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sindrome di stoccolma Profilo della Sindrome di Stoccolma. Storie di cronaca che a volte stupiscono, ma che ci permettono di addentrarci in una sfera relazionale deviante purtroppo attuale.


Patty Hearst era una  giovane donna ventenne. Giovane e fortunata – nel senso pragmatico della parola. Nipote di un  magnate dell’editoria, cresciuta ricchissima, nel 1974 viene rapita dallo SLA (Symbionese Liberation Army).
Finita la prigionia, la giovane decide di seguire nelle scorribande chi l’aveva tenuta in ostaggio, arrivando a commettere un crimine e finendo inesorabilmente in carcere.
Tanya Kach è scomparsa bambina ed è tornata adulta, alla fine degli anni Novanta.
Rinchiusa nella casa del suo carceriere, quando divenne maggiorenne iniziò a godere di maggiore libertà, e potè iniziare a frequentare vicini di casa e altre persone. Ma non tornò alla propria famiglia fino a che non fu fortuitamente scovata.
Elizabeth Smart venne portata via dal suo letto nel 2002, quattordicenne, e per mesi venne abusata e indottrinata da una sorta di sedicente guru. Quando venne ritrovata, negava persino il proprio nome, e si muoveva già da tempo in luoghi pubblici, senza tentare di farsi riconoscere.
Recentemente Natasha Kampusch, diciottenne, è scappata dopo otto anni di feroce prigionia, chiusa in una cella sotto al pavimento. Malgrado gli abusi e le condizioni in cui viveva, afferma di avere avuto altre possibilità di fuga, nel tempo. E di essere arrivata a scappare fondamentalmente solo a causa di una lite col suo rapitore.
Tempi diversi e storie similissime.
Quasi seguissero un fedele copione – quasi che fossero sintomi.
E, più  precisamente, le manifestazioni sconcertanti della sindrome di Stoccalma.
Detto banalmente : il rapito intesse un rapporto complesso col proprio rapitore, arrivando a proteggerlo, difenderlo e – in qualche caso e in maniera  dubbia – anche ‘amarlo’.
In realtà, spesso, questo tipo di disagio viene citato anche in alcuni casi di abuso su donne o minori, ma è essenzialmente legato alle vittime di sequestri.
Il suo nome nasce dai protagonisti di una rapina in banca nel 1973, in Svezia, che chiesero poi clemenza verso chi aveva puntato loro addosso armi e minacce varie.
Ma cosa caratterizza questa sindrome?
Come spiega la dottoressa Cinzia Foglia (Associazione Italiana di Psicologia Giuridica), in primis vi è un legame di ‘affiatamento’ e ‘simpatia’ verso i propri sequestratori, per quanto l’emergere del fenomeno sia legato  a determinate circostanze, come, per esempio, la durata e l’intensità dell’evento traumatico.
E’ emerso, infatti, che solo una minoranza dei rapiti negli U.S.A., ha sviluppato questa problematica, che quindi richiede un incontro tra personalità idonee all’emergere della sindrome.
Usualmente, i primi segni si manifestano già dal terzo giorno di prigionia, una volta attenuato lo stato di  confusione e disorientamento.
Si è anche visto che, mentre violenze e abusi crudeli impediscono l’instaurarsi di questo rapporto apparentemente paradossale (mentre contribuiscono a un posteriore disturbo post-traumatico da stress), privazioni e umiliazioni di minore entità lo favoriscono, venendo letti dalla vittima come episodi necessari al mantenimento del controllo della situazione.
L’avvicinamento aumenta poi con il proiettare l’ostilità verso il nemico comune, le forze dell’ordine, percepite come fonte di continua ansia e pericolo della fragile omeostasi raggiunta.
E, spessissimo, anche dopo il rilascio (e per anni), permane questo stato di ‘indulgenza’ e appoggio verso il rapitore, con una tendenza al distacco dalla propria vita precedente e dalla propria identità.
Se questo atteggiamento è problematico e ostacolante verso la polizia che tenta di risolvere i casi è anche vero che la sindrome di Stoccolma favorisce la sopravvivenza del rapito riuscendo a creare un feed back positivo da parte dell’aggressore.
E la spiegazione?
Si scomoda la psicoanalisi.
Con due meccanismi : regressione e identificazione col rapitore.
Regressione nell’acquisizione di comportamenti quasi infantili che stimolino l’accudimento e la cura da parte dell’unico individuo che porta cibo e acqua, e che è responsabile dell’integrità dell’ostaggio.
E identificazione, poichè  essa consente di superare il conflitto della dualità  bisogno/avversione che si avverte verso il sequestratore, e permette anche di rendere più sopportabile e meno sconvolgente l’approccio con una realtà che, vista senza distorsioni, sarebbe difficilmente sostenibile.
Diventare l’altro, per non essere un Sè in grave pericolo, per creare un illusorio ponte che sia garanzia di sicurezza.
E si è visto invero che, l’aguzzino, sovente finisce per rispondere a queste dinamiche divenendo meno ostile e aggressivo.
Una sorta di improbabile ma necessario equilibrio.
Che però funziona solo con personalità non ben strutturate, poco solide, come quelle di un bimbo o di un adolescente.
Nelle situazioni in cui il rapimento si effettua su questi soggetti delicati, magari per avere ‘uno/a schiavo/a’, si riscontra anche l’abitudine a stimolare nel minore una vera e propria depresonalizzazione, un ‘lavaggio del cervello’ che convince il poveretto che nessuno dei suoi cari si interesserà di lui, e che solo il carceriere lo curerà e gli starà accanto.
A questo punto, perversa estensione di un’imago genitoriale, l’aggressore non verrà contraddetto nè avversato.
Insomma, sindrome di Stoccolma come difesa e sopravvivenza.
E anche, come molte realtà psicologiche, un riflettore sulla complessità della nostra mente, del nostro bisogno di sopravvivere, di proteggerci.
Quasi fino a negarci.

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