e più fredda (48,9%), mentre percentuali più basse, ma non trascurabili, mostrano di avere difficoltà a instaurare relazioni (8,6%), di essere più aggressive (8,1%), di avere difficoltà ad avere rapporti sessuali (6,8%), di essere cambiate (4,8%)”. Poi vi sono i mutamenti comportamentali, “da un lato, rispetto all’esterno per la percezione di paura nei confronti dello spazio pubblico (l’11,7% dichiara di non essere più tranquilla quando esce, il 7,7% di evitare strade isolate quando esce, il 2,7% addirittura di non uscire più di sera), dall’altro lato, rispetto alla propria vita (il 2,6% ha lasciato il partner/è andata via di casa, l’1,4% ha cambiato lavoro)”. Infine, sono rintracciabili le conseguenze intese come diminuzione di benessere psico-fisico: attacchi di ansia/problemi di depressione hanno colpito il 5,2% delle vittime, il 2,4% ha dichiarato di avere problemi legati al sonno, il 3,2% paura del buio e il 4,7% di essere rimasta sotto shock. Circa la metà (9 milioni 860 mila) delle donne in età 14-59 anni hanno subito nell'arco della loro vita almeno una molestia a sfondo sessuale. A rischio il posto di lavoro, dove in 373mila sono state sottoposte a ricatti sessuali.

Lo stalking, la persecuzione anonima, la forma più vigliacca di violenza, è in aumento: è talmente facile e talmente difficilmente punibile! Le lettere anonime, le molestie verbali e le telefonate oscene sono le più diffuse (rispettivamente il 25,8% e il 24,8% delle donne in età 14-59 anni); seguono gli episodi di pedinamento e gli atti di esibizionismo (entrambi quasi il 23%) e le molestie fisiche che raggiungono quasi il 20%. Negli tre anni precedenti l’intervista il 9,9% delle donne tra i 14 e i 59 anni ha subito molestie verbali, il 9,4% ha ricevuto telefonate oscene, il 7,7% è stata pedinata, il 4,5% ha avuto molestie fisiche e il 3,1% ha assistito ad atti di esibizionismo.

Prendendo in considerazione le sole molestie fisiche, ovvero le situazioni in cui la donna è stata avvicinata, toccata o baciata contro la sua volontà, è possibile osservare che la maggior parte sono perpetrate da persone che si conoscono:  il 58,2% sono state fatte da estranei e l’11,8% da persone che si conoscono di vista. Tra le persone conosciute bene, invece, ci sono con più frequenza gli amici (9%), il collega (6,1%) o il datore di lavoro (4,3%), il compagno di scuola (1,5%).
E infine i ricatti sessuali sul lavoro. Sono 373 mila (il 3,1%) le donne di 15-59 anni che nel corso della vita lavorativa sono state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro: in particolare l’1,8% per essere assunte e l’1,8% per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera. Sono state 92 mila (lo 0,8%) quelle che hanno subito ricatti sessuali negli ultimi tre anni. Ma il ricatto sessuale può anche essere morboso, strisciante, subdolo, insinuante, rivelarsi in tutta la sua pienezza al momento in cui subentra una differente scelta lavorativa della donna. Il datore di lavoro si trasforma in stalker, persecutore, non accetta che la donna scelga, che abbandoni, che cambi, in una parola, che sia libera. Il ricatto sessuale ancora una volta supera e umilia qualunque richiamo alla professionalità. Quando una donna subisce un ricatto sessuale nel 77,1% dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro (65,3% negli ultimi tre anni). Solo il 22,9% di coloro che hanno subito ricatti nel corso della vita ha raccontato la sua esperienza (16,4%).

Bisogna uscire dall’incubo del silenzio, spezzare il mondo dei persecutori fatto di idee fisse, di illusioni, di arroganza, di vigliaccheria, distruggere il loro miserabile universo di onnipotenza infantile e di egocentrismo. Se non possiamo cambiare il mondo, possiamo però certamente, come donne e come esseri umani, cambiare il nostro modo di reagire  ai comportamenti degli uomini (non intendendo con uomini, in questo caso, esseri umani…).

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