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Alla domanda: <<Che cosa ti ha insegnato la vita parrocchiale?>>, le risposte sono state le seguenti: <<a saper stare insieme con gli altri, a non giudicare gli altri dalle apparenze, a ragionare prima di agire, a non usare mai la violenza, a controllare l’aggressività (10%); a rispettare i luoghi e le persone, ad ascoltare i più grandi (10%); a essere più docile (10%); ad aiutare i bisognosi (10%); ad essere di aiuto agli altri, ad essere più comprensivo, ad apprezzare il valore dell’amicizia (20%); a distinguere il bene dal male (10%); a capire gli errori compiuti in passato (10%); ad essere più calmo (10%); ad essere scaltro (10%)>>.
Alla domanda: <<E’ cambiato qualcosa nella tua vita da quando frequenti la parrocchia?>>, le risposte sono state le seguenti: <<ho vissuto le mie prime esperienze amorose, ho imparato a lavorare con gli altri, ho compreso il valore del denaro, ho ricevuto una buona formazione (10%); non prendo più niente senza il permesso degli altri, ho incontrato dei veri amici (10%); ho scoperto la sincerità, l’amicizia, la civiltà (10%); i miei genitori hanno più fiducia in me (10%); ho scoperto l’amicizia (10%); sono diventato più responsabile (10%); ho imparato a capire se le persone sono buone o cattive (10%); non frequento più la strada e non combino più guai (10%); sono pronto ad offrire il mio aiuto a quanti ne hanno bisogno (10%); ho conosciuto il Signore e ho imparato a dialogare con tutti (10%)>>.
Dall’analisi delle interviste si possono fare alcune considerazioni circa il modo di percepire il disagio vissuto da questi 10 giovani e circa le strategie adottate per fronteggiarlo. I giovani intervistati presentano caratteristiche comuni rispetto all’età, al sesso, all’estrazione sociale, al quartiere di appartenenza e condividono medesime esperienze di vita.
Dalle risposte al questionario emerge che una della fonti primarie del loro malessere è l’ambiente in cui ogni giorno si trovano ad affrontare la vita. Un ambiente che, ben aldilà dei confini territoriali della periferia nord di Napoli nella quale vivono, investe e costituisce tutto un modo di pensare ed agire tale da strutturare una vera e propria weltanschaung comune. Questi giovani, pur legati affettivamente al proprio quartiere, ne denunciano le brutture, il disagio, l’insicurezza e la precarietà. Avvertono l’assenza delle istituzioni nelle quali, peraltro, non hanno quasi alcuna fiducia, il frequente ricorso allo stereotipo del “solito raccomandato” il desiderio di migliorare gli spazi urbani e l’esigenza di maggiore sicurezza personale sono dati eloquenti della solitudine istituzionale che percepiscono. I legami affettivi sembrano rappresentare uno dei pochi punti di riferimento cui fare ricorso per fronteggiare il disagio. La famiglia e gli amici sembrano incarnare quel mondo di sicurezza e stabilità che sarebbero loro altrimenti negati. D’altra parte questi giovani dimostrano di essere ben inseriti in questo “ambiente” e di possedere un’intelligenza della realtà in cui vivono che evidenzia la loro appartenenza a quel modo di pensare e di agire che essi stessi denunciano. Il fatto di ritenere importante conoscere le “persone giuste” e di ricorrere a “qualche amico” per recuperare la refurtiva di un possibile furto sottolinea che spesso il confine tra legalità e illegalità è molto labile e che è il pensiero stesso e il suo modo di percepire e strutturare la realtà, costituiscono quell’ambiente in cui nasce e si sviluppa il disagio.
Per quanto riguarda le loro aspettative rispetto al proprio futuro tutti i giovani intervistati hanno dei sogni da realizzare anche se talvolta appaiono rassegnati e sfiduciati, quasi tutti vanno a scuola e sperano di poter lavorare in futuro. Prendendo in considerazione la sfera dei valori i giovani intervistati rivelano esigenze che, pur nella varietà delle risposte, rientrano in un quadro abbastanza tipico dell’età adolescenziale. Il riferimento frequente alla famiglia, agli amici, ad una posizione sociale gratificante e soprattutto stabile sono forse un sintomo della precarietà e insicurezza che normalmente caratterizzano il quadro psicologico dell’individuo adolescente.
Il mondo degli adulti “ familiare e sociale” tende spesso a misconoscere il momento particolarmente delicato e significativo del ciclo maturativo quale quello dell’adolescenza, mancando spesso di farsi carico dei bisogni e delle esigenze di un soggetto coinvolto in una difficile evoluzione in cui si è chiamati a passare da una condizione di dipendenza ad una condizione di autonomia. A questo proposito interessanti spunti di riflessione ci provengono anche dall’intervista strutturata in riferimento all’esperienza dei giovani nella loro parrocchia. I giovani intervistati vi trovano stabilità, sicurezza, considerazione, ascolto. Percepiscono la parrocchia come il luogo della “presenza” dove le loro esigenze trovano risposta. All’assenza istituzionale, affettiva, valoriale del quartiere rispondono ricercando (forse idealizzando) un nuovo ambiente nel quale ritrovare intatti i valori della vita. Si instaura in tal modo un rapporto dialettico in cui i giovani interessati avvertono il disagio della loro condizione nel momento in cui entrano in contatto con una realtà, quale quella parrocchiale, dove i valori spesso sono in contrasto con quelli proposti nel loro ambiente di vita.

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