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Seconda fase del piano
Sono da poco passate le otto. La strage è conclusa. Bisogna cancellare le tracce.
"Ci siamo dati da fare per appiccare il fuoco" hanno raccontato i due.
Non dimentichiamo che Olindo fa il netturbino, raccoglie la spazzatura col camion e quindi sa bene come si appicca un incendio.
I due lavorando fianco a fianco, raccattano tutto quello che trovano in casa di infiammabile ma senza esagerare, perché il loro appartamento al piano di sotto non deve subire danni. Ammucchiano libri, carta,  carta igienica e accendono il fuoco con un accendino, iniziando dai vestiti che ha addosso Raffaella.
Nel frattempo i Frigerio terminano di cenare e Valeria Cherubini come tutte le sere scende a portare fuori il cane rischiando di incontrare sulle scale i Romano che, finita la mattanza, stanno per uscire sul  pianerottolo letteralmente coperti di sangue.
"Mentre stavamo uscendo dall’appartamento si è sentito il rumore di qualcuno che arrivava dalle scale" ha raccontato Olindo Romano. " Era lei, Valeria, con il suo cagnolino."
La signora vede il fumo e corre a chiamare il marito. “Mario, corri, brucia la casa. Dentro ci sono Raffaella e il bambino!” racconterà al suo risveglio dal coma Mario Frigerio.
L'uomo accorre  ma non fa a tempo a bussare alla porta di Raffaella.
"L'ho sentito che si avvicinava alla porta, l'ho aperta di scatto e l'ho colpito”. E’ Olindo che parla. “Quand'era a terra gli ho tagliato la gola finché non l'ho creduto morto".
Fortunatamente Frigerio ha una malformazione alla carotide che impedisce alla lama di penetrare. Mentre è a terra in un lago di sangue, sente sua moglie risalire le scale terrorizzata urlando “Mario, aiutami!” perché i Romano la stavano inseguendo sulle scale. I due, insieme, l’accoltellano e la sgozzano sulla porta di casa che lei non è riuscita ad aprire.
Intanto il fuoco sta facendo il suo lavoro. Prima o poi qualcuno chiamerà i pompieri. Bisogna scappare.
"Ci siamo tolti i vestiti nel nostro garage-lavanderia e ci siamo lavati perbene"  hanno confessato. "Abbiamo messo tutto ciò che era sporco di sangue in un sacco della spazzatura, anche le armi, ci siamo cambiati e siamo andati a Como".
C'è da buttar via tutto e qui i due per la prima volta discutono un po’ sul da farsi. Angela Rosa vorrebbe lavare tutto in lavatrice a 90 gradi, ma Olindo, che era perfettamente al corrente degli orari di ritiro delle immondizie, insiste per gettare tutto in un cassonetto prima di imboccare la statale per Como, dove corrono a crearsi l’alibi.
“Sono passato davanti a un cassonetto che sapevo sarebbe stato svuotato all'indomani alle otto del mattino dal mezzo compattatore e ho buttato via tutto" , dice Olindo. In questo modo, a mezzogiorno del martedì armi e vestiti sono già stati distrutti nell’inceneritore.
Ma non è facile evitare che qualche macchiolina di sangue resti addosso. La taccagneria di Angela Rosa fa sì che qualche capo fra quelli meno macchiati finisca in lavatrice. Lì, viene recuperato dagli uomini del Ris e passato al pettine fitto del crimescope dopo essere stato irrorato di luminol, che evidenzia anche la minima traccia di emoglobina. Anche il sedile del furgone bianco con cui i due sono andati a Como ha ricevuto la sua bella dose di sangue e questa scoperta, fatta sempre dai Ris, fa crollare il fragile castello di menzogne.
Interessanti stralci dell’ulteriore confessione sono state riportate dal quotidiano il “CORRIERE”,  in particolar modo la testimonianza di Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla strage, il quale afferma: “Prima delle venti mentre aspettavo il tg di canale cinque ho sentito urla disumane di donna di una voce femminile. Che non erano urla di una lite. Allora ho impedito a mia moglie di scendere ma c’era un problema perché il nostro cane era incontinente. Dopo dieci minuti lei rientra e vede il fumo sulle scale. La porta si è aperta molto lentamente e ho visto la luce spenta nell’appartamento e bagliori di fiamma. Io guardo dentro e vedo una persona che mi apriva a me nota. Era Olindo, il mio vicino. L’ho riconosciuto subito ma poi l’ho rimosso perché non volevo crederci. Mi sono rimasti impressi gli occhi con cui mi guardava. Se non l’avessi riconosciuto non mi sarei mai avvicinato alla porta. Mi chiedevo cosa ci facesse in quel casino. Ricordo di essermi chiesto che cosa ci facesse lì. Sono stato afferrato dalla persona di Olindo che mi ha buttato a terra. Ricordo che aveva una forza tremenda. Non ho detto subito di aver riconosciuto Olindo perché stentato a creder che potesse aver fatto una cosa del genere. Mi ha perso in modo che mi ha messo giù con la testa. Mi dava dei gran pugni, anche pedate, dappertutto. Io riuscivo ancora a vedere. Quando mi ha messo giù ho visto che dalla tasca che tirava fuori qualcosa, una cosa così, (fa segno col le dita per dare lunghezza lama). Mi sono avvicinato soltanto perché avevo riconosciuto la persona sennò non l’avrei fatto. Mi ha tirato giù di botto. Non ho sentito né male né dolore ma ho sentito che mi tagliava la gola con il coltello”

 

All’inizio della sua confessione la Bazzi  narra che: “Intendo rendere piena confessione, ho fatto tutto da sola, mio marito non c’entra nulla. Da tempo ero esasperata. Ci hanno reso la vita impossibile con i loro furiosi litigi, rumori e la vita disordinata. Poi lui un po’ mi faceva paura, mi minacciavi e mi molestava in continuazione con ripetute irrisioni sue e dei suoi amici. Più di una volta mi dissero con tono insolente che mi avrebbero scopata. Lui a volte veniva a sbottonarsi i pantaloni in modo osceno davanti alla mia finestra. Nel sottopasso del garage mi aveva minacciato più di una volta con un coltello. Ho riferito questo episodio a mio marito il quale diceva sempre che prima o poi gli avrebbe spaccato la faccia. Questo mi ha fatto star male. Soffro di un insopportabile mal di testa”.
La Bazzi nel continuare a difendere il marito per alleggerire la sua posizione nei fatti dichiara inoltre: “A un certo punto ero fuori dalla corte a sistemare cose di casa quando ho visto arrivare Raffaella da sola a piedi, entrare a casa sua. Improvvisamente ho deciso di raggiungerla sul pianerottolo. L’appartamento era buio, credo che fosse uscita perché l’appartamento era buio. Io avevo staccato il suo contatore. Sono entrata portando con me un coltello da cucina e un arnese in ferro prelevato da mio marito da una discarica. L’avevo tenuto e pensavo di usarlo per il giardinaggio. Ho fatto tutto io. Mio marito era a casa, forse assopito. E’ arrivato dopo, quando stava bruciando la casa. Ammetto che però mio marito mi ha aiutato per l’incendio. Abbiamo ammucchiato un po’ di libri e di cose infiammabili e abbiamo dato fuoco. Dopo i fatti ci siamo liberati degli abiti sporchi, delle scarpe e delle armi”
L’ imputata, durante l’interrogatorio nella notte del 10 gennaio, ammette la premeditazione del delitto con testuali parole: “Quella sera mio marito ha colpito Raffaella con una spranga. Raffaella mi ha morsicato un dito. Mio marito l’ha colpita con la spranga e io l’ho accoltellata. Olindo ha colpito la Cherubini, io l’ho accoltellata. Avevamo due coltelli, io uno da cucina, mio marito un coltellino piccolo. Gli abiti sporchi li abbiamo buttati in un bidone a Longone al Segrino, poi ci siamo lavati in un ruscello. Una volta arrivati a Como Olindo ha buttato via le calze imbrattate di sangue in un cestino. Il coltello e la spranga le avevo preparate io una settimana prima. Prima dell’11 abbiamo tentato due volte di aggredire i Castagna e poi non l’abbiamo fatto per motivi contingenti. E’ vero che l’abbiamo seguita a Canzo facendoci vedere,volevamo intimorirla. Ho deciso di rischiare a farle del male, ad ucciderla, una settimana prima. Ora che ricordo meglio, la domenica precedente perché ci ha fatto svegliare coi suoi rumori alle sei del mattino».
Aggiunge inoltre: “La Castagna ci aveva preso in giro deridendoci. Ci diceva che ci avrebbe carpito del denaro,(la vittima  li aveva denunciati per aggressione durante una lite condominiale avvenuta il 31 dicembre 2005. Gli insulti e le botte di Rosa Bazzi, come si riporta nella citazione, avevano procurato alla madre del piccolo Youssef, una "contusione alla gamba destra e trauma cranico" guaribile in 7 giorni. Sempre nella citazione a giudizio si legge anche che la coppia di coniugi minacciava con pesanti ingiurie Raffaella Castagna, "avvertendola che qualunque iniziativa avesse intrapreso contro di loro si sarebbero vendicati nei suoi confronti". Parole che, alla luce di quanto accaduto, potrebbero costituire un possibile movente. Il 13 gennaio doveva tenersi l’udienza in merito, la cifra di risarcimento danni si aggirava intorno ai 5000 euro) e che poi avrebbe buttato via non sapendo cosa farne. Io la compativo. L’idea di bruciare tutto mi è venuta prima dell’11 dicembre. Al momento del fatto ho deciso di uccidere il bambino perché piangeva e mi faceva aumentare il mal di testa. In vita mia non ho mai desiderato la morte di alcuno. La rabbia del momento mi ha indotto ad agire”
La notte del 10 gennaio, gli inquirenti  fanno sentire due minuti di registrazione di Rosa Bazzi ad Olindo Romano, che non crede che la moglie abbia parlato. Successivamente il Romano dichiara quanto segue: “Mia moglie ha partecipato con me fin fin dall’inizio dell’irruzione e in particolare ha commesso l’omicidio del bambino, l’incendio della cameretta e successivamente l’omicidio della Cherubini al quale ho partecipato anche io: io la spranga e lei il coltello. La decisione di entrare in casa è maturata due mesi prima, quando ricevemmo la citazione per il processo del 13. Eravamo esasperati perché noi che eravamo stati aggrediti finivamo sul banco degli imputati.

 Con l’approssimarsi del processo si era radicata l’intenzione di dare una lezione alla figlia, alla madre e se fosse stato presente anche al padre che era quello secondo me più bastardo. Preciso che non era premeditato di uccidere… soltanto una lezione. Ci eravamo messi a studiare anche le mosse di tutto il vicinato per essere sicuri di non essere notati quando avremmo agito. Nelle tre settimane precedenti per due-tre volte ci eravamo appostati sul pianerottolo di Frigerio per vedere rientrare i Castagna ma per motivi fortuiti non fu possibile agire. Quella sera ci siamo detti “proviamo”. Oltretutto vedendo arrivare l’auto di Castagna padre ci siamo detti inizialmente che potesse esserci anche lui. Aprii la porta con le chiavi che posseggo (me le ha date Daniela, la mia ex vicina di casa). Entrai per primo e colpii con la spranga Raffaella e poi la madre mentre mia moglie si è diretta sul bambino. Dopodiché dato che le donne erano a terra che si lamentavano, mia moglie mi ha aiutato a finirle, lei con coltello e io con le bastonate. Avevamo già pensato di incendiare la casa , come lezione, ma l’avevamo poi escluso per evitare dei danni alla nostra casa. Quella sera ripensammo all’incendio, stavolta per nascondere le tracce dopo quello che avevamo fatto e di cui ci siamo resi conto subito. Quando mi sono trovato davanti Frigerio, la cui presenza non era prevista perché lui non usciva mai a quell’ora, ho richiuso istintivamente la porta ma poi dentro non si respirava più per il fumo e quindi ho dovuto riaprire e affrontare Frigerio. Avevamo già richiuso la porta di casa Castagna con le chiavi trovate all’interno e ricordo che stavo scendendo. Mi sono affacciato e ho visto la Cherubini che era vicino al camper e stava rientrando col cane. Al ché sono rientrato e ho detto a mia moglie di tornare su finché la Cherubini non risaliva. Ricordo di aver visto mia moglie tenere la mano sulla bocca della Cherubini. Salvo vuoti di memoria io non ho toccato il bambino e non ho visto mia moglie mentre lo colpiva. Comunque prima di salire non ci eravamo divisi i compiti. Ribadisco che non volevamo uccidere, anche se ci eravamo preparati. Io tenevo da tempo i pantaloni che ho usato quella sera in lavanderia. Li avevo scelti perché avevano le tasche laterali. Anche mia moglie aveva scelto già i pantaloni. Non avevamo nulla per travisarci tranne una felpa col cappuccio. Anzi avevamo pensato a dei passamontagna, ma poi quella sera non ci pensammo più. Capisco che agire a volto scoperto fa pensare all’omicidio premeditato e sinceramente in questo momento non possono escludere che forse avevamo maturato la decisione di uccidere. Magari senza neppure esprimerci questo pensiero come comune volontà visto che siamo due persone che si capiscono senza parlare. So che ho sbagliato a fare quello che ho fatto e devo pagare. Chiedo solo di poter vedere ogni tanto mia moglie».


Durante i primi accertamenti dei carabinieri di Erba sono tate notate escoriazioni e piccole ferite alle mani e all’avambraccio di Olindo.
Rosa aveva una piccola ferita con cerotto al dito e segni di sangue recente. Olindo un vasto ematoma al braccio.
Il 12 dicembre sulla Seat è stato rinvenuto una tanica con tracce fresche di gasolio e due coltelli a serramanico, circostanze da cui ci evincono la disponibilità e la dimestichezza dei due con le armi da taglio e con l’incendio. «L’efferatezza dell’esecuzione e il movente sproporzionato - si legge nell’ordinanza del gip Nicoletta Cremona - implicano una concreta esigenza della tutela della collettività perché attesta che gli indagati hanno un’indole particolarmente violenta, una personalità antisociale e la labilità del loro autocontrollo. Non hanno dimostrato alcun pentimento, né tradito alcuna emozione, premettendosi pure, il Romano, di ironizzare al pm che lo interrogava dicendogli che in carcere avrebbero avuto vitto e alloggio gratis e rammaricandosi solo di non aver fatto fuori il Castagna Carlo, il più bastardo di tutti»
Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi  cominciano a capire la gravità di quello che hanno fatto la sera dell’11 dicembre ma ancora non mostrano segni di pentimento. Lo dice l'avvocato Pietro Troiano che assiste legalmente i due coniugi autori della strage di Erba. «I miei assistiti - spiega Troiano - stanno cominciando a capire la portata del loro gesto  ma non sembrano preoccupati della prevedibile condanna all’ergastolo»
Si trovano sempre in isolamento anche per il timore di possibili ritorsioni da parte di altri detenuti nel nome di quel tacito codice tra carcerati che chi si macchia di un delitto orribile su di un bambino deve essere sottoposto a punizione non prevista dal codice penale.
Olindo e Angela continuano a ribadire che «avevano premeditato una spedizione punitiva nei confronti di Raffaella Castagna ma non la strage che ne è seguita. Ammettono di aver pianificato tutto ma solo perchè intendevano dare una sonora lezione. Non uccidere». Questo in teoria , considerando quanto è realmente successo.

 

 

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