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DALLA BACCHETTA MAGICA AL FALLIMENTO TERAPEUTICO
Venerdì 21 Aprile,       workshop esperenziale 

 

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Poco più del 3% degli incendiari recidivi studiati dai ricercatori si adattavano infatti alla descrizione classica della piromania: fascino, interesse, curiosità e attrazione per il fuoco; tensione o eccitazione prima dell’atto incendiario; piacere, gratificazione o sollievo nell’appiccare o nell’assistere ad un incendio. In tutti gli altri il comportamento del piromane era una conseguenza di altre patologie psichiatriche: disturbi di personalità, psicosi e ritardo mentale. Quest’ultimo gruppo, stando agli studi, ha ravvisato inoltre quanto influiscano in un atto simile solitudine, rabbia e frustrazione.
Tra i pazienti psicotici gli atti incendiari sembravano anche motivati da fenomeni psicopatologici quali deliri ed allucinazioni uditive e visive.
In questi casi assume importanza l’utilità terapeutica dei farmaci che vanno ad incidere in quelle situazioni caratterizzate appunto da difficoltà nel controllo degli impulsi. Nella stessa ricerca è stato evidenziata inoltre l’influenza dell’abuso o della dipendenza da alcol nella genesi degli atti incendiari: il 60% del campione da loro studiato, infatti, aveva un problema correlato all’alcol e molti degli incendi erano stati proprio appiccati in stato di ebbrezza. Un condizionamento questo generalmente sottovalutato dagli studi sul comportamento incendiario. Contemporaneamente è stato smentito un assunto comune della criminologia classica, diffuso soprattutto negli anni Settanta, il quale indicava le ragazze con anomalie nello sviluppo psicosessuale gli individui più a rischio di comportamento incendiario. Inoltre dal campione analizzato si è rilevato che l’età media degli incendiari era di 32 anni, l’80% di essi era single o celibe e il loro quoziente intellettivo era nella media, mentre era più basso negli incendiari “puri”. Ma questi ultimi casi sono estremamente rari nella casistica che vede aumentare esponenzialmente gli incendi nei mesi estivi e soprattutto in zone con rilevanza commerciale o comunque di altro interesse.
I colpi di fucile sparati contro il serbatoio dell’acqua che trasportava l’elicottero della Protezione Civile è emblematico in questo senso: i roghi sono opera di professionisti. Le vaste aree annerite e devastate dal fuoco sono il frutto di azioni pianificate e “ponderate”; in questo senso, senza scomodare Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra o Sacra Corona Unita, possiamo parlare di criminalità organizzata.

La speculazione edilizia sulle aree di pregio paesistico e protette dall’istituzione di Parchi nazionali è solo una delle cause dirette di questo annoso fenomeno.
L’incendio doloso è spesso provocato per fornire lavoro a chi fa opera di spegnimento e poi di rimboschimento. Palesemente drammatica è la situazione che si presenta nelle regioni del Sud Italia. Solo in Sicilia, ad esempio, gli operai stagionali sono il 70% circa di tutta la forza lavoro, a differenza del Friuli dove sono solo il 5%. Con questo non vogliamo aprioristicamente ed erroneamente affermare che tutti i lavoratori addetti allo spegnimento del fuoco siano dei cinici criminali senza scrupolo ma, certamente, ostinarsi a sorvolare sulle connessioni statistiche che ci sono tra la disoccupazione dilagante di alcune zone del nostro paese e la ciclicità con cui gli incendi si verificano significa negare acriticamente un elemento imprescindibile nello studio del fenomeno, dirottando la ricerca verso altri canali e limitando fortemente la possibilità che si giunga ad una soluzione definitiva. Per i giovani di quelle belle quanto sfortunate terre (Sicilia, Puglia, Calabria, Campania) provocare volontariamente un incendio, per assicurarsi un lavoro ed uno stipendio almeno per qualche mese, assume dei contorni particolari in quanto molti ritengono l’azione meno “invasiva”, sotto il profilo giuridico e criminogeno, che non ad esempio compiere un atto delinquenziale quale rapinare un tabaccaio, rubare in una casa, estorcere del denaro con la forza e le minacce. L’idea che la terra che poi effettivamente viene bruciata non abbia un proprietario, il fatto che si giustifichi l’azione come spinta dal bisogno concreto di sopravvivere, fanno percepire l’atto come qualcosa di meno grave di quanto invece non sia. Attenzione però, non è assolutamente mia intenzione fornire un alone giustificazionista ad azioni incendiarie: il mio obiettivo è presentare e chiarire il più possibile un’articolata rete di situazioni socioambientali che altrimenti rischierebbero d’essere interpretate in modo semplicistico sollevando di conseguenza in modo altrettanto riduttivo soluzioni tampone inefficaci a lungo termine.
Oltre a queste considerazioni c’è da tener presente il fatto che la legge che alcuni anni fa ha convertito in reato penale l’incendio doloso, con inasprimento delle pene, in realtà sino ad ora non ha prodotto nessuna condanna. Fino a oggi, dal 2000, come ha reso noto lo stesso ministro Pecoraro Scanio, «a quanto risulta al ministero dell’ambiente non c’è stata nemmeno una condanna definitiva rispetto al 423 bis che fu introdotto su mia iniziativa il 4 agosto del 2000 e che prevede punizioni fino a 10 anni per chi incendia con l’aggravante se si tratta di aree protette».
A rendere le cose ulteriormente difficili c’è poi la non applicazione della legge quadro che vieterebbe di mutare la destinazione d’uso delle aree dolosamente incenerite, ad esempio eviterebbe di convertirla in zona adibita a pascolo. Tra tutti i comuni che avrebbero dovuto censire in un apposito catasto le aree destinate a tale tutela solo uno su quattro si è adoperato in tal senso e per di più, tanto per cambiare, quelli più diligenti si trovano nelle zone a basso rischio incendio.
Violare le autonomie amministrative laddove ci sono conclamati problemi di condizionamento è necessario e doveroso in quanto dei poteri sostitutivi potrebbero, almeno in parte e in situazioni d’emergenza, fornire un valido deterrente nel medio termine. Ciò però potrebbe non bastare per un’efficace soluzione definitiva. La mancanza di senso civico, l’ignoranza e l’incoscienza per le conseguenze di queste azioni incendiarie, gli interessi economici e le speculazioni costituiscono elementi così fortemente radicati nella mentalità della gente che divellerli risulta articolato e richiederebbe un lungo lavoro educativo, informativo e promozionale supportato continuamente e monitorato da organi specificatamente addetti.
Organismi preposti dislocati sulle zone maggiormente a rischio e organizzati da un sede centrale potrebbero inoltre evitare che si verifichino situazioni al limite come quelle registrate a Luglio sul Gargano, zona tra le più colpite nei scorsi mesi estivi. Il promontorio pugliese rinomato per la sua bellezza tutta particolare (il sole, la roccia a strapiombo sul mare cristallino, gli ulivi secolari e i fitti e affascinanti boschi dell’entroterra, oltre ovviamente alle risorse storico-culturali) è stato più volte preso di mira dai piromani riportando ingenti danni ambientali e di riflesso anche economici, dato che molte famiglie vivono soprattutto di turismo. Il gigantesco rogo avvenuto nelle località di Peschici e di Vieste ha letteralmente incenerito oltre cento ettari di macchia mediterranea e di bosco oltre a causare la morte di tre persone. Secondo alcune testimonianze i campeggianti sarebbero stati lasciati per ore in balia delle fiamme e i soccorsi sarebbero giunti quando il peggio era ormai passato. Infatti la maggior parte delle operazioni di salvataggio dei turisti che si sono rifugiati sulle spiagge del litorale garganico fra Peschici e Vieste - circa 4500 persone - è avvenuto con imbarcazioni della Guardia Costiera, dei Carabinieri, della Gdf, di barche passeggeri e di pescatori. Ciò significa che la gente ha cercato di rifugiarsi nel mare quando ormai le fiamme avevo circondato l’intero territorio. Lo spirito di sopravvivenza e la freddezza di alcuni hanno evitato che un disastro si trasformasse in un’immane tragedia. Però mi sorge un dubbio legittimo: se il mare quel giorno fosse stato mosso? Se i soccorsi avessero incontrato difficoltà nel portare in salvo tutta quella gente assiepata sulla spiaggia stretta da un lato dalle fiamme ardenti e dall’altro da un mare in burrasca?!
Non è mia intenzione entrare nel merito della specifica situazione, riportare, però, alcune testimonianze desunte dalle cronache serve ad esemplificare altre questioni relative a responsabilità che si vanno ad aggiungere alle situazioni già di per sé tragiche. Cooperazione, coordinamento, prontezza e professionalità devono sostituirsi alla superficialità con la quale a volte vengono condotte alcune operazioni.
Per quanto possano svolgere bene il proprio lavoro non bastano i Vigili del Fuoco, il Corpo Forestale dello Stato, la Protezione Civile, i Carabinieri e tutti gli altri organi dello Stato per disinnescare una “bomba ad orologeria” che puntualmente scoppiando miete vittime e provoca danni di svariati milioni di euro. Serve una nuova coscienza civica, c’è bisogno di volontà nel voler risolvere i problemi alla radice.
Un dialogo coordinato e completo può permettere di focalizzare (scusate il termine forse poco consono) tutti gli elementi che intervengono in queste dinamiche incendiarie: dal movente all’esecuzione, dai soccorsi al ripristino delle zone colpite, dalla prevenzione alla repressione.
Quando di mezzo c’è la vita della gente è eticamente doveroso prevedere, pianificare, controllare con tutti i mezzi a disposizione, senza lasciare nulla al caso, in quanto, si sa, non sempre quest’ultimo si rivela amico.

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