coppia assassinaLa vicenda di Nathan Leopold e Richard Loeb, giovani eccezionalmente brillanti a livello intellettivo, che hanno ucciso, nel 1924, un ragazzino - solo per tedio e per convinzione di poter realizzare un omicidio "perfetto". Il vuoto interiore, il narcisismo ferito e l'incontro di due menti senza emozioni.

Immaginate un quartiere elegante e sofisticato nell’America degli anni Venti, Chicago – un luogo sicuro, invidiabile, simbolo di uno status di prestigio. E, per queste strade, nel maggio 1924 un ragazzino – sfortunatissimo – che scompare: Bobby Franks abita in una bella villa, qui, ha quattordici anni e sale su di una macchina. Ore dopo una telefonata annuncia che è stato rapito – la sua famiglia ha raggiunto la ricchezza grazie alla gestione di un monte di pietà. La mattina arriva con una lettera che garantisce la buona salute del bambino e si chiede, ovvio, un riscatto – ma non c’è da fidarsi: Bobby Franks è già stato trovato, morto. E presto emergono i colpevoli: Nathan Leopold e Richard Loeb. Non si tratta di due giovanissimi uomini allo sbando, assolutamente no: figli di un’alta borghesia che è quasi aristocrazia, però nata dal merito, Nathan e Richard hanno tutto, ma un tutto nel pieno senso della parola. Il primo è uno studente universitario diciannovenne più che brillante: appassionato di ornitologia, conosce perfettamente cinque lingue e ne mastica altre quindici; il suo è un mondo elitario e protetto, al punto che affronta l’interrogatorio con calma e presunzione, convinto di essere presto rilasciato (tra l’altro, era un vicino di casa della vittima e aveva spavaldamente osservato che, se avesse dovuto uccidere qualcuno, avrebbe proprio scelto un “moccioso” come Bobby). Sua madre è morta da poco, anche se la sua salute è stata minata proprio dalla gravidanza, cosa che fa sentire in colpa Nathan, che a sua volta ha avuto una lunghissima serie di malattie durante tutta l’infanzia – un bimbo apparentemente fragile, che ha però detto la prima parola a soli quattro mesi e il cui quoziente intellettivo è di 210. Non è attratto dalle donne, che considera intellettualmente inferiori; le sue uniche esperienze avvengono con prostitute e l’immagine ricorrente che accarezza da bambino è quella dello schiavo, lo schiavo che salva il re rifiutando poi la libertà che gli viene offerta. Richard, suo coetaneo, ha un QI di 160, si è diplomato a quattordici anni, terminando l’università a diciotto. Geniale, verrebbe da dire. Ma senza particolari impeti o passioni; un padre amorevole, questo sì, e una madre assai presente, ansiosa che il figlio diventi quel modello che ha in mente, una raccolta di doti personali in cui non devono apparire pecche o difetti (e Richard si adatta al ruolo). Non ha interessi particolare per il sesso o le relazioni sentimentali, poichè la sua fantasia è concentrata sull’immagine fantasmatica del maestro del crimine che vuole essere, pur attraversando momenti di sconforto e pena (considera persino il suicidio) e pur mostrando tratti infantilistici. Il movente del delitto, dunque? La noia di due menti che si considerano superiori, due rampolli i cui padri sono uomini d’affari d’alto rango e persone “per bene”, come si suol dire. Una specie di sfida criminale, senza etica o compassione o quelle componenti che rendono il senso dell’umano: la convinzione di avere un’intelligenza tale da poter commettere il celeberrimo e inesistente “crimine perfetto”. Ma i dettagli non considerati mettono fine a tanta illusione e i due, come c’è da aspettarsi, si accusano a vicenda dell’atto materiale dell’uccisione. Non ci sono inizialmente certezze e si decide che la testa del progetto, con il suo carisma e il suo fascino, è Leopold, che adora le sedute con gli psichiatri, deliziato dall’essere al centro dell’attenzione, mentre il suo complice si limita al tedio. Ma le apparenze, si sa, ingannano. Non c’è rimorso o alcun segno di pentimento. Vengono condannati all’ergastolo e in carcere finiscono assieme, “aprendo” una scuola per detenuti. Sembra mostrino segni di pentimento, ma Loeb viene ucciso a trentadue anni dal compagno di cella. Leopold impara altre dodici lingue e si tiene mentalmente impegnato finchè ottiene il rilascio, nel 1958, si trasferisce a Porto Rico, dove ottiene un master, lavora, si sposa e, infine, muore a sessantasei anni. Gli specialisti che hanno elaborato il loro profilo per il processo, tra cui i dottori Hulbert e Bowman, arrivano alla conclusione che Loeb abbia tendenze criminali sin dall’infanzia. Ruba senza porsi alcun problema morale – il dispiacere è quando non riusciva a essere abbastanza astuto da restare impunito. Leopold segue l’amico: in cambio di favori omosessuali, finisce per aderire ai progetti di Loeb. Si era anche prospettato un omicidio, prima di Bobby Franks – era fallito solo grazia all’automobile non funzionante. Non son certo le indagini frenologiche allora in voga, a chiarire le dinamiche di questo spaventoso omicidio – basta guardarli, sostengono tutti: le loro pose, il loro atteggiarsi, la loro suprema convinzione di superiorità. Non sono stati i primi nè gli ultimi, a cercare di compiere il delitto perfetto. Ma è interessante ancora vedere come talvolta debba esserci un incontro tra due personalità che se lasciate singole, forse, non avrebbero prodotto danni del genere: due personalità quasi complementari, che si compenetrano e vivono in una realtà a loro soli accessibile. Leopold vuole essere schiavo, convive con la colpa della morte della figura materna e con un’omosessualità che non riesce ad accettare serenamente; il suo essere diverso-dagli-altri in moltissimi modi lo porta a ricercare – nella sua assenza di empatia – qualcuno che contenga quella che è comunque un’indubbia fragilità. Ammette di trovare un superuomo, in Loeb, che invece necessita proprio del ruolo di leader, un ruolo portante e trascinante: lui ipotizza, lui disegna quanto è da fare e il suo schiavo – pur avendo i mezzi intellettuali per separarsi da lui – non vuole la libertà (lo racconta la sua fantasia infantile, lo spiega la sua assenza di vita emotiva). Hanno un senso esclusivamente assieme. Coniugano in maniera devastante un disturbo antisociale di personalità con tratti narcisistici, un narcisismo non risolto, insaturo (conflittuale è il rapporto di Loeb con la madre, con il copione di perfezione imposto e recitato). E, appunto, finiscono per rinchiudersi quasi in un rapporto psicotico condiviso, una condivisione ben riuscita da questi due figli di uomini eminenti, che hanno un vuoto interiore tale da non trovare nulla di strano nel commettere un crimine per noia (“come mangiare una torta”, dicono). E in tutta questa faccenda, della vittima si smette a un certo punto di parlare – per il povero Bobby Franks nemmeno un pò di rimorso.

BIBLIOGRAFIA
http://www.crimelibrary.com
http://en.wikipedia.org/wiki/Leopold_and_Loeb http://www.leopoldandloeb.com

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