L’ 11 dicembre 2006, un lunedì, un ennesimo caso di cronaca nera scuoteva l’Italia, a Erba, un paese della provincia di Como, nel corso di un incendio in una palazzina venivano scoperti  cinque corpi, quattro cadaveri  e un quinto uomo in fin di vita. La ricostruzione del caso verrà effettuata con un’analisi del contenuto di articoli di cronaca.

Indice della ricerca:

  • La confessione
  • Seconda fase del piano
  • Una perfetta simbiosi
  • Il movente e l'alibi
  • Ipotesi di psicobiografia
  • La confessione
  • Imputabili?
  • Bibliografia di questa ricerca

 

 

 

 

L’ 11 dicembre 2006, un lunedì, un ennesimo caso di cronaca nera scuoteva l’Italia, a Erba, un paese della provincia di Como, nel corso di un incendio in una palazzina venivano scoperti  cinque corpi, quattro cadaveri  e un quinto uomo in fin di vita. La ricostruzione del caso verrà effettuata con un’analisi del contenuto di articoli di cronaca.

Indice della ricerca:

  • La confessione
  • Seconda fase del piano
  • Una perfetta simbiosi
  • Il movente e l'alibi
  • Ipotesi di psicobiografia
  • La confessione
  • Imputabili?
  • Bibliografia di questa ricerca

 

 

 

 

La confessione

 


La confessione
È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi..."
A partire dal momento in cui ha iniziato a fare la prima ammissione, Angela Rosa Bazzi non si è più fermata.
"Quella sera volevamo solo dare una bella lezione a quella del piano di sopra. Eravamo stanchi della maleducazione sua e dei suoi parenti ed amici. Odiavamo anche suo padre, Carlo Castagna”.
Mancano circa dieci minuti alle otto di sera. Olindo e Rosa, che quella sera hanno parcheggiato l'auto fuori dal cortile per averla pronta, hanno sentito rientrare in casa le vittime. Al piano di sopra, nella mansarda, Mario Frigerio e sua moglie, Valeria Cherubini, stanno per mettersi a tavola.
"Avevamo la chiave del portoncino di Raffaella. Siamo andati su e abbiamo bussato alla porta" , ha raccontato Rosa ai magistrati.
“Abbiamo indossato un doppio paio di guanti, per scongiurare il rischio di lasciare impronte digitali.” (La scusa per farsi aprire era plausibile: parlare della causa intentata da Raffaella, che li aveva querelati per essere stata picchiata brutalmente).
A colpire per primo è Olindo.
"Appena Raffaella ha aperto, l'ho colpita alla testa col martinetto ", un grosso cric per sollevare il camper.
"Quando Raffaella è caduta ho colpito sua madre",  ha ammesso  Olindo. L’attrezzo e pesante, lui è robusto: i colpi sfondano subito il cranio alle due donne che cadono esanimi sul pavimento: Raffaella nell’ingresso, Paola Galli nel corridoio. Ma non basta. Bisogna avere la certezza che siano morte e Rosa si da’ da fare con il coltello: Raffaella, già colpita a morte, riceve  dodici coltellate.
"Mentre mio marito era di là, con loro due,” ha precisato Angela Rosa, “io ho ammazzato il bambino. L'ho afferrato per i capelli, l’ho sollevato e l’ho ucciso con una coltellata, alla gola."

«Sì, l’ho sollevato per i capelli e l’ho sgozzato." Gli ho piantato il coltello in gola, colpendolo dal basso verso l’alto. Poi ho girato la lama».
“Perché l’ha fatto”? Chiedono i magistrati a Rosa Bazzi «Quel bambino, Youssef, mi aveva sempre dato fastidio. E anche quella sera piangeva, non la smetteva di piangere. E io non ne potevo più. E poi avevo mal di testa, sì mal di testa. Così l’ho colpito».
La donna ha descritto le mosse studiate e ristudiate insieme con il marito, quando lui tornava dal suo lavoro di netturbino dopo mezzogiorno, e infine attuate sia pure con qualche variante rispetto al piano originario: i colpi  sferrati sulla testa delle vittime con un martinetto per il camper, il bambino che urla terrorizzato sul divano preso per i capelli dalla donna e sgozzato, il fuoco appiccato metodicamente e con competenza per distruggere le prove. La corrente tolta per il timore che un corto circuito possa distruggere anche l'appartamento sottostante: il loro.
Una strage preparata con cura, pedinando Raffaella e studiando i suoi orari.

 

 

 

 

Seconda fase del piano

 


Seconda fase del piano
Sono da poco passate le otto. La strage è conclusa. Bisogna cancellare le tracce.
"Ci siamo dati da fare per appiccare il fuoco" hanno raccontato i due.
Non dimentichiamo che Olindo fa il netturbino, raccoglie la spazzatura col camion e quindi sa bene come si appicca un incendio.
I due lavorando fianco a fianco, raccattano tutto quello che trovano in casa di infiammabile ma senza esagerare, perché il loro appartamento al piano di sotto non deve subire danni. Ammucchiano libri, carta,  carta igienica e accendono il fuoco con un accendino, iniziando dai vestiti che ha addosso Raffaella.
Nel frattempo i Frigerio terminano di cenare e Valeria Cherubini come tutte le sere scende a portare fuori il cane rischiando di incontrare sulle scale i Romano che, finita la mattanza, stanno per uscire sul  pianerottolo letteralmente coperti di sangue.
"Mentre stavamo uscendo dall’appartamento si è sentito il rumore di qualcuno che arrivava dalle scale" ha raccontato Olindo Romano. " Era lei, Valeria, con il suo cagnolino."
La signora vede il fumo e corre a chiamare il marito. “Mario, corri, brucia la casa. Dentro ci sono Raffaella e il bambino!” racconterà al suo risveglio dal coma Mario Frigerio.
L'uomo accorre  ma non fa a tempo a bussare alla porta di Raffaella.
"L'ho sentito che si avvicinava alla porta, l'ho aperta di scatto e l'ho colpito”. E’ Olindo che parla. “Quand'era a terra gli ho tagliato la gola finché non l'ho creduto morto".
Fortunatamente Frigerio ha una malformazione alla carotide che impedisce alla lama di penetrare. Mentre è a terra in un lago di sangue, sente sua moglie risalire le scale terrorizzata urlando “Mario, aiutami!” perché i Romano la stavano inseguendo sulle scale. I due, insieme, l’accoltellano e la sgozzano sulla porta di casa che lei non è riuscita ad aprire.
Intanto il fuoco sta facendo il suo lavoro. Prima o poi qualcuno chiamerà i pompieri. Bisogna scappare.
"Ci siamo tolti i vestiti nel nostro garage-lavanderia e ci siamo lavati perbene"  hanno confessato. "Abbiamo messo tutto ciò che era sporco di sangue in un sacco della spazzatura, anche le armi, ci siamo cambiati e siamo andati a Como".
C'è da buttar via tutto e qui i due per la prima volta discutono un po’ sul da farsi. Angela Rosa vorrebbe lavare tutto in lavatrice a 90 gradi, ma Olindo, che era perfettamente al corrente degli orari di ritiro delle immondizie, insiste per gettare tutto in un cassonetto prima di imboccare la statale per Como, dove corrono a crearsi l’alibi.
“Sono passato davanti a un cassonetto che sapevo sarebbe stato svuotato all'indomani alle otto del mattino dal mezzo compattatore e ho buttato via tutto" , dice Olindo. In questo modo, a mezzogiorno del martedì armi e vestiti sono già stati distrutti nell’inceneritore.
Ma non è facile evitare che qualche macchiolina di sangue resti addosso. La taccagneria di Angela Rosa fa sì che qualche capo fra quelli meno macchiati finisca in lavatrice. Lì, viene recuperato dagli uomini del Ris e passato al pettine fitto del crimescope dopo essere stato irrorato di luminol, che evidenzia anche la minima traccia di emoglobina. Anche il sedile del furgone bianco con cui i due sono andati a Como ha ricevuto la sua bella dose di sangue e questa scoperta, fatta sempre dai Ris, fa crollare il fragile castello di menzogne.
Interessanti stralci dell’ulteriore confessione sono state riportate dal quotidiano il “CORRIERE”,  in particolar modo la testimonianza di Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla strage, il quale afferma: “Prima delle venti mentre aspettavo il tg di canale cinque ho sentito urla disumane di donna di una voce femminile. Che non erano urla di una lite. Allora ho impedito a mia moglie di scendere ma c’era un problema perché il nostro cane era incontinente. Dopo dieci minuti lei rientra e vede il fumo sulle scale. La porta si è aperta molto lentamente e ho visto la luce spenta nell’appartamento e bagliori di fiamma. Io guardo dentro e vedo una persona che mi apriva a me nota. Era Olindo, il mio vicino. L’ho riconosciuto subito ma poi l’ho rimosso perché non volevo crederci. Mi sono rimasti impressi gli occhi con cui mi guardava. Se non l’avessi riconosciuto non mi sarei mai avvicinato alla porta. Mi chiedevo cosa ci facesse in quel casino. Ricordo di essermi chiesto che cosa ci facesse lì. Sono stato afferrato dalla persona di Olindo che mi ha buttato a terra. Ricordo che aveva una forza tremenda. Non ho detto subito di aver riconosciuto Olindo perché stentato a creder che potesse aver fatto una cosa del genere. Mi ha perso in modo che mi ha messo giù con la testa. Mi dava dei gran pugni, anche pedate, dappertutto. Io riuscivo ancora a vedere. Quando mi ha messo giù ho visto che dalla tasca che tirava fuori qualcosa, una cosa così, (fa segno col le dita per dare lunghezza lama). Mi sono avvicinato soltanto perché avevo riconosciuto la persona sennò non l’avrei fatto. Mi ha tirato giù di botto. Non ho sentito né male né dolore ma ho sentito che mi tagliava la gola con il coltello”

 

All’inizio della sua confessione la Bazzi  narra che: “Intendo rendere piena confessione, ho fatto tutto da sola, mio marito non c’entra nulla. Da tempo ero esasperata. Ci hanno reso la vita impossibile con i loro furiosi litigi, rumori e la vita disordinata. Poi lui un po’ mi faceva paura, mi minacciavi e mi molestava in continuazione con ripetute irrisioni sue e dei suoi amici. Più di una volta mi dissero con tono insolente che mi avrebbero scopata. Lui a volte veniva a sbottonarsi i pantaloni in modo osceno davanti alla mia finestra. Nel sottopasso del garage mi aveva minacciato più di una volta con un coltello. Ho riferito questo episodio a mio marito il quale diceva sempre che prima o poi gli avrebbe spaccato la faccia. Questo mi ha fatto star male. Soffro di un insopportabile mal di testa”.
La Bazzi nel continuare a difendere il marito per alleggerire la sua posizione nei fatti dichiara inoltre: “A un certo punto ero fuori dalla corte a sistemare cose di casa quando ho visto arrivare Raffaella da sola a piedi, entrare a casa sua. Improvvisamente ho deciso di raggiungerla sul pianerottolo. L’appartamento era buio, credo che fosse uscita perché l’appartamento era buio. Io avevo staccato il suo contatore. Sono entrata portando con me un coltello da cucina e un arnese in ferro prelevato da mio marito da una discarica. L’avevo tenuto e pensavo di usarlo per il giardinaggio. Ho fatto tutto io. Mio marito era a casa, forse assopito. E’ arrivato dopo, quando stava bruciando la casa. Ammetto che però mio marito mi ha aiutato per l’incendio. Abbiamo ammucchiato un po’ di libri e di cose infiammabili e abbiamo dato fuoco. Dopo i fatti ci siamo liberati degli abiti sporchi, delle scarpe e delle armi”
L’ imputata, durante l’interrogatorio nella notte del 10 gennaio, ammette la premeditazione del delitto con testuali parole: “Quella sera mio marito ha colpito Raffaella con una spranga. Raffaella mi ha morsicato un dito. Mio marito l’ha colpita con la spranga e io l’ho accoltellata. Olindo ha colpito la Cherubini, io l’ho accoltellata. Avevamo due coltelli, io uno da cucina, mio marito un coltellino piccolo. Gli abiti sporchi li abbiamo buttati in un bidone a Longone al Segrino, poi ci siamo lavati in un ruscello. Una volta arrivati a Como Olindo ha buttato via le calze imbrattate di sangue in un cestino. Il coltello e la spranga le avevo preparate io una settimana prima. Prima dell’11 abbiamo tentato due volte di aggredire i Castagna e poi non l’abbiamo fatto per motivi contingenti. E’ vero che l’abbiamo seguita a Canzo facendoci vedere,volevamo intimorirla. Ho deciso di rischiare a farle del male, ad ucciderla, una settimana prima. Ora che ricordo meglio, la domenica precedente perché ci ha fatto svegliare coi suoi rumori alle sei del mattino».
Aggiunge inoltre: “La Castagna ci aveva preso in giro deridendoci. Ci diceva che ci avrebbe carpito del denaro,(la vittima  li aveva denunciati per aggressione durante una lite condominiale avvenuta il 31 dicembre 2005. Gli insulti e le botte di Rosa Bazzi, come si riporta nella citazione, avevano procurato alla madre del piccolo Youssef, una "contusione alla gamba destra e trauma cranico" guaribile in 7 giorni. Sempre nella citazione a giudizio si legge anche che la coppia di coniugi minacciava con pesanti ingiurie Raffaella Castagna, "avvertendola che qualunque iniziativa avesse intrapreso contro di loro si sarebbero vendicati nei suoi confronti". Parole che, alla luce di quanto accaduto, potrebbero costituire un possibile movente. Il 13 gennaio doveva tenersi l’udienza in merito, la cifra di risarcimento danni si aggirava intorno ai 5000 euro) e che poi avrebbe buttato via non sapendo cosa farne. Io la compativo. L’idea di bruciare tutto mi è venuta prima dell’11 dicembre. Al momento del fatto ho deciso di uccidere il bambino perché piangeva e mi faceva aumentare il mal di testa. In vita mia non ho mai desiderato la morte di alcuno. La rabbia del momento mi ha indotto ad agire”
La notte del 10 gennaio, gli inquirenti  fanno sentire due minuti di registrazione di Rosa Bazzi ad Olindo Romano, che non crede che la moglie abbia parlato. Successivamente il Romano dichiara quanto segue: “Mia moglie ha partecipato con me fin fin dall’inizio dell’irruzione e in particolare ha commesso l’omicidio del bambino, l’incendio della cameretta e successivamente l’omicidio della Cherubini al quale ho partecipato anche io: io la spranga e lei il coltello. La decisione di entrare in casa è maturata due mesi prima, quando ricevemmo la citazione per il processo del 13. Eravamo esasperati perché noi che eravamo stati aggrediti finivamo sul banco degli imputati.

 Con l’approssimarsi del processo si era radicata l’intenzione di dare una lezione alla figlia, alla madre e se fosse stato presente anche al padre che era quello secondo me più bastardo. Preciso che non era premeditato di uccidere… soltanto una lezione. Ci eravamo messi a studiare anche le mosse di tutto il vicinato per essere sicuri di non essere notati quando avremmo agito. Nelle tre settimane precedenti per due-tre volte ci eravamo appostati sul pianerottolo di Frigerio per vedere rientrare i Castagna ma per motivi fortuiti non fu possibile agire. Quella sera ci siamo detti “proviamo”. Oltretutto vedendo arrivare l’auto di Castagna padre ci siamo detti inizialmente che potesse esserci anche lui. Aprii la porta con le chiavi che posseggo (me le ha date Daniela, la mia ex vicina di casa). Entrai per primo e colpii con la spranga Raffaella e poi la madre mentre mia moglie si è diretta sul bambino. Dopodiché dato che le donne erano a terra che si lamentavano, mia moglie mi ha aiutato a finirle, lei con coltello e io con le bastonate. Avevamo già pensato di incendiare la casa , come lezione, ma l’avevamo poi escluso per evitare dei danni alla nostra casa. Quella sera ripensammo all’incendio, stavolta per nascondere le tracce dopo quello che avevamo fatto e di cui ci siamo resi conto subito. Quando mi sono trovato davanti Frigerio, la cui presenza non era prevista perché lui non usciva mai a quell’ora, ho richiuso istintivamente la porta ma poi dentro non si respirava più per il fumo e quindi ho dovuto riaprire e affrontare Frigerio. Avevamo già richiuso la porta di casa Castagna con le chiavi trovate all’interno e ricordo che stavo scendendo. Mi sono affacciato e ho visto la Cherubini che era vicino al camper e stava rientrando col cane. Al ché sono rientrato e ho detto a mia moglie di tornare su finché la Cherubini non risaliva. Ricordo di aver visto mia moglie tenere la mano sulla bocca della Cherubini. Salvo vuoti di memoria io non ho toccato il bambino e non ho visto mia moglie mentre lo colpiva. Comunque prima di salire non ci eravamo divisi i compiti. Ribadisco che non volevamo uccidere, anche se ci eravamo preparati. Io tenevo da tempo i pantaloni che ho usato quella sera in lavanderia. Li avevo scelti perché avevano le tasche laterali. Anche mia moglie aveva scelto già i pantaloni. Non avevamo nulla per travisarci tranne una felpa col cappuccio. Anzi avevamo pensato a dei passamontagna, ma poi quella sera non ci pensammo più. Capisco che agire a volto scoperto fa pensare all’omicidio premeditato e sinceramente in questo momento non possono escludere che forse avevamo maturato la decisione di uccidere. Magari senza neppure esprimerci questo pensiero come comune volontà visto che siamo due persone che si capiscono senza parlare. So che ho sbagliato a fare quello che ho fatto e devo pagare. Chiedo solo di poter vedere ogni tanto mia moglie».


Durante i primi accertamenti dei carabinieri di Erba sono tate notate escoriazioni e piccole ferite alle mani e all’avambraccio di Olindo.
Rosa aveva una piccola ferita con cerotto al dito e segni di sangue recente. Olindo un vasto ematoma al braccio.
Il 12 dicembre sulla Seat è stato rinvenuto una tanica con tracce fresche di gasolio e due coltelli a serramanico, circostanze da cui ci evincono la disponibilità e la dimestichezza dei due con le armi da taglio e con l’incendio. «L’efferatezza dell’esecuzione e il movente sproporzionato - si legge nell’ordinanza del gip Nicoletta Cremona - implicano una concreta esigenza della tutela della collettività perché attesta che gli indagati hanno un’indole particolarmente violenta, una personalità antisociale e la labilità del loro autocontrollo. Non hanno dimostrato alcun pentimento, né tradito alcuna emozione, premettendosi pure, il Romano, di ironizzare al pm che lo interrogava dicendogli che in carcere avrebbero avuto vitto e alloggio gratis e rammaricandosi solo di non aver fatto fuori il Castagna Carlo, il più bastardo di tutti»
Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi  cominciano a capire la gravità di quello che hanno fatto la sera dell’11 dicembre ma ancora non mostrano segni di pentimento. Lo dice l'avvocato Pietro Troiano che assiste legalmente i due coniugi autori della strage di Erba. «I miei assistiti - spiega Troiano - stanno cominciando a capire la portata del loro gesto  ma non sembrano preoccupati della prevedibile condanna all’ergastolo»
Si trovano sempre in isolamento anche per il timore di possibili ritorsioni da parte di altri detenuti nel nome di quel tacito codice tra carcerati che chi si macchia di un delitto orribile su di un bambino deve essere sottoposto a punizione non prevista dal codice penale.
Olindo e Angela continuano a ribadire che «avevano premeditato una spedizione punitiva nei confronti di Raffaella Castagna ma non la strage che ne è seguita. Ammettono di aver pianificato tutto ma solo perchè intendevano dare una sonora lezione. Non uccidere». Questo in teoria , considerando quanto è realmente successo.

 

 

II parte: una perfetta simbiosi criminale

 

 Una perfetta simbiosi criminale

erbaOltre la "banale litigiosità condominiale". Un caso di cattivo vicinato che si trascinava da tempo.

Raffaella Castagna, una delle quattro vittime della strage, aveva denunciato due giorni prima di essere uccisa insieme al figlioletto di due anni, alla mamma e alla vicina, Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi, i due coniugi del piano di sotto. Raffaella si era rivolta ai Carabinieri esternando la sua impressione di essere controllata in tutti i suoi spostamenti da alcuni giorni. E aveva espresso il dubbio che a seguirla fossero proprio i coniugi Romano.

La premeditazione va inoltre riscontrata nell’alibi che i coniugi si sono creati.

Nei diversi interrogatori, a piede libero prima  e dopo il fermo I coniugi Romano vivono una perfetta simbiosi criminale. È quanto emerge dall’analisi dell’ordinanza di convalida del fermo e di attuazione delle misure cautelari in carcere firmata dal Gip di Como Nicoletta Cremona per i due autori, e reo confessi, della strage di Erba. I due hanno mostrato sinora una perfetta sintonia fra loro al punto che Olindo nel confessare il massacro di via Diaz spiega al giudice: «A noi non servono le parole, basta uno sguardo per intenderci». E spiega: «La nostra intenzione dichiarata era quella di dare una pesante lezione a quella del piano di sopra, non volevamo compiere quella strage». Ma poi aggiunge: «O forse si. Ma nel nostro inconscio. Tra  di noi non ne abbiamo mai parlato ma basta uno sguardo per intenderci».

Secondo il pool investigativo, ma anche il Giudice preliminare che ha ricevuto la richiesta dell'avvocato difensore Pietro Troiano di sottoporre a perizia psichiatrica marito e moglie, hanno agito con piena consapevolezza, premeditazione nello sprezzo totale della vita e dei sentimenti altrui. Un'atrocità che si fonda su rancori dettati da bazzecole di cortile, quei «dannati rumori alle sei della domenica mattina, l'unico giorno in cui Olindo poteva dormire un pò di più non dovendo alzarsi alle 5 per andare al lavoro come netturbino.

Una simbiosi criminale che si dimostra anche nel non pentimento, nell'ironia di lui davanti ai Pm (almeno in carcere avrò vitto e alloggio gratis), nella richiesta di lei di un ferro e di un asse per stirare i vestiti anche degli altri detenuti. La richiesta di una perizia «deve essere letta non in un'ottica di tentativo di ottenere una riduzione di pena - spiega l’avvocato Troiano -  ma come atto difensivo dovuto per scandagliare gli scheletri che si celano nella mente dei miei assistiti». Il legale ha già individuato il consulente di parte cui affidare l'incarico. “ È necessario” - aggiunge il difensore - capire, valutare se i due coniugi abbiano bisogno di cure di tipo psichiatrico». Ma anche lo stesso avvocato Troiano, allo stato dei fatti nutre ben poche speranze di evitare l'ergastolo. In quanto la strage era per buona parte premeditata.

E' quanto ha affermato il procuratore capo di Como, Alessandro Maria Lodolini, nel corso della conferenza stampa. Sono tre su quattro gli omicidi per i quali la Procura di Como contesta la premeditazione ai coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi. Si tratta degli omicidi di Raffaella Castagna, di suo figlio Youssef e della madre della donna, Paola Galli, mentre la premeditazione non e' contestata per l'omicidio della vicina di casa, Valeria Cherubini, e per il tentato omicidio di suo marito Mario Frigerio, unico superstite. 
Marito e moglie hanno avuto un ruolo identico sia nella fase dell'ideazione che in quella del massacro. "C'e' stata una parificazione delle condotte - ha assicurato Astori - sia nella fase ideativa che in quella attuativa. I due coniugi hanno ideato e agito insieme".
Le armi utilizzate per il massacro sono tre: un coltello piuttosto grosso, uno piu' piccolo ed un pesante oggetto contundente. Tutte sono andate distrutte in un inceneritore.
I reati contestati sono: omicidio plurimo pluriaggravato e premeditato, tentato omicidio (il ferimento di Mario Frigerio) tentata distruzione di cadavere, occultamento delle prove.
Le indagini sui tabulati dei cellulari dei due assassini  hanno dimostrato agli inquirenti che la coppia ha agito insieme  

 

Il movente e l'alibi

 


Il movente e l’alibi

I coniugi Romano hanno sempre sostenuto che, all'ora del delitto, si trovavano a Como, in un locale. Questo locale è il McDonald's nei pressi del Lungolago e, a dimostrazione di questo, la coppia aveva messo a disposizione degli scontrini. Gli scontrini riportano l'orario delle 21.30. Il delitto è accaduto, invece, intorno alle 20.00 e, secondo gli investigatori, gli orari sarebbero stati compatibili con una presenza dei coniugi Romano a Erba. Inoltre i carabinieri sapevano bene, per essere intervenuti più di una volta, che proprio lui e sua moglie litigavano spesso con Raffaella. E quella stessa notte a casa Romano è stata eseguita una perquisizione. Lui e signora sono rimasti in caserma da notte fonda alle due del pomeriggio del giorno successivo. Nessun passo falso. Non una parola che potesse sembrare sospetta. Erano convinti, i coniugi Romano, che avrebbero resistito a ogni pressione. Si sentivano finalmente liberati dall’insopportabile peso della convivenza con «quelli del piano di sopra». Tanto erano contenti di non avere più vicini «a rompere le palle» che dopo la strage si sono lasciati sfuggire più di un commento di entusiasmo raccolto dalle intercettazioni ambientali: «Adesso sì che si vive bene, senza quelli», «Vedi come si sta in pace?»

 

 

Ipotesi di psicobiografia

 

 
Ipotesi di psicobiografia

Alla stregua di quanto esposto , sempre sulla base di fonti giornalistiche ed interviste rilasciate ai vari Tg e talk show nazionali, tenterò di elaborare una psicobiografia sui coniugi Romano, in particolar modo sulla personalità di Rosa Angela Bazzi.

Si può ipotizzare che il soggetto Bazzi Rosa Angela sia affetta da:

 

  1. disturbo paranoide di personalità (DSM IV-TR) poiché prova un rancore sordo verso gli autori di presunte azioni  offensive, diffidenza e sospettosità pervasive nei confronti degli altri. Tale disturbo lo si deduce dalle seguenti dichiarazioni: “Olindo ha tirato una sprangata in testa a Raffaella, che non si era accorta che eravamo entrati in casa, lei è finita a terra e ha cominciato ad imprecare e ad insultarmi. A quel punto non ci ho più visto. Dovevo ucciderla, mi faceva paura. Lei grande e grossa, io piccolina e minuta, poteva farmi tanto male… da tempo ero esasperata, ci hanno reso la vita impossibile con i loro furiosi litigi, rumori e vita disordinata.” . Il paranoico può uccidere chi rappresenta nella propria mente il suo persecutore, in quanto incanala in quest’ultimo la causa di tutti i suoi mali, in proposito l’imputata dichiara: "Le ho uccise io, quando ho finito di ucciderle ho deciso di bruciare tutto perché  dovevo cancellare loro e tutto il male che mi hanno fatto, era tutto finito, dovevano sparire";
  2. disturbo antisociale di personalità (DSM IV-TR) per assenza del senso di colpa e di rimorso, per l’efferatezza del delitto e la totale mancanza di empatia con le vittime.Infatti ci troviamo dinanzi a un’esplosione di violenza in cui colpisce l’assoluta mancanza di proporzione tra l’eventuale offesa subìta e quella perpetrata ai danni dei “nemici”. I due piatti della bilancia non stanno in equilibrio: sul primo c’è null’altro che banali dissidi condominiali, mentre sull’altro c’è un’esplosione sanguinaria che investe tutto e tutti, senza fermarsi neppure davanti al pianto di un bimbo di due anni.
    «Anzi sono proprio le lacrime del piccolo Youssef a scatenare la furia di Rosa Bazzi che si accanisce su di lui con il coltello che si era portato da casa - spiega Rosario Lavorino, docente di Tecnica investigativa
  3. disturbo ossessivo –compulsivo, (DSM IV-TR) con temperamento ipertimico ( il soggetto viveva per un ordine ed una pulizia maniacale , nel circondario la Bazzi aveva il nomignolo di “carrarmato”,per via della sua operosità instancabile nel microcosmo della corte. I settantacinque metri quadrati al pianterreno della corte di via Diaz, lato sinistro, scala A, erano un fortino dentro al quale la vita doveva scorrere ordinata, scandita da tempi e ritmi sempre uguali, senza sorprese, senza il caos del mondo fuori.

Nella sua ottica mentale, non escluderei  che l’imputata sia affetta anche da personalità narcisistica “ maligna”. Nella personalità narcisistica, il sé grandioso patologico assorbe il sé reale, il sé idealizzato e le rappresentazioni  d’oggetto in un irrealistico concetto di sé idealizzato. Questo sviluppo strutturale porta al parallelo impoverimento del sistema di valori interiorizzati, mentre si osserva la predominanza dei precursori   superegoici sulle strutture idealizzate. In questo contesto le strutture persecutorie tendono ad essere proiettate, interferendo con il successivo sviluppo di strutture del Super-io più integrate. Di conseguenza, la personalità narcisistica presenta un certo grado di comportamento antisociale.

Quando una struttura di personalità narcisistica è dominata da un’intensa patologia dell’aggressività, si osserva lo sviluppo di forme particolarmente maligne di psicopatologia. In questo contesto, il senso patologico del sé è infiltrato dall’aggressività , in modo che l’espressione dell’aggresività in varie forme risulta perfettamente accettabile ( aggressività egosintonica), in riscontro a questa teoria la Bazzi confessa ciò: "Ho sentito dentro di me - verbalizza Angela Rosa - una mostruosa forza. Non volevo piu' fermarmi, non riuscivo a smettere. Non so da dove mi è arrivata tutta quella forza".

La conseguenza è lo sviluppo di grandiosità combinata a crudeltà, sadismo e odio. La costellazione di personalità narcisistica, comportamento antisociale , aggressività egosintonica e tendenze paranoidi costituisce la sindrome di narcisismo maligno.(Kenberg)

 

Ritengo inoltre che entrambi i coniugi, siano  portati alla ruminazione, in quanto restano cognitivamente coinvolti nell’esperienza a loro ostile (l’incontro con i Castagna), e cominciano a pianificare e ad elaborare una risposta di ritorsione. Minacciati nella loro autostima ( modello cognitivo neoassociazionista dell’aggressività), scatenano aggressività provocando emozioni negative e rabbia da cui scaturiscono denunce da parte delle vittime per poi arrivare all’epilogo finale in cui si è esternata anche  una Folie à deux o disturbo psicotico condiviso. Questo disturbo è caratterizzato da deliri paranoidei e colpisce persone che mantengono tra loro stretti legami affettivo-emotivi e vivono in ambienti che , fisicamente e culturalmente, sono scarsamente comunicanti con l’esterno , come quello dei Romano. Tendono a realizzare un mondo di valori peculiari , poco accettabili e comunicabili agli altri , tanto da costituire la premessa per veri e propri scontri. A mio parere è Rosa Bazzi l’induttore di psicosi ossia il soggetto dominante della coppia, Olindo Romano è come si dice in gergo psichiatrico l’infetto , colui che trovandosi in una situazione di dipendenza emotiva e di accentuata suggestionabilità, sviluppa secondariamente la forma psicotica. Infatti il quadro psicologico che emerge dal racconto fatto da Olindo Romano, è di una personalità  subordinata anche nell'odio alla moglie,in merito l’imputato dichiara: "a volte mi veniva una arrabbiatura fortissima verso quelli là ¬, avevo degli attacchi di ira incontrollabile, ma poi mi passava tutto e non ci pensavo più. Però facevano sempre casino, troppo". Dai racconti dei due coniugi emerge la figura di Angela Rosa che 'carica a molla' il marito aizzandolo sempre più contro i vicini di casa.

Inoltre è il Romano che in carcere a Como sta chiedendo ripetutamente di poter vedere la moglie, è sempre sotto sua richiesta hanno avuto in consegna le loro fedi nuziali.

Si rileva quindi nel Romano una personalità succube della moglie la quale a volte lo costringeva a dormire nel loro camper (fresco di concessionaria per quanto era tenuto pulito), perché russava. Anche se su testimonianza della madre della omicida la signora Lisa Bazzi il genero viene descritto come una persona violenta che aveva travisato la personalità buona e gentile della figlia, la quale testimonia inoltre che la figlia avrebbe subito una violenza carnale da parte di uno sconosciuto quando era poco più che undicenne.

 

 

 

La confessione

 

 

In una intervista pubblicata il 17 gennaio a firma di Gabriele Moroni del quotidiano Il Giorno , Lisa Bazzi confessa quanto segue:

Signora Lisa, è vera questa storia?

«E’ vera. Sono passati tanti anni. Cerco di non ricordarla».

Quanti anni aveva sua figlia?

«Era una bambina. Andava a scuola. Poteva avere dieci, undici anni».

Come andò?

«Stava tornando da scuola. Era sera. La scuola era andata avanti fino a tardi. E’ successo così, mentre lei era per strada che stava tornando. Era buio».

Ma chi è stato? Un vicino? Uno sconosciuto?

«Non si è mai saputo. Non si sa. E poi io non mi ricordo».

Un’esperienza così tremenda ha influito sul carattere di sua figlia?

«Guardi, le dico una cosa. Mia figlia non la vedo da dieci anni. E non le parlo da allora».

Una sua datrice di lavoro ci ha detto che Rosa adorava i bambini.

«Sì, le piacevano. Ma non poteva averne».

Adesso è in carcere...

«Fanno il male, devono fare penitenza. Quando è successo il fatto e ho sentito parlare di un uomo grande e grosso mi è venuto un pensiero. Ho pensato a lui, all’Olindo. Ma non credevo che fosse stata anche mia figlia. Lui era un esaltato, ma mia figlia no, non pensavo».

Perché dice che Olindo era un esaltato?

«Era uno che appena gli dicevano qualcosa si arrabbiava, diventava anche cattivo. Non pensavo a mia figlia, a mio genero sì. Ho pensato che fosse stato lui. Da solo, però, senza mia figlia».

 

Com’è sua figlia?

«Da ragazza era tutta diversa. Era buona, generosa. Ha sposato quello là ed è cambiata da così a così. Una volta era ubbidiente. Ha conosciuto quell’uomo violento e lui l’ha cambiata. E tanto. Però fino all’ultimo ho sperato che non fossero stati loro».

Olindo era violento anche con la moglie?

«La picchiava. Ha sbagliato lei a sposarlo. Sarebbe stato meglio se fosse rimasta a casa. Le ragazze devono stare a casa, non sposarsi».

E adesso?

«Non so neanche se mia figlia è al mondo. Non ci parliamo da tanti anni».

Rosa Bazzi, come dottor Jeckill o mister Hyde?: La donna remissiva descritta dalla madre che dopo la terribile esperienza vissuta da piccola si ritrova sposata a un marito manesco. Oppure, come emerge dalle prime carte processuali, la donna forte, volitiva, lucida, in grado di manovrare a suo piacimento quel compagno descritto dai suoi colleghi di lavoro burbero ma  mansueto?

Da quanto menzionato dalla signora Lisa Bazzi, non escluderei nella figlia anche una personalità negativista (passivo-aggressiva), con sottotipo “ scontenta”, frequentemente associata a tratti depressivi, con sentimenti lagnosi,meschini, pieni di proteste e amarezza.

 

 

 

Imputabili

 

 

Imputabili?

Con la rilevante sentenza n.9163/2005 del 25/1-8/3 2005 (1),le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito di recente che anche i “disturbi della personalità”, come quelli da nevrosi e psicopatie,possono costituire causa idonea ad escludere o grandemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del soggetto agente ai fini degli articoli 88 e 89 c.p., sempre che siano di consistenza, intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla stessa.

Per contro,non assumono rilievo ai fini della imputabilità le altre “anomalie caratteriali” o gli “stati emotivi e passionali” atteso che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente.

E, inoltre, necessario che tra il disturbo mentale ed il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo.

Con la sentenza in commento, la Cassazione ha posto fine ad un lungo dibattito che ha radici antiche e che ha visto contrapposti il Legislatore, la giurisprudenza e la scienza psichiatrica sui concetti di capacità di intendere e di volere del soggetto agente, di imputabilità, di colpevolezza, di infermità mentale.

In base all’ importante decisione,i disturbi della personalità, che si caratterizzano per essere “inflessibili e maladattativi”,possono acquisire rilevanza ai fini della imputabilità laddove essi siano di consistenza,intensità, rilevanza e gravità tali da concretamente incidere sulla capacità di intendere e di volere.

Tali disturbi,costituiti in genere da nevrosi e psicopatie, quand’anche non inquadrabili nelle figure tipiche della nosografia clinica iscrivibili al più ristretto novero delle “malattie” mentali, possono costituire anch’essi “infermità”, anche transeunte, rilevante ai fini degli artt. 88 e 89 c. p., ove determinino lo stesso risultato di pregiudicare, totalmente o grandemente, le capacità intellettive e volitive.

Deve, perciò, trattarsi di un disturbo idoneo a determinare (e che abbia, in effetti, determinato) una situazione di assetto psichico incontrollabile ed ingestibile (totalmente o in grave misura), che, incolpevolmente, rende l’agente incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti, di conseguentemente indirizzarli, di percepire il disvalore sociale del fatto, di autonomamente, liberamente, autodeterminarsi: ed a tale accertamento il giudice deve procedere avvalendosi degli strumenti tutti a sua disposizione, l’indispensabile apporto e contributo tecnico, ogni altro elemento di valutazione e di giudizio desumibile dalle acquisizioni processuali.

In particolare, secondo le Sezioni unite, a conferma della maggiore ampiezza che attualmente riveste il termine di infermità rispetto a quello di malattia, non interessa tanto che la condizione del soggetto sia esattamente catalogabile nel novero delle malattie elencate nei trattati di medicina, quanto che il disturbo abbia in concreto l’attitudine a compromettere gravemente la capacità sia di percepire il disvalore del fatto commesso, sia di recepire il significato del trattamento punitivo.

Un tale orientamento mette in crisi il criterio in base al quale l’anomalia psichica debba essere evinta dal novero delle rigide e predeterminate categorie nosografiche e lascia quindi spazio affinché, ai fini del giudizio circa la configurabilità o meno del vizio di mente, sia esso totale o parziale, il concetto di disturbo della personalità possa costituire causa idonea ad escludere o fortemente scemare, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere del soggetto agente.

Diversamente, non assumono rilevanza, ai fini della imputabilità, le altre anomalie caratteriali o gli stati emotivi e passionali, che non rivestano i suddetti connotati di incisività sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente.

A questo punto nel caso dei coniugi Romano se per ipotesi il disturbo paranoide di personalità dovesse essere diagnosticato in entrambi, ci sarebbe da valutare quanto questo abbia inciso nella loro capacità di autodeterminarsi.

La maggior parte dei paranoici passa dalla fase passiva alla fase (re)attiva, ostile, della vendetta. Dopo aver tentato invano di far valere le proprie ragioni, di ottenere giustizia dall’autorità, il paranoico decide di passare all’azione facendosi giustizia da solo e spesso dopo liti, dispute legali e querele giunge al crimine.

In questi casi è l’insorgenza del delirio che rappresenta il punto di rottura. Caratteristiche di questi deliri sono la continuità del pensiero delirante, la coerenza, l’ostinatezza  che resiste alle più evidenti smentite. Il sistema delirante, incorreggibile nelle sue premesse, è logico nelle sue connessioni, è infatti rappresentato da idee ben concatenate fra loro, sempre uguali a se stesse, nessun decadimento mentale. Tutto ciò sembra attinente all’iter dei Romano.

Fornari afferma che nelle sindromi paranoidi, “il vizio di mente può essere parziale o totale , non tanto e non solo in relazione al fatto che il reato compiuto sia sintomatico della produzione delirante , quanto piuttosto al grado di strutturazione o di destrutturazione della personalità di chi presenta tale alterazione psicotica”

Rudas  aggiunge che “ai fini medico legali bisogna confrontare il reato commesso con la struttura psichica dell’autore dello stesso: infatti un paranoico con delirio di persecuzione può commettere un omicidio lucido, premeditato, nei confronti del suo “persecutore” , ma essendo detto omicidio chiaramente determinato dal suo disturbo psichico , egli non potrà essere considerato imputabile. Se invece lo stesso paranoico commettesse, ad esempio, un reato di truffa, o emissione di assegni a vuoto, deve essere considerato imputabile, in quanto il reato non è in rapporto causale col disturbo di cui è portatore”.

L ‘imputabilità o meno del reo deve essere insomma esaminata alla luce del suo delirio, dei fatti che ne sono immediatamente conseguenti, del suo agire e della rappresentazione che lo conduce all’azione che deve essere congrua e sequenziale a quella che è la struttura portante del suo delirio.

E’ anche vero che il paranoico, in quanto portatore di un disturbo di personalità e non di un disturbo dissociativo, conserva una residua e più o meno ampia possibilità di scegliere un comportamento alternativo, anche all’interno delle sue convinzioni persecutorie. In merito a ciò non posso che concordare con quanto “affermato dal criminologo Francesco Bruno sui delitti di Erba . Lo psichiatra infatti dice: Nessun vizio di mente, ma premeditazione: non hanno trascurato alcun dettaglio…Rosa Bazzi era esasperata dalla presenza dei vicini perché i rumori che provenivano da casa Marzouk erano la colonna sonora di una famiglia che, pur tra varie difficoltà, era una famiglia felice. Una felicità che disturbava, che esasperava e che infine ha fatto impazzire un marito e una moglie che non erano riusciti a diventare genitori. Ma ciò che impressiona è il delitto organizzato, punto per punto, attingendo a una cultura popolare poliziesca. Non solo: le vittime sono state sgozzate come per far ricadere la colpa sullo straniero, magari islamico. L’assassino viene da fuori, non è uno di noi…

“È il primo episodio così grave legato al filone dei delitti tra vicini. Commesso oltretutto da due persone, altra caratteristica aggravante, però in genere questi omicidi non sono una novità, ci sono da sempre e non tendono ad aumentare, diventano semmai più efferati” ha spiegato rivelando che “ogni anno si commettono oltre 20 omicidi di questo genere”. Per Bruno, “tutto ciò vuol dire che esiste una patologia, e che più o meno è sempre uguale nel corso del tempo, solo che prima si esprimeva in un ambiente più sano ed invece oggi si esprime in un ambiente malato e tende quindi ad esasperarsi”. In merito ai coniugi Romano, Bruno ha aggiunto che “spesso è quasi sempre la donna che è capace di condizionare il proprio compagno in questo delirio e questo succede maggiormente se l’ambiente in cui vivono è un ambiente chiuso all’esterno, così come quello in cui vivevano i coniugi Romano”.

 

 

Bibliografia di questa ricerca

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Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali IV Edizione Test Revision, Edizioni Masson, Milano

       

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      Commenti   

      0 # paola pagliari 2016-05-11 11:18
      Perché non vi siete documentati sul campo, invece di limitari a leggere alcuni articoli mal fatti e pieni di errori?
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      0 # paola pagliari 2016-05-11 11:14
      Qui di poco normale c'era la madre...
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