parrocchiaParlare di disagio giovanile e pastorale giovanile, significa addentrarsi in una realtà variegata e complessa che richiederebbe ben più che lo spazio di un articolo; conviene quindi delimitare l'ambito di questo lavoro ad una esperienza circoscritta ma pur sempre significativa.

 

Si tratta, innanzitutto, di intendersi sul significato dei termini. Disagio giovanile, prevenzione, parrocchia, pastorale sono termini quanto mai generici e passibili di generalizzazioni indebite. Si rende necessario quindi circoscrivere, quasi a mo' di cornice, l'area semantica con la quale questi termini vengono utilizzati in questo lavoro di ricerca.

parrocchiaParlare di disagio giovanile e pastorale giovanile, significa addentrarsi in una realtà variegata e complessa che richiederebbe ben più che lo spazio di un articolo; conviene quindi delimitare l'ambito di questo lavoro ad una esperienza circoscritta ma pur sempre significativa.

 

Si tratta, innanzitutto, di intendersi sul significato dei termini. Disagio giovanile, prevenzione, parrocchia, pastorale sono termini quanto mai generici e passibili di generalizzazioni indebite. Si rende necessario quindi circoscrivere, quasi a mo' di cornice, l'area semantica con la quale questi termini vengono utilizzati in questo lavoro di ricerca.

Introduzione teorica


Introduzione teorica
Con il concetto di disagio, ci si vuole riferire a una categoria descrittiva della condizione giovanile caratterizzata dalla presenza o di una forte sofferenza esistenziale, o da significativi sintomi di disadattamento e frustrazione che spesso influenzano la vita personale e relazionale del giovane preadolescente (dagli 11 ai 14 anni) o adolescente (dai 15 ai 18 anni). Questo malessere, che il giovane avverte diffuso, interessa e la sua vita relazionale e sociale, e il suo vissuto psicologico. Un percorso di accompagnamento deve prevedere la capacità di decodificare questo particolare tipo di sofferenza che spesso non si manifesta in atti socialmente rilevanti, ma rimane sommerso e nascosto . Il termine prevenzione, nella sua accezione etimologica di prae-venire, significa: arrivare prima, precedere, agire a monte di; ma può anche significare: impedire, ostacolare, evitare scongiurare, qualcosa che si ritiene negativo o pericoloso. Fare prevenzione significa operare sul crinale invisibile che distingue il disagio dalla normalità, significa intervenire a monte della patologia, quando ancora il disagio, non è manifesto, e spesso non è neppure consapevole. L’ambiguità semantica del termine prevenzione, congiunta alla difficoltà di definire in modo univoco e assoluto i fattori-rischio , ha fornito l’opportunità di sostituire tale concetto con quello di promozione .

Allo stesso modo con cui un intervento preventivo si definisce in rapporto ai cosiddetti fattori-rischio, così un intervento promozionale, si può misurare attraverso due parametri:
a) i compiti evolutivi o compiti di sviluppo fanno riferimento alle diverse fasi della crescita. Si tratta di compiti che si trovano a metà strada tra un bisogno individuale e una richiesta sociale. Ogni compito ha la funzione di mettere alla prova e di stimolare il giovane a superare positivamente la fase di sviluppo in cui si trova, preparandolo all’affronto delle fasi successive. Tra i principali compiti connessi con l’età adolescenziale si ricordano: il sapersi adattare ai rapidi cambiamenti somatici e saper riconoscere un’unità somato-psichica soddisfacente; l’accettare le proprie pulsioni e padroneggiarle secondo valori condivisi; il saper instaurare e mantenere rapporti con i coetanei dello stesso sesso e di sesso diverso; il partecipare ai gruppi; lo sviluppare indipendenza e autonomia; lo stabilire una interazione adeguata con le istituzioni sociali (scuola, mondo del lavoro, contesto sociopolitico); l’operare scelte relative ad un proprio sistema di valori; progettare il proprio futuro. Una strategia di promozione dovrebbe, dunque, preoccuparsi essenzialmente di creare condizioni idonee per consentire al giovane di affrontare in modo soddisfacente i propri compiti di sviluppo.
b) I fattori protettivi o indici di competenza, sono elementi che si ritiene possano esercitare un’azione di tutela degli equilibri psicologici e comportamentali di un individuo, principalmente in situazioni di stress. Le linee comuni che ricorrono nei fattori protettivi, riguardano sostanzialmente quattro aree di competenza: “autostima: sensazione di valore personale, fiducia nell’efficacia della propria azione sull’ambiente.” Autocontrollo: capacità di controllare i propri impulsi e di rinviare le gratificazioni. “ Aspettative e prospettive ottimistiche: orientamento verso il successo, abitudine a porsi e a conseguire scopi, fiducia nel futuro, adattamento al cambiamento.” Capacità di interazione sociale: ricerca di relazioni e capacità di mantenere tolleranza e flessibilità. Una strategia di promozione dovrebbe porsi come obiettivo positivo, l’incremento e il rinforzo di tali fattori. Un intervento di promozione comporta la scelta di operare nei contesti della normalità più che sul disagio manifesto.

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Il termine parrocchia (dal greco: parà oikìa) significa letteralmente “casa accanto”. La parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di un territorio. Spetta unicamente al Vescovo diocesano erigere, sopprimere o modificare la parrocchia. La natura teologico-sociologica della parrocchia s’innesta nel mistero della Chiesa e nella intrinseca sua tensione alla salvezza degli uomini. È per questo che la parrocchia è un gruppo esecutivo, in quanto momento terminale di un movimento di Chiesa che predispone al centro i fini e i mezzi e che fa sentire parte di un qualcosa di grande e di affascinante; centrale di iniziative, cioè di attività e di proposte che, essendo attenta ai bisogni individuali, si pone essa stessa in prima persona come istituzione o stazione di servizi religiosi e moltiplica le proposte per poter coinvolgere quanti più è possibile; comunità di comunità, ossia, quasi come un contenitore di forme ben organizzate che convergono in un comune centro. In essa, il credente può vivere di fatto la sua vita cristiana quotidiana. In essa quotidianamente pervengono i problemi di ciascuno e del mondo e le questioni spettanti la salvezza degli uomini, perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti. Il sacerdote vi rende presente il Vescovo, e così la parrocchia rende presente in se stessa la Chiesa universale. A motivo della sua relazione alla Chiesa particolare , la parrocchia costituisce, la prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale, strutturata e integrata anche con esperienze articolate e aggregazioni intermedie, che ad essa devono naturalmente convergere o da essa non possono normalmente prescindere. La comunità parrocchiale riunisce i credenti senza chiedere nessun’altra condivisione che quella della fede e dell’unità cattolica.
La sua ambizione è quella di raccogliere nell’unità persone, le più diverse tra loro, per età, estrazione sociale, mentalità ed esperienza spirituale. Inserita di regola nella popolazione di un territorio, la parrocchia è la comunità cristiana che ne assume la responsabilità. Essa ha il dovere di portare l’annuncio a coloro che vi risiedono e sono lontani da essa, e deve farsi carico di tutti i problemi umani che accompagnano la vita di un popolo, per assicurare il contributo che la Chiesa può e deve portare. Così la parrocchia è dentro la società non solo come luogo della comunione dei credenti, ma anche come segno e strumento di comunione per tutti coloro che credono nei valori dell’uomo: simile alla fontana del villaggio a cui tutti ricorrono per placare la sete. Ultimo concetto da chiarire è quello di pastorale.
Fare pastorale significa costruire la Chiesa e costruire la Chiesa significa annunciare, celebrare, testimoniare ma, soprattutto prendersi cura del bene dell’uomo. Prendersi cura è venire incontro al bisogno, cioè venire incontro ai vuoti che gli uomini presentano: vuoto di salute, di pane, di relazione, di vita. Significa creare gesti personali e comunitari che “tengano insieme” bisogni e libertà, mancanza e coscienza, soddisfazione di un’esigenza e responsabilità per quella persona che vede soddisfatte le sue esigenza. Pastorale significa, inoltre, mettersi insieme con tutti coloro che hanno a cuore questa cura, riconoscere che la cura del bene umano non è esclusiva della comunità cristiana, questo perché la comunità cristiana crede e testimonia un amore di Dio che è per tutti ed è riconoscibile in mille forme e in mille modi. Allo stesso modo una pastorale giovanile viene intesa come un modello costruito in un preciso rapporto tra educazione, evangelizzazione e animazione. Essa si incarna dentro le sfide che provengono dall’essere giovani e dall’esserlo in questa concreta situazione storica, caratterizzata da una caduta di ideologie, da un pensiero debole, dall’affermarsi di pseudo valori o meglio di disvalori continuamente proposti dai media per una società consumistica, quale quella attuale .
Per queste ragioni la pastorale copre tutto l’ambito dell’azione educativa verso i giovani. Essa non si qualifica per le cose che realizza, ma per l’intenzione con cui le fa.
In questo senso la scuola, per esempio, o lo sport riguardano l’azione pastorale, come la riguardano la catechesi e la liturgia.

La ricerca

La ricerca
Prima di addentrarci nel vivo di questo lavoro di ricerca, è opportuno rilevare alcune caratteristiche del quartiere in questione, quasi tutte riscontrabili nell’ampia zona Nord di Napoli.
È un quartiere che conta circa 37.400 abitanti, composto da una popolazione di ceto prevalentemente medio-basso, con gravi problemi di scolarizzazione e forte disoccupazione; inoltre, risulta caratterizzato da fenomeni di occupazione abusiva. È da tener presente che la periferia Nord di Napoli, nel suo complesso è un’area a vocazione manufattiera, con forte presenza di lavoro irregolare o sommerso. La scarsa o nulla presenza di attività produttive nel quartiere fa sì che esso venga considerato come un vero e proprio dormitorio.
A tutto ciò si aggiunge una forte disoccupazione giovanile. Con tutti i suoi problemi e il suo portato di marginalità, illegalità, violenza, il quartiere non è affatto un monstrum né un unicum nel panorama metropolitano del Mezzogiorno. Comunque sia, sono frequenti gli abbandoni scolastici, c’è scarsa acculturazione, forte incidenza della microcriminalità, carenza di una cultura del lavoro.
Ovviamente, i più esposti al degrado e al malessere sociale sono i minori, infatti, il disagio giovanile è particolarmente forte, e questo pesa ancor di più in una zona nella quale la popolazione è nettamente più giovane che nel resto della città. Indice di questo disagio è la scarsa scolarizzazione a livello di scuola media superiore, cioè proprio in quella fase in cui si possono acquisire le qualifiche professionali spendibili sul mercato del lavoro. Come già detto, nel quartiere sono frequenti gli abbandoni scolastici, a riprova del disagio profondo che vivono molti nuclei familiari. All’origine di tante situazioni difficili stanno le condizioni problematiche delle famiglie di provenienza, con retroterra di disoccupazione e sottoccupazione, scolarizzazione bassa o assente, analfabetismo, difficoltà di integrazione.
Non è infrequente la situazione di assenza di un genitore a causa di detenzione o di latitanza. Dopo questa breve e succinta panoramica, il presente lavoro vuole porre l’accento sull’intervento di “prevenzione/promozione” al disagio giovanile, messo in atto da una delle tante parrocchie presenti in uno dei quartieri della periferia Nord della città di Napoli. Questo lavoro di ricerca riporta l’esperienza di 10 giovani di sesso maschile, di età compresa tra i 15 e i 18 anni, residenti in uno dei quartieri della periferia Nord di Napoli.
Un’esperienza vissuta tra le mura parrocchiali, squisitamente educativa rispetto al disagio giovanile; un disagio che si manifesta in svariate forme, fino a divenire un malessere diffuso, espressione di quella “fatica” cui ogni giovane è chiamato ad affrontare nel fisiologico passaggio dall’adolescenza alla maturità, un percorso disseminato di ostacoli. Un disagio che diventa manifestazione della difficoltà di assolvere a quei compiti evolutivi che vengono richiesti, di volta in volta, dal contesto sociale. È qui che entra in scena la parrocchia che si rivela punto sicuro di ascolto, di contenimento, di incontro, ma soprattutto di cura, mostrando un ruolo preventivo-promozionale rispetto al disagio. Gli strumenti d’indagine utilizzati in questo lavoro di ricerca sono stati: l’Interrogazione tramite questionario (che ha trattato i temi quali: quartiere, scuola, tempo libero, pedofilia, valori) e l’Intervista strutturata (che ha trattato il tema centrale della parrocchia).

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Dal confronto delle interviste, circa l’interrogazione tramite questionario, si evince che a proposito del “quartiere”, soltanto il 20% dei giovani intervistati non ne è nativo. L’80% dei giovani dichiara di essere soddisfatto di abitare in un quartiere come quello di Miano, manifestando, però, qualche riserva (è abitato da persone che non sanno ragionare ed usano solo la violenza; è abitato da gente malfamata; c’è troppa ignoranza e la gente non rispetta le persone; c’è troppa delinquenza; c’è troppa criminalità); mentre, il restante 20% non è soddisfatto di abitarvi.
Alla domanda: <<Quali sono le caratteristiche del tuo quartiere che più apprezzi?>>, che richiedeva due risposte, tra le otto previste dal questionario, l’80% dei giovani ha scelto: <<Vi abitano i miei migliori amici. Non so>>; un 10%: <<Vi abitano i miei migliori amici. Altra risposta>> il restante 10%: <<Vi sono molti negozi. Vi abitano i miei migliori amici>>.
Il 70% dei giovani migliorerebbe nel quartiere la sicurezza personale; il 30% gli spazi pubblici, in particolare quelli destinati ai giovani ed ai bambini. Il 70% dei giovani si sente sicuro nel quartiere perché conosce le persone giuste; il 20% si sente sicuro perché basta farsi gli affari propri; il restante 10% non si sente affatto sicuro.
Il 100% dei giovani intervistati dichiara che nel proprio quartiere ci sono molti ragazzi che hanno avuto a che fare con la legge.
Alla domanda: <<Secondo te cos’è che spinge principalmente i ragazzi a commettere reati?>>, che richiedeva tre riposte, tra le 17 previste dal questionario, secondo una scala di priorità, il 20% ha scelto: <<La voglia di possedere tutto e subito. Il cattivo esempio della famiglia o degli amici. La facilità con cui si esce dal carcere>>; un 10%: <<Il cattivo esempio della famiglia o degli amici. La voglia di possedere tutto e subito. La facilità con cui si esce dal carcere>>; un 10%: <<La mancanza di speranza in un futuro migliore. L’ingiustizia sociale che premia sempre gli stessi raccomandati. La voglia di possedere tutto e subito>>; un 10%: <<Il quartiere che non offre niente. La scarsa presenza delle forze dell’ordine sul territorio. La voglia di possedere tutto e subito>>; un 10%: <<La voglia di possedere tutto e subito. Il cattivo esempio della famiglia o degli amici. La scuola che non forma i giovani in modo adeguato>>; un 10%: <<La voglia di possedere tutto e subito. Il cattivo esempio della famiglia o degli amici. Il quartiere che non offre niente>>; un 10%:<<Il lavoro che offre solo tanti sacrifici e pochi soldi. La voglia di possedere tutto e subito. La scarsa presenza delle forze dell’ordine sul territorio>>; un 10%: <<Il cattivo esempio della famiglia o degli amici. La voglia di possedere tutto e subito. La lontananza dai valori religiosi>> e il restante 10%: <<Il cattivo esempio della famiglia o degli amici. La voglia di possedere tutto e subito.
La scarsa presenza delle forze dell’ordine sul territorio>>. Il 100% dei giovani intervistati dichiara che, se fosse vitti Il 90% dei giovani dichiara di non aver mai avuto a che fare con la “Legge”; il restante 10% dichiara di aver avuto a che fare con la “Legge” per aver scatenato una rissa in un noto quartiere di Napoli.
Per quanto riguarda la “scuola”, il 90% dei giovani intervistati frequenta una classe compresa tra la prima e la quinta superiore e solo il 10%, dopo aver conseguito la licenza di scuola media inferiore, ha interrotto gli studi. Per quanto concerne il tema del “lavoro”, il 20% dei giovani frequenta soltanto la scuola; un 10% dichiara di lavorare svolgendo la mansione di benzinaio e il 70% dichiara di lavorare quando capita. Ad un 30% degli intervistati piacerebbe, in futuro, lavorare come poliziotto perché in tal veste otterrebbe il rispetto di tutti; ad un 10% piacerebbe lavorare come indossatore “per poter guadagnare molti soldi”; ad un 10% come programmatore di computer “per il semplice piacere”; ad un 10% piacerebbe lavorare come commerciante “per poter fare la vita bella senza fatica e preoccupazioni”; ad un 10% piacerebbe diventare benestante grazie ad una vincita al superenalotto “per poter fare la vita bella senza fatica e preoccupazioni”; ad un 10% piacerebbe lavorare come medico “per poter curare molte persone”; ad un 10% piacerebbe lavorare come musicista o cantante “per realizzare un sogno coltivato nell’infanzia”; al restante 10% piacerebbe lavorare come professionista sportivo “per guadagnare molti soldi”. Per quanto riguarda il “tempo libero”, il 50% dei giovani lo trascorre andando in giro con gli amici e frequentando la parrocchia con i medesimi; il 30% frequenta la parrocchia con gli amici e ascolta musica; il restante 20% frequenta la palestra e la parrocchia con gli amici.

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Il 100% dei giovani intervistati dichiara di aver conosciuto i propri migliori amici in parrocchia. Il 70% dei giovani dedica parte del proprio tempo libero ai videogiochi che usa principalmente a casa propria con la playstation o con il computer; il 30%, invece, frequenta con una certa regolarità la sala giochi.
A proposito del tema “pedofilia”, il 100% dei giovani intervistati dichiara di averne sentito parlare alla televisione. Il 50% di questi giovani sostiene che sia possibile difendersi dai pedofili applicando pene più severe; il 30% non andando mai con gli sconosciuti; il 10% con la presenza di più poliziotti nelle zone frequentate dai ragazzi; il restante 10% non sa in che modo difendersi dai pedofili.
Per quanto riguarda la “sfera valoriale”, alla domanda: <<Quali sono secondo te le cose più importanti nella vita?>>, che richiedeva tre risposte, secondo una scala di priorità, tra le 13 previste dal questionario, il 50% dei giovani intervistati mette al primo posto la famiglia; il restante 50% rispettivamente: i soldi, amare ed essere amati, la salute, avere dei buoni amici, l’istruzione. Al secondo posto della scala un 20% ha scelto la famiglia; un 20% il successo; un 20% la salute; un 10% avere dei buoni amici; un 10% non avere mai a che fare né con la polizia né con i tribunali; un 10% amare ed essere amati e il restante 10% i soldi. Infine al terzo posto della scala un 20% ha scelto amare ed essere amati; un 20% la pace; un 20% i soldi; un 20% l’onore e il rispetto; un 10% avere dei buoni amici e il restante 10% non avere mai a che fare con la polizia né con i tribunali.
Dalle notizie, rilevate mediante l’intervista strutturata, messe a confronto, si evince che un 30% dei giovani intervistati frequenta la parrocchia S. Maria dell’Arco di Miano da quattro anni; un 30% da due anni; un 30% da cinque anni, e il restante 10% la frequenta da nove anni. Il 70% dei giovani intervistati è stato spinto a frequentare la parrocchia dagli amici; un 10% non è stato spinto da niente e da nessuno in particolare; un 10% è stato spinto a frequentarla dal parroco; un 10% è stato spinto dalla necessità, in quanto aveva bisogno di vincere la propria timidezza che costringeva a rimanere segregati in casa, con la sola compagnia del televisore, desiderando una amicizia sincera con coetanei affidabili e incontrare delle ragazze. Prima di entrare a far parte dell’ambiente parrocchiale il 70% dei giovani intervistati pensava che le persone che frequentavano un tale ambiente fossero “sciocche, ridicole, sceme, ingenue, imbranate”; il restante 30% non ha mai definito in nessun modo quanti frequentavano un ambiente del genere.
Alla domanda: <<Cosa rappresenta per te la parrocchia?>> le risposte sono state le seguenti: <<il mio tutto, un luogo sicuro (10%); un luogo che può insegnare tante cose (10%); un punto di ritrovo (30%); un luogo di condivisione (10%); un luogo in cui ogni persona sta bene con tutti (10%); un luogo in cui è possibile incontrare molte ragazze (10%); un luogo in cui conoscere Dio (10%); una realtà fondamentale che aiuta a crescere perché permette di frequentare persone di qualunque età (10%)>>. Il 100% dei giovani intervistati frequenta ogni giorno la parrocchia. Attualmente il 70% dei giovani fa parte del gruppo simpatizzanti della Gioventù Francescana (GI.FRA:); il 10% fa parte del gruppo simpatizzanti della Gioventù francescana; il restante 20% non fa parte di nessun gruppo parrocchiale.

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Alla domanda: <<Che cosa ti ha insegnato la vita parrocchiale?>>, le risposte sono state le seguenti: <<a saper stare insieme con gli altri, a non giudicare gli altri dalle apparenze, a ragionare prima di agire, a non usare mai la violenza, a controllare l’aggressività (10%); a rispettare i luoghi e le persone, ad ascoltare i più grandi (10%); a essere più docile (10%); ad aiutare i bisognosi (10%); ad essere di aiuto agli altri, ad essere più comprensivo, ad apprezzare il valore dell’amicizia (20%); a distinguere il bene dal male (10%); a capire gli errori compiuti in passato (10%); ad essere più calmo (10%); ad essere scaltro (10%)>>.
Alla domanda: <<E’ cambiato qualcosa nella tua vita da quando frequenti la parrocchia?>>, le risposte sono state le seguenti: <<ho vissuto le mie prime esperienze amorose, ho imparato a lavorare con gli altri, ho compreso il valore del denaro, ho ricevuto una buona formazione (10%); non prendo più niente senza il permesso degli altri, ho incontrato dei veri amici (10%); ho scoperto la sincerità, l’amicizia, la civiltà (10%); i miei genitori hanno più fiducia in me (10%); ho scoperto l’amicizia (10%); sono diventato più responsabile (10%); ho imparato a capire se le persone sono buone o cattive (10%); non frequento più la strada e non combino più guai (10%); sono pronto ad offrire il mio aiuto a quanti ne hanno bisogno (10%); ho conosciuto il Signore e ho imparato a dialogare con tutti (10%)>>.
Dall’analisi delle interviste si possono fare alcune considerazioni circa il modo di percepire il disagio vissuto da questi 10 giovani e circa le strategie adottate per fronteggiarlo. I giovani intervistati presentano caratteristiche comuni rispetto all’età, al sesso, all’estrazione sociale, al quartiere di appartenenza e condividono medesime esperienze di vita.
Dalle risposte al questionario emerge che una della fonti primarie del loro malessere è l’ambiente in cui ogni giorno si trovano ad affrontare la vita. Un ambiente che, ben aldilà dei confini territoriali della periferia nord di Napoli nella quale vivono, investe e costituisce tutto un modo di pensare ed agire tale da strutturare una vera e propria weltanschaung comune. Questi giovani, pur legati affettivamente al proprio quartiere, ne denunciano le brutture, il disagio, l’insicurezza e la precarietà. Avvertono l’assenza delle istituzioni nelle quali, peraltro, non hanno quasi alcuna fiducia, il frequente ricorso allo stereotipo del “solito raccomandato” il desiderio di migliorare gli spazi urbani e l’esigenza di maggiore sicurezza personale sono dati eloquenti della solitudine istituzionale che percepiscono. I legami affettivi sembrano rappresentare uno dei pochi punti di riferimento cui fare ricorso per fronteggiare il disagio. La famiglia e gli amici sembrano incarnare quel mondo di sicurezza e stabilità che sarebbero loro altrimenti negati. D’altra parte questi giovani dimostrano di essere ben inseriti in questo “ambiente” e di possedere un’intelligenza della realtà in cui vivono che evidenzia la loro appartenenza a quel modo di pensare e di agire che essi stessi denunciano. Il fatto di ritenere importante conoscere le “persone giuste” e di ricorrere a “qualche amico” per recuperare la refurtiva di un possibile furto sottolinea che spesso il confine tra legalità e illegalità è molto labile e che è il pensiero stesso e il suo modo di percepire e strutturare la realtà, costituiscono quell’ambiente in cui nasce e si sviluppa il disagio.
Per quanto riguarda le loro aspettative rispetto al proprio futuro tutti i giovani intervistati hanno dei sogni da realizzare anche se talvolta appaiono rassegnati e sfiduciati, quasi tutti vanno a scuola e sperano di poter lavorare in futuro. Prendendo in considerazione la sfera dei valori i giovani intervistati rivelano esigenze che, pur nella varietà delle risposte, rientrano in un quadro abbastanza tipico dell’età adolescenziale. Il riferimento frequente alla famiglia, agli amici, ad una posizione sociale gratificante e soprattutto stabile sono forse un sintomo della precarietà e insicurezza che normalmente caratterizzano il quadro psicologico dell’individuo adolescente.
Il mondo degli adulti “ familiare e sociale” tende spesso a misconoscere il momento particolarmente delicato e significativo del ciclo maturativo quale quello dell’adolescenza, mancando spesso di farsi carico dei bisogni e delle esigenze di un soggetto coinvolto in una difficile evoluzione in cui si è chiamati a passare da una condizione di dipendenza ad una condizione di autonomia. A questo proposito interessanti spunti di riflessione ci provengono anche dall’intervista strutturata in riferimento all’esperienza dei giovani nella loro parrocchia. I giovani intervistati vi trovano stabilità, sicurezza, considerazione, ascolto. Percepiscono la parrocchia come il luogo della “presenza” dove le loro esigenze trovano risposta. All’assenza istituzionale, affettiva, valoriale del quartiere rispondono ricercando (forse idealizzando) un nuovo ambiente nel quale ritrovare intatti i valori della vita. Si instaura in tal modo un rapporto dialettico in cui i giovani interessati avvertono il disagio della loro condizione nel momento in cui entrano in contatto con una realtà, quale quella parrocchiale, dove i valori spesso sono in contrasto con quelli proposti nel loro ambiente di vita.

Conclusioni

Conclusioni
La tesi di fondo di questo lavoro è che l’ambiente parrocchiale, può rivestire un ruolo fondamentale nel lavoro di coscientizzazione rispetto al disagio giovanile caratterizzandosi come efficace strumento di prevenzione rispetto ad atteggiamenti devianti, attraverso un’azione pedagogica orientata alla presa in carico delle proprie responsabilità rispetto alla propria esistenza e al proprio sviluppo umano e sociale. L’azione pastorale intende educare il giovane inducendo atteggiamenti e comportamenti che costituiscono una novità e un’alternativa al disagio stesso. Ai reali bisogni dei giovani adolescenti raramente si danno risposte significative. L’adolescente ha innanzitutto bisogno, lungo l’itinerario per la conquista dell’autonomia e per abbandonare le sicurezze dell’identità infantile, di trovare un punto di riferimento in adulti responsabili, capaci di dare al giovane segnali precisi e facilmente decodificabili, ai quali può adattarsi od opporsi, ma di cui non può fare a meno. Nell’itinerario iniziatico di oggi manca spesso un adulto che sappia farsi carico dell’onere dell’iniziazione, perché egli non è più in grado di porsi in un atteggiamento prescrittivo nei confronti del giovane, che non sia pura imposizione o colonizzazione ma che lasci un margine alla discrezionalità, alla scelta e alla responsabilità. L’adolescente ha bisogno di “iniziazione” cioè di predisposizione di spazi e tempi perché si realizzi un passaggio di consegne tra le generazioni e si effettui la presa in carico del soggetto da parte della collettività. È importante che le generazioni si pongano in atteggiamento di reciproco “ascolto” dove ascoltare significa innanzitutto essere sempre attenti e disponibili a cogliere quei tentativi di comunicazione che possono essere inviati dal giovane. È necessario ribadire fortemente che l’ascolto del ragazzo non può essere un fatto puramente formale ma significa sapersi porre costantemente accanto a lui per aiutarlo nel suo difficile itinerario iniziatico della vita, il ragazzo ha un estremo bisogno di ottenere risposte ai suoi “perché” da parte di un adulto che gli sia vicino e gli proponga valori e significati. Il difficile compito degli adulti è quello di saper essere, nel contempo, prescrittivi ma non intrusivi, autorevoli ma non autoritari, capaci di saper accettare l’allontanamento facendosi però percepire come sempre pronti ad accogliere e sollecitare il ritorno. Gli adulti possono essere capaci di ciò se sono autenticamente adulti, imperfetti, ma adulti. Nella parrocchia questi obiettivi sono perseguibili mediante un’azione di pastorale giovanile che si propone di far emergere dal messaggio cristiano energie e criteri capaci di formare uomini adulti, sensibili, attivi nella società e nelle istituzioni. L’obiettivo è favorire uno sviluppo coerente e lineare della spiritualità dei giovani, intesa non in senso specificamente teologico, bensì come espressione di quanto nel comportamento giovanile si riferisce alla vita dello spirito in senso lato, con particolare riferimento all'acquisizione, elaborazione e realizzazione di un sistema di valori, di modelli o norme di azione, di atteggiamenti di fronte all’assoluto e alle realtà spirituali, di sentimenti e disposizioni nei riguardi di Dio, dell’uomo e della società, in quanto finalizzanti l’impegno morale della persona nel suo sforzo di autorealizzazione. Ciò equivale a dire che sono soprattutto gli aspetti psico-culturali della personalità giovanile a ricevere un’attenzione privilegiata, potendosi considerare la vita spirituale come la traduzione comportamentale di orientamenti di valore mutuati dai gruppi di appartenenza e di riferimento.

Bibliografia


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