donnaLa ricerca sul crimine violento mette in evidenza che le tipologie criminali riguardano la sfera maschile.
Mentre gli uomini scelgono generalmente le loro vittime con le quali non c’è nessun tipo di relazione, le donne selezionano soprattutto le vittime con le quali hanno qualche tipo di rapporto.
Questo articolo approfondisce la tematica dell'omocidio seriale al femminile.

 

Abbiamo vari tipi di donne serial killer:  

  1. LA PREDATRICE SESSUALE : è il tipo raro di assassina seriale, agisce da sola e sceglie le proprie vittime in base al sesso. Agiscono in un’età compresa tra i 30 e i 50 anni. 
  2. LA VENDICATRICE: uccide per motivi di gelosia o di vendetta. Hanno un’ ostilità profonda quasi al confine con la patologia.Uccidono senza il periodo di raffreddamento emozionale tra un delitto e l’altro. Iniziano la carriera all’età di 22 anni. Si ricorda il caso di Ellen Etheridge[vedi nota 1], che ha confessato l’omicidio di otto bambini. 
  3. LE VEDOVE NERE: Sono donne che uccidono solo figure parentali: mariti, partner, persone con le quali hanno avuto un rapporto di conoscenza diretta. Iniziano la loro carriera dopo i 25 anni. Sono delle donne molto intelligenti, manipolative ed estremamente organizzate e pazienti.È il caso di Belle Gunness[vedi nota 2], ritenuta responsabile di sedici omicidi e sospettata di altri dodici.
  4. Infine vi sono gli ANGELI DELLA MORTE: uccidono solo le persone che hanno in cura, o delle quali si devono occupare per qualche motivo. Iniziano ad uccidere dopo i 20 anni. L’omicidio può essere facilmente occultato. La motivazione è sempre il bisogno di dominio. E’ il caso di Waltraud Wagner [vedi nota 3], che ha confessato in carcere quarantanove omicidi.

 

 

 

donnaLa ricerca sul crimine violento mette in evidenza che le tipologie criminali riguardano la sfera maschile.
Mentre gli uomini scelgono generalmente le loro vittime con le quali non c’è nessun tipo di relazione, le donne selezionano soprattutto le vittime con le quali hanno qualche tipo di rapporto.
Questo articolo approfondisce la tematica dell'omocidio seriale al femminile.

 

Abbiamo vari tipi di donne serial killer:  

  1. LA PREDATRICE SESSUALE : è il tipo raro di assassina seriale, agisce da sola e sceglie le proprie vittime in base al sesso. Agiscono in un’età compresa tra i 30 e i 50 anni. 
  2. LA VENDICATRICE: uccide per motivi di gelosia o di vendetta. Hanno un’ ostilità profonda quasi al confine con la patologia.Uccidono senza il periodo di raffreddamento emozionale tra un delitto e l’altro. Iniziano la carriera all’età di 22 anni. Si ricorda il caso di Ellen Etheridge[vedi nota 1], che ha confessato l’omicidio di otto bambini. 
  3. LE VEDOVE NERE: Sono donne che uccidono solo figure parentali: mariti, partner, persone con le quali hanno avuto un rapporto di conoscenza diretta. Iniziano la loro carriera dopo i 25 anni. Sono delle donne molto intelligenti, manipolative ed estremamente organizzate e pazienti.È il caso di Belle Gunness[vedi nota 2], ritenuta responsabile di sedici omicidi e sospettata di altri dodici.
  4. Infine vi sono gli ANGELI DELLA MORTE: uccidono solo le persone che hanno in cura, o delle quali si devono occupare per qualche motivo. Iniziano ad uccidere dopo i 20 anni. L’omicidio può essere facilmente occultato. La motivazione è sempre il bisogno di dominio. E’ il caso di Waltraud Wagner [vedi nota 3], che ha confessato in carcere quarantanove omicidi.

 

 

 

La madre assassina

La madre assassina

Uno dei maggiori problemi avvertito è una chiara definizione dei termini infanticidio e figlicidio in quanto il Codice Penale Italiano  al capo I (“Dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale”) del titolo XII (“Dei delitti contro la persona”) prevede unicamente il reato di omicidio (art. 575) e quello di infanticidio (art. 578).

Pertanto, il reato di figlicidio commesso da uno o da entrambi i genitori nei confronti di un proprio figlio, indipendentemente dall’età della vittima, rientra nell’art. 575. Infatti, l’art. 578 (“Infanticidio..”) recita: “La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto , quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni.

A coloro che concorrono nel fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno.

Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere diminuita da un terzo a due terzi. Non si applicano le aggravanti stabilite dall’art. 61 del Codice Penale”

Da ciò si deduce che l’uccisione di un fanciullo, indipendentemente dall’età della vittima e dal suo rapporto o meno di consanguineità con l’autore del crimine, venga contemplato dall’art. 575 (“Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”) e dall’art. 576 e 577, riguardanti le circostanze aggravanti, i quali prevedono la pena dell’ergastolo se il reato di omicidio è commesso, tra l’altro, contro il discendente.

Dunque, dal punto di vista penale, si configura il reato di infanticidio quando è la madre a causare la morte del neonato, secondo quanto previsto dall’art. 578, e quello di omicidio in tutti gli altri casi (art. 575). Ciò nonostante i due termini (infanticidio e figlicidio) pongono alcune considerazioni:1) i due termini potrebbero essere usati come sinonimi in quanto la morte di un neonato, causato dalla madre, potrebbe essere definito sia infanticidio che figlicidio; 2) il reato di infanticidio non dovrebbe riguardare unicamente il delitto perpetrato da una madre, quale conseguenza di abbandono materiale e morale, ma l’uccisione di un neonato da parte di un genitore o di un estraneo; 3) il reato di figlicidio dovrebbe contemplare l’assassinio di un figlio, da parte di uno o di entrambi i genitori, indipendentemente dall’età della vittima; 4) pertanto, con il reato di infanticidio ci si potrebbe riferire unicamente all’uccisione di un neonato sia da parte di un estraneo (es., l’infermiera del reparto neonatale di un nosocomio) sia da parte di un parente (affine o acquisito), mentre con quello di figlicidio all’uccisione di un bambino da parte di uno o di entrambi i genitori, indipendentemente dall’età della vittima.

Fino al 1981, il reato di infanticidio, uccisione di un neonato durante il parto, o immediatamente dopo di esso, veniva distinto dal vero e proprio omicidio, se l’uccisione, nelle condizioni dette, avveniva per “causa honoris”, per evitare cioè il disonore della donna nubile, vedova o anche maritata, che aveva avuto un rapporto illegittimo con un uomo. Detto reato per causa d’onore veniva punito con una pena detentiva decisamente inferiore (da tre a dieci anni) su quella prevista per l’omicidio vero e proprio; stessa pena veniva inflitta anche a coloro che concorrevano sul fatto al solo scopo di favorire la donna.

 

 

 

Cesare Lombroso

 

Cesale Lombroso (2000), nell’ “Uomo delinquente” del 1889, a proposito dell’infanticida (Delinquente d’impeto) scrisse: “Quasi tutte le infanticide, molte delle quali delinquono per un sentimento d’onore esagerato, di cui è causa l’infamia che annette la società nostra alla maternità illegittima, mentre non rende obbligatoria al maschio la riparazione, né dà diritto alla ricerca della paternità, non lasciando alla femmina altra alternativa che o cancellare le tracce di un’immensa gioia, che per lei sola si converte in una immensa sventura, o restare per sempre infamata; e difatti le infanticide, è noto, come confessino facilmente il reato, come di rado sono recidive, spesso anzi siano d’onesti precedenti, e agiscano quasi sempre senza premeditazione, senza complici, senza strumenti propri, né, di raro, in istato di delirio: ed è noto come maritate nelle colonie penali dieno eccellenti risultati, quali non danno mai le ladre, le assassine comuni e le truffatrici (Cère, les populations dangereuses, Paris, 1872)”.

Il Lombroso, così prosegue quando trattò le ree d’occasione e per passione nel suo studio sulla donna delinquente del 1893: “Si aggiunga specialmente per le amanti abbandonate.

L’ingiusto disprezzo del mondo per quello che è detta la loro colpa e che non è se non un eccesso di amore pericoloso in una società, in cui la gran forza è l’egoismo.

La derisione degli uni, spesso la inumana severità dei parenti, accrescono il loro dolore già tanto grande: così la Jamais si vide per il suo fallo respinta dal padre moribondo che ne sdegnò l’ultimo bacio; la Provensal ricevette dal fratello una lettera che la dichiarava disonore della famiglia e divenuta una estranea.

Questo movente, che per costoro è secondario, diventa il principale e più forte per il maggior numero delle infanticide: congiunto spesso però ad una specie di bisogno di vendicarsi sul bambino del padre infedele. “Quando nacque – confessava alla Grandprè una infanticida – pensai che sarebbe stato vigliacco come lui, le mie dita allora gli si attortigliarono intorno al collo”.

Ce ne danno la prova polmonare le statistiche comprovanti che il numero degli infanticidi e quello delle nascite illegittime è un rapporto inverso, e non, come parrebbe più naturale diretto: ciò che con altre parole significa che nei luoghi dove essendo più rare le nascite illegittime sono considerate con occhio più severo, l’infanticidio è più frequente. E’ dunque la paura del disonore che spinge al delitto”.

 

 

Il dramma di Medea

Un “altro motivo”, che può spingere una donna ad uccidere il proprio figlio, viene ben “rappresentato” dal dramma di Medea, scritto da Euripide nel 431 a.c., che divorata dall’odio e dalla gelosia compie un atto di estrema crudeltà uccidendo i suoi due figli: “Medea, figlia di Eete re della Colchide, invaghitosi di Giasone lo aiutò a rapire il Vello D’Oro (nella mitologia greca è il favoloso montone su cui fuggirono nella Colchide, Elle e Frisso). Giasone sposò Medea e con lei, non potendo far ritorno nella Tessaglia, riparò a Corinto dove conobbe Glauce, figlia del re Creonte, che decise di sposare venendo meno ai giuramenti fatti alla donna che per amor suo aveva tradito il proprio genitore. Sicura di poter trovare rifugio ad Atene, Medea, piena di rancore e di odio nei confronti dei due amanti, decise di vendicarsi inviando in dono a Glauce una veste ed un diadema avvelenati che condussero la rivale ad una morte orribile insieme al padre che era accorso in suo aiuto. Ma l’ira di Medea non si era affatto placata tant’è che uccise anche i suoi due figlioletti avuti da Giasone, sgozzandoli con le sue mani”.

Il “Complesso di Medea”, che prende il nome proprio dal mito greco appena accennato, riguarda infatti proprio l’uccisione del figlio o dei figli da parte della propria madre che, con questo atto estremo, intende punire l’uomo, padre dei suoi figli, che l’ha gravemente offesa (es., un  tradimento subito o anche supposto).

“Queste madri vendicative (retaliating mothers) presentano in genere disturbi di personalità con aspetti aggressivi, comportamenti impulsivi, tendenze suicidarie e frequenti ricoveri in ospedale psichiatrico. Inoltre le loro relazioni con i compagni sono spesso ostili, caotiche. Infine queste madri tendono a utilizzare il figlio come un oggetto inanimato, una sorta di arma vendicativa contro il proprio compagno” (G. C.  Nivoli, 2002). 

Un altro grave quadro psicopatologico, che vede coinvolto uno o entrambi i genitori, di solito la madre, nell’uccisione di un proprio figlio, è la “Sindrome di Munchausen per procura: è un disturbo che consiste nella ricerca spasmodica da parte di un individuo dell’attenzione degli altri, mediante il danneggiamento di una terza persona. Si differenzia dalla semplice sindrome di munchausen, in quanto, quest’ultima, è caratterizzata dal fatto che il soggetto si autoinfligge  dei comportamenti lesivi, pur di attirare l’attenzione di chi gli sta intorno. La sindrome per procura, spesso viene attuata da madri di bambini piccoli che corrono in ospedale continuamente, lamentando malesseri improvvisi del figlio; in realtà sono loro stesse a creare la situazione di pericolo, per il gusto di creare eccitazione intorno a loro” (R. De Luca, 1998). 

A causa di gravi problemi familiari (es., separazione dei genitori, abbandono, grave lutto, abusi sessuali, violenze fisiche), situazionali (es., solitudine e/o particolari restrizioni economiche), relazionali (es., permanente conflittualità coniugale o rapporto instabile quale può essere una relazione con un uomo sposato), emozionali (vulnerabilità emotiva e mancanza di controllo degli impulsi che si traducono in scoppi di rabbia e ricorrenti minacce di aggressione, se non veri e propri scontri fisici, o di autolesionismo), affettivi (marcati cambiamenti dell’umore con intensi e frequenti episodi disforici) e psichiatrici (es., grave depressione, schizofrenia, paranoia) una donna, posta in una condizione di forte stress, può tradurre la sua rabbia, il suo dolore, le sue paure, le sue angosce e/o i suoi sentimenti di inadeguatezza in manifestazioni di disinteresse, di aggressività o di estrema crudeltà nei confronti di un proprio figlio, sino a causarne o volutamente provocarne la morte.

 

 

 

Le più famose

 

cianciulliTra le donne serial killer ricordiamo Milena QUAGLINI, La saponificatrice di Correggio, Leonarda CIANCIULLI, la quale squartava e saponificava i corpi ed usava il sangue assieme alla marmellata per fare delle torte e le farciva con vaniglia e ossa tritate. Aveva avuto molti aborti e leggendo su un libro che un tempo si effettuavano dei sacrifici umani si era convinta di questo per placare le sue sciagure.

 

 

 

 

Bibliografia

Bibliografia

U. Fornari, J. Birkhoff “Serial killer, tre mostri del passato a confronto”, Centro Scientifico Editore, Torino, 2002

Ciapri S. “Serial Killer, Metodi di Identificazione e Procedure Investigative”. Franco Angeli, Milano, 1998

De Leo G. e Patrizi P. “La Spiegazione del Crimine”. Il Mulino, Bologna, 1999

De Luca R. “Anatomia Del Serial Killer”. Giuffrè Editore, Milano, 1998

De Pasquali P. “Serial Killer in Italia”. Franco Angeli, Milano, 2001

C. Lucarelli e M. Picozzi “Serial killer: storie di ossessione omicida”, Strade Blu, Saggi Mondadori, Milano, 2003;

 

 

note



NOTA 1
A 22 anni sposa un miliardario, con otto figli. Sviluppa una forte gelosia verso i piccoli che ammazza con l’arsenico.

NOTA 2
Nasce nel 1859, emigra negli Stati Uniti nel 1881, dove muta il proprio nome in Belle e sposa Mads Sorensen, immigrato proveniente dalla Norvegia.La coppia apre un negozio che viene distrutto da un incendio.Con il denaro dell’assicurazione, i due coniugi acquistano una villa che va in fiamme dopo un paio di anni.Carolina, la prima figlia viene trovata morta nel 1896, due anni dopo muore Axel, con diagnosi di enterocolite fulminante, ma in realtà un medico riconobbe i segni di avvelenamento.Muore anche il marito, avvelenato, con il premio assicurativo la donna lascia la città con le due figlie.La nuova casa viene distrutta da un incendio dove vengono quattro cadaveri, tra cui anche quello di Belle.

NOTA 3
Giovane infermiera di 23 anni, uccide per la prima volta in una clinica a Vienna. Uccide una donna anziana di 77 anni, che l’ha implorata di porre fine alla propria sofferenza.
Coinvolge tre complici: Maria Gruber, Irene Leifold e Stephanija Mayer.

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