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Imputabili?

Con la rilevante sentenza n.9163/2005 del 25/1-8/3 2005 (1),le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito di recente che anche i “disturbi della personalità”, come quelli da nevrosi e psicopatie,possono costituire causa idonea ad escludere o grandemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del soggetto agente ai fini degli articoli 88 e 89 c.p., sempre che siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa.

Per contro,non assumono rilievo ai fini della imputabilità le altre “anomalie caratteriali” o gli “stati emotivi e passionali” atteso che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente.

E, inoltre, necessario che tra il disturbo mentale ed il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo.

Con la sentenza in commento, la Cassazione ha posto fine ad un lungo dibattito che ha radici antiche e che ha visto contrapposti il Legislatore, la giurisprudenza e la scienza psichiatrica sui concetti di capacità di intendere e di volere del soggetto agente, di imputabilità, di colpevolezza, di infermità mentale.

In base all’ importante decisione,i disturbi della personalità, che si caratterizzano per essere “inflessibili e maladattativi”,possono acquisire rilevanza ai fini della imputabilità laddove essi siano di consistenza,intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla capacità di intendere e di volere.

Tali disturbi,costituiti in genere da nevrosi e psicopatie, quand’anche non inquadrabili nelle figure tipiche della nosografia clinica iscrivibili al più ristretto novero delle “malattie” mentali, possono costituire anch’essi “infermità”, anche transeunte, rilevante ai fini degli artt. 88 e 89 c. p., ove determinino lo stesso risultato di pregiudicare, totalmente o grandemente, le capacità intellettive e volitive.

Deve, perciò, trattarsi di un disturbo idoneo a determinare (e che abbia, in effetti, determinato) una situazione di assetto psichico incontrollabile ed ingestibile (totalmente o in grave misura), che, incolpevolmente, rende l’agente incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti, di conseguentemente indirizzarli, di percepire il disvalore sociale del fatto, di autonomamente, liberamente, autodeterminarsi: ed a tale accertamento il giudice deve procedere avvalendosi degli strumenti tutti a sua disposizione, l’indispensabile apporto e contributo tecnico, ogni altro elemento di valutazione e di giudizio desumibile dalle acquisizioni processuali.

In particolare, secondo le Sezioni unite, a conferma della maggiore ampiezza che attualmente riveste il termine di infermità rispetto a quello di malattia, non interessa tanto che la condizione del soggetto sia esattamente catalogabile nel novero delle malattie elencate nei trattati di medicina, quanto che il disturbo abbia in concreto l’attitudine a compromettere gravemente la capacità sia di percepire il disvalore del fatto commesso, sia di recepire il significato del trattamento punitivo.

Un tale orientamento mette in crisi il criterio in base al quale l’anomalia psichica debba essere evinta dal novero delle rigide e predeterminate categorie nosografiche e lascia quindi spazio affinché, ai fini del giudizio circa la configurabilità o meno del vizio di mente, sia esso totale o parziale, il concetto di disturbo della personalità possa costituire causa idonea ad escludere o fortemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del soggetto agente.

Diversamente, non assumono rilevanza, ai fini della imputabilità, le altre anomalie caratteriali o gli stati emotivi e passionali, che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente.

A questo punto nel caso dei coniugi Romano se per ipotesi il disturbo paranoide di personalità dovesse essere diagnosticato in entrambi, ci sarebbe da valutare quanto questo abbia inciso nella loro capacità di autodeterminarsi.

La maggior parte dei paranoici passa dalla fase passiva alla fase (re)attiva, ostile, della vendetta. Dopo aver tentato invano di far valere le proprie ragioni, di ottenere giustizia dall’autorità, il paranoico decide di passare all’azione facendosi giustizia da solo e spesso dopo liti, dispute legali e querele giunge al crimine.

In questi casi è l’insorgenza del delirio che rappresenta il punto di rottura. Caratteristiche di questi deliri sono la continuità del pensiero delirante, la coerenza, l’ostinatezza  che resiste alle più evidenti smentite. Il sistema delirante, incorreggibile nelle sue premesse, è logico nelle sue connessioni, è infatti rappresentato da idee ben concatenate fra loro, sempre uguali a se stesse, nessun decadimento mentale. Tutto ciò sembra attinente all’iter dei Romano.

Fornari afferma che nelle sindromi paranoidi, “il vizio di mente può essere parziale o totale , non tanto e non solo in relazione al fatto che il reato compiuto sia sintomatico della produzione delirante , quanto piuttosto al grado di strutturazione o di destrutturazione della personalità di chi presenta tale alterazione psicotica”

Rudas  aggiunge che “ai fini medico legali bisogna confrontare il reato commesso con la struttura psichica dell’autore dello stesso: infatti un paranoico con delirio di persecuzione può commettere un omicidio lucido, premeditato, nei confronti del suo “persecutore” , ma essendo detto omicidio chiaramente determinato dal suo disturbo psichico , egli non potrà essere considerato imputabile. Se invece lo stesso paranoico commettesse, ad esempio, un reato di truffa, o emissione di assegni a vuoto, deve essere considerato imputabile, in quanto il reato non è in rapporto causale col disturbo di cui è portatore”.

L ‘imputabilità o meno del reo deve essere insomma esaminata alla luce del suo delirio, dei fatti che ne sono immediatamente conseguenti, del suo agire e della rappresentazione che lo conduce all’azione che deve essere congrua e sequenziale a quella che è la struttura portante del suo delirio.

E’ anche vero che il paranoico, in quanto portatore di un disturbo di personalità e non di un disturbo dissociativo, conserva una residua e più o meno ampia possibilità di scegliere un comportamento alternativo, anche all’interno delle sue convinzioni persecutorie. In merito a ciò non posso che concordare con quanto “affermato dal criminologo Francesco Bruno sui delitti di Erba . Lo psichiatra infatti dice: Nessun vizio di mente, ma premeditazione: non hanno trascurato alcun dettaglio…Rosa Bazzi era esasperata dalla presenza dei vicini perché i rumori che provenivano da casa Marzouk erano la colonna sonora di una famiglia che, pur tra varie difficoltà, era una famiglia felice. Una felicità che disturbava, che esasperava e che infine ha fatto impazzire un marito e una moglie che non erano riusciti a diventare genitori. Ma ciò che impressiona è il delitto organizzato, punto per punto, attingendo a una cultura popolare poliziesca. Non solo: le vittime sono state sgozzate come per far ricadere la colpa sullo straniero, magari islamico. L’assassino viene da fuori, non è uno di noi…

“È il primo episodio così grave legato al filone dei delitti tra vicini. Commesso oltretutto da due persone, altra caratteristica aggravante, però in genere questi omicidi non sono una novità, ci sono da sempre e non tendono ad aumentare, diventano semmai più efferati” ha spiegato rivelando che “ogni anno si commettono oltre 20 omicidi di questo genere”. Per Bruno, “tutto ciò vuol dire che esiste una patologia, e che più o meno è sempre uguale nel corso del tempo, solo che prima si esprimeva in un ambiente più sano ed invece oggi si esprime in un ambiente malato e tende quindi ad esasperarsi”. In merito ai coniugi Romano, Bruno ha aggiunto che “spesso è quasi sempre la donna che è capace di condizionare il proprio compagno in questo delirio e questo succede maggiormente se l’ambiente in cui vivono è un ambiente chiuso all’esterno, così come quello in cui vivevano i coniugi Romano”.

 

 

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